mercoledì 1 febbraio 2012

La crisi è finita. Comprate BTP.

La crisi è finita: comincia la stagnazione.

Arrivati a un passo dal baratro la politica ha preso la (non) decisione più scontata: nessun Stato europeo deve fallire. Tutti i buoni propositi con cui era nata la BCE sono stati rinnegati ed è chiaro che la BCE interverrà in modo sempre più massiccio per cui non mancheranno compratori per i Titoli di Stato. Questo è quello che è accaduto negli ultimi mesi e sarà così anche in futuro.

Senza l’intervento della BCE, l’Italia e gli altri Stati più deboli sarebbero già falliti e con loro molte banche.

Tutto sommato potrebbe essere anche la scelta giusta, soprattutto se veramente si rinuncerà anche alla politica dei deficit di bilancio perenni e dei debiti statali in costante aumento.

Restano però due problemi principali:

1 – La creazione di liquidità da parte della BCE ha salvato la situazione ma è un frutto avvelenato, porterà a scompensi futuri e comunque è un impoverimento generale. Basta fare benzina per accorgersene. Eppure non basta mai, un coro incessante chiede a Draghi di allargare sempre più i cordoni, fare il prestatore di ultima istanza (cosa che in pratica già fa), stimolare la crescita come la FED (i soldi che “presta” all’1% alle banche non rientrano nella categoria?) , salvo poi piangere pensando a quanto costavano le cose prima dell’Euro (peraltro anche qui dimenticandosi che con la lira il potere d’acquisto diminuiva ancora più velocemente). Comunque non si può prevendere la portata di questi scompensi e delle bolle future, poniamo che questi danni collaterali potrebbero anche essere limitati, resta il secondo fardello da sopportare:

2 – Ancora più preoccupante è infatti il secondo problema: anche se l’Italia e gli altri paesi europei riusciranno a giungere al pareggio di bilancio, stabilizzando la situazione sui mercati finanziari e scongiurando per il momento guai peggiori al sistema bancario, lo faranno con un livello di pressione fiscale e di spesa pubblica elevatissimo. Un livello tale da risultare incompatibile con uno sviluppo economico che possa portare a benefici diffusi. Soprattutto in uno scenario mondiale che si va complicando e con le materie prime sempre più costose.

La nostra Italia ne è l’esempio più eclatante. Occorre ripensare il modello economico e creare uno Stato sociale che sia tale non solo di nome come quello attuale. Per adesso non vedo segnali in questo senso, anzi proprio i più accaniti critici della casta dei partiti, sono quelli che ne chiedono ad ogni occasione l’ampliamento dei poteri.

martedì 24 gennaio 2012

Liberalizzazioni inutili, alternative mancanti

Puoi lubrificare il motore quanto vuoi, ma con una cinquecento non puoi trainare il rimorchio di un camion.

Sono favorevole in generale a tutto ciò che rimuove gli ostacoli a chi vuole intraprendere un’attività, ma applicare all’Italia le liberalizzazioni appena varate, non sortirà effettivi tangibili fino a quando permane il peso insostenibile di uno Stato che occupa metà dell’economia italiana. Non entro nel merito dei singoli provvedimenti, alcuni dei quali discutibili, altri liberalizzano solo di nome, in coerenza con un’impostazione dirigista, la stessa che viene applicata ad esempio dalle autorità antitrust italiane ed europee; l’impostazione per cui si dice di voler salvaguardare la concorrenza ma in realtà si vuole stabilire chi, cosa, quando e come produrre.

Ma questo ha poca importanza, ciò che conta è che il sistema italiano non regge la struttura statale che si è dato.

Chi invece osteggia per principio le liberalizzazioni e vaneggia circa la necessità di nuovi New Deal dovrebbe riflettere su due fatti:

1 – L’unico vero successo del New Deal fu di immagine, o di marketing se preferite, cioè far credere che abbia funzionato, cosa non vera.

2 – Tornare a quel modello sarebbe in effetti un successo, sapete perché? Perché all’epoca lo Stato pesava molto meno di oggi! Sia in Europa che negli Stati Uniti.

In realtà è lo stesso sviluppo tecnologico ed economico a consentire l’espansione della spesa pubblica. Oggi un lavoratore italiano lavora fino al 24 giugno per lo Stato e poi per sé e la propria famiglia. Nei tempi antichi i signori non potevano pretendere tanto dai propri sudditi e servi perché altrimenti li avrebbero condannati a morire di fame. I compenso i signori erano pochi e i servi tanti, quindi i padroni potevano contare comunque su ottime entrate, oggi la platea di coloro che vivono di spesa pubblica è molto più estesa e questo pone problemi di riforma ben maggiori.

Detto ciò i gusti individuali sono insindacabili. Comprendo bene che si possa desiderare un ruolo ancora maggiore dello Stato a prescindere da qualunque controindicazione, magari arrivando fino all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e stipendi uguali per tutti. Legittimo desiderarlo, auspicabile però trovare nuovi mezzi, nuove idee per conseguire il fine. Rimanere ancorati alle partecipazioni statali pentapartitiche, all’IRI fascista, ai soviet, alla lotta di classe di ottocentesca memoria, come ispirazioni per il ruolo dello Stato nell’economia nel XXI secolo, mi sembra una mancanza sconcertante di idee innovative.

lunedì 16 gennaio 2012

La vera colpa delle agenzie di rating

Dallo scoppio della crisi si fa un gran parlare delle agenzie di rating, ma di tutte le accuse che vengono mosse a Standard & Poor’s e simili, manca la più importante: non aver fatto l’abbassamento del rating prima e con prima intendo anni fa. Molti economisti denunciavano l’insostenibilità dei debiti e del sistema finanziario, eppure le agenzie di rating confermavano l’affidabilità assoluta degli emittenti. L’hanno fatto per incapacità o per interesse? Probabilmente per entrambe le ragioni. Sia come sia, non sono state in grado di fare il proprio lavoro, così come ampiamente dimostrato in passato (caso Lehman Brothers su tutti), declassare oggi è come fare un pronostico su una partita durante i minuti di recupero: sono capaci tutti e ci si azzecca quasi sempre.

Queste agenzie operano in regime di oligopolio, sancito talvolta dalla legge, operano in conflitto di interessi, perché non possono essere chiaramente indipendenti da coloro che ne sono proprietari e arrivano sempre in ritardo. Però tutto ciò non può essere una scusa per dire che i paesi dell’euro meritino voti migliori! Si può affermare semmai che i voti riferiti ad altri sono ancora troppo generosi.

C’è un altro aspetto dell’ultimo declassamento che non viene colto: potrebbe anche essere un segnale che il peggio è passato. Supponiamo che chi può influenzare i rating, in questi mesi si sia alleggerito il portafoglio titoli vendendo bond italiani, spagnoli, francesi. Se questi grandi investitori ritengono che tutto sommato non si arriverà al default, quale mossa migliore che un doppio declassamento per ricomprarsi i titoli a prezzo più basso e (in tempi di tassi vicini allo zero!) incamerare ricche cedole.

E’ una ricostruzione di fantasia, ma più logica di tanti improbabili complotti che si celerebbero dietro la crisi. I ricchi e potenti hanno uno scopo principale: guadagnare. Altre finalità, come distruggere l’Euro o cambiare governi sono tuttalpiù effetti collaterali, magari a volte graditi e auspicati, ma sui quali non credo qualcuno sia disposto a rischiare il proprio (ingente) patrimonio.

Intendiamoci, è ovvio che i complotti esistano, ma di solito operano cogliendo le occasioni che si presentano. Sicuramente il governo Berlusconi dava fastidio a qualcuno, ma pensare che si possa creare dal nulla la crisi finanziaria o la rivolta libica per abbatterlo non è credibile, che si sia approfittato degli eventi per dargli una spinta, fa parte del gioco.

Viene spesso riportata la Rivoluzione Arancione come esempio di rivoluzione creata a tavolino, ma le Rivoluzioni non si creano a tavolino, ci devono essere delle precondizioni e poi si possono appoggiare, incoraggiare, alimentare ma non inventare.

Comunque, complotti o no, le agenzie di rating non sono credibili. Purtroppo, i politici che le criticano, nemmeno.

venerdì 13 gennaio 2012

La sovrapproduzione (di minchiate) all'origine della crisi


La crisi che stiamo vivendo viene interpretata da ciascuno secondo il proprio credo, per cui ci troviamo di fronte a spiegazioni tra loro opposte: ad esempio c’è chi dice che quando le Banche Centrali obbedivano alla politica e stampavano soldi a tutto spiano le cose andavano meglio, c’è chi dice che proprio l’abuso nell’offerta di moneta abbia generato la crisi (io propendo più per la seconda ipotesi ma non è di questo che tratto oggi). C’è chi invece si concentra sugli aspetti produttivi e quindi afferma che la scarsità delle risorse sta alla base del declino, chi invece afferma che la crisi nasce perché si produce troppo. Mi voglio soffermare su quest’ultimo aspetto. Produrre troppo è un concetto vago: che cosa significa troppo? Che nessuno vuole un certo prodotto o che il prodotto è troppo caro e quindi non lo si può comprare? In ogni caso se c’è un eccesso di produzione vuol dire che ci sono stati investimenti sbagliati e questo è insito nella natura del capitalismo: c’è chi azzecca le previsioni e chi no. Piuttosto sono discutibili le cure che di solito vengono consigliate in questi casi.

Faccio un esempio concreto: apro una macelleria, ma lo stesso giorno tutti, eccetto uno, diventano vegetariani. C’è una sovrapproduzione di carne, a questo punto devo cambiare e vendere zucchine fritte, a meno che l’unico mangiatore di carne non sia un riccone ed allora posso provare a far diventare la carne un bene di lusso e vendere le fettine al prezzo di un Cartier. Se però lo Stato mi incentiva a tenere aperto, la sovrapproduzione continua. E’ quello che accade nel settore dell’automobile. L’intervento dello Stato è come l’irrigazione del deserto, se il flusso si interrompe la pianta muore. C’è anche un altro problema: le risorse che eroga sono prese da un’altra parte, che viene impoverita. In pratica si penalizza ciò che funziona e si perpetua quello che non funziona.

Questa ricetta che potremmo chiamare Keynesiana (o se preferite del “dai la cera togli la cera”) cerca di rimediare alla presunta carenza di consumi (peraltro dovrei essere io a decidere quando cambiare macchina e non il Ministero dello Sviluppo) “stimolandoli” in vario modo. Ma paradossalmente quando lo Stato esce dai propri compiti naturali ed interviene nell’economia induce sistematicamente sovrapproduzione perché fornisce beni e servizi non richiesti e dei quali non si sa quale sia il reale livello di domanda.

Un’altra ricetta era molto in voga negli anni passati ma ha ancora molti estimatori ed è la soluzione di Marx. Lui si concentra non tanto sui consumatori, quanto sui produttori, i quali non sanno prevedere correttamente il futuro e quindi creano le crisi economiche. Su questo potrei anche essere d’accordo, solo che la sua soluzione non mi convince molto. In pratica si dovrebbe fare così: un gruppo di persone molto dotate, chiamate avanguardia, oppure dirigenti del partito dei proletari, o con altri sinonimi del genere, sono così bravi che riescono a decidere meglio degli imprenditori cosa e quanto produrre, così non ci sono più crisi.

Non mi convincono due cose: se uno è così bravo a indovinare il futuro potrebbe fare direttamente l’imprenditore di successo e diventare ricco (e poi siccome è comunista divide con gli altri tutto quello che ha guadagnato). In questo modo non perde tempo a discutere con gli altri dell’ufficio politico, che magari non sono tutti geniali come lui.

L’altra cosa che non mi convince è questa: i personaggi superdotati dell’ufficio politico sanno che cosa è bene per tutta la popolazione e provvedono a soddisfarla, ma se per ipotesi sbagliassero qualcosa? Chi glielo dice, chi li fa smettere? Cioè: il macellaio di cui sopra deve cambiare mestiere altrimenti muore di fame, questi invece anche se sbagliano possono tranquillamente andare avanti, soprattutto se, assieme a tutte le attività economiche, queste supermenti collettiviste controllano anche polizia, esercito, sistema giudiziario…. In pratica: se alzi la mano e dici: ehi, secondo me si dovrebbe fare in un altro modo e ti becchi una pallottola….

Insomma la sovrapproduzione ha delle responsabilità nella crisi attuale, ma più che la sovrapproduzione di beni, la sovrapproduzione di idee contorte e convinzioni che non reggono alla prova dei fatti.

sabato 31 dicembre 2011

Dal Passo dei Ghiffi al Passo dell'Incisa












Dal Passo dei Ghiffi al Passo dell'Incisa, una delle zone più frequentate dell'Alta Via dei Monti Liguri. Qualche foto in sequenza del percorso dell'andata e del ritorno. Nelle ultime due si vede il Lago di Giacopiane da due prospettive diverse, a circa un'ora di cammino l'una dall'altra. Il percorso è ben segnalato con numerosissimi segnali, la possibilità più concreta di sbagliarsi è all'incrocio con il sentiero che va verso Santa Maria del Taro, in quanto i cartelli (non ben fissati al palo) risultano invertiti (dal vento o da qualche buontempone?), comunque ora sono di nuovo al posto giusto e in ogni caso proveniendo dal passo dei Ghiffi per andare verso l'Incisa e il Penna si deve proseguire verso sinistra.

lunedì 5 dicembre 2011

Cosa non ha capito Monti, una tassa in più, un cantiere in meno.


Coincidenza significativa, nel giorno in cui si annunciano nuove tasse sulle barche, fallisce l’ennesimo cantiere navale.

La nautica italiana, letteralmente massacrata dalla crisi, ha visto la chiusura in questi anni di moltissimi cantieri, alcuni dei quali marchi storici, con il relativo corollario di posti di lavoro persi, fornitori non pagati, ripercussioni sull’indotto. Per fortuna del fisco le case non si muovono, invece per sua sfortuna le barche sì. Pensare di tassare un bene che può essere agevolmente spostato in qualunque porto del Mediterraneo, dove viene accolto a braccia aperte e immatricolato senza alcun problema, è un’idea infantile.

La crisi della nautica in qualche modo è esemplare per descrivere la crisi finanziaria attuale: leasing per tutti, si compra a rate, ci si indebita per comprare la barca ed allora nascono nuovi cantieri come funghi, un caso classico di cattivi investimenti indotti da una politica creditizia espansiva. Poi i primi problemi ed una produzione troppo grande per essere assorbita, i clienti hanno problemi, le banche che hanno concesso i leasing si trovano piene di barche che non riescono a rivendere (un po’ come quelle americane sono piene di case).

Da questa tassa sul lusso non si ricaverà granché, anzi è probabile che lo Stato perderà introiti. Ma sicuramente Monti questo lo sa bene, però doveva concedere qualcosa a quei partiti che avevano abolito lo “scalone” e ora si trovano a dover approvare una manovra sulle pensioni che fa impallidire tutte quelle precedenti.

Quello che il Governo Monti non ha capito è che la situazione economica italiana è così deteriorata che la sua cura rischia di ucciderla. Durante la conferenza stampa ha detto che ha più importanza la qualità che la quantità della tassazione. E qui sbaglia. Sono d’accordo con lui che le tasse sulle imprese e il lavoro sono quelle più recessive e difatti ha cercato di limare l’impatto negativo dell’IRAP, su questo non si può che approvarlo. Ma la quantità è molto più importante della qualità. Se lo Stato si prende metà del mio reddito, che lo faccia direttamente in busta paga, che lo faccia con l’IVA sulla pizza che mangio o sulla casa che abito, sempre metà si sempre. E se questa metà è insostenibile, il Paese si impoverisce. Non si può tacere nemmeno la colossale iniquità del blocco della rivalutazione delle pensioni, illustrando la manovra, persino il ministro Fornero si è messa a piangere arrivando a questo punto . Non dico che non si potesse fare, anzi l’intervento sulle pensioni era inevitabile, siamo in emergenza, tutti dobbiamo dare, d’accordo. Ma allora si deve tener conto di chi ha già dato e chi no. Uno lavora 35 anni in fabbrica e gli blocchi la pensione? Allora in proporzione devi prendere di più a chi ha lavorato la metà di quel tempo. Inoltre non è la stessa cosa essere bloccati a 1100 euro al mese o a 5000 euro al mese.

Sono anni che, controvoglia, vado gufando su questo blog. I fatti, purtroppo mi hanno dato ragione, la crisi è peggiorata di mese in mese. Sono un ottimista di natura e sono veramente stufo di prevedere il peggio. Spero solo che i mancati tagli alla spesa pubblica siano dovuti al poco tempo a disposizione avuto dal Governo. Altrimenti le lacrime versate e l’ennesimo sangue che verrà succhiato al contribuente non salveranno lo Stato-vampiro dal fallimento.


mercoledì 30 novembre 2011

Uscire dalla crisi con gli euro della BCE

Sovranità monetaria, prestatore di ultima istanza, eurobond… le ricette per curare l’economia malata rimbalzano freneticamente da un dibattito all’altro.

PREMESSO CHE

Non esiste un modo gratis di uscire dalla crisi, si dovrebbe scegliere il modo più veloce, perché arrivati a questo punto non affrontare i nodi della questione allunga solo l’agonia, moltiplicando i danni

La monetizzazione del debito è un furto legalizzato, che impoverisce tutti. Quindi invocare il fatto che la BCE possa prestare quantità illimitate di denaro semplicemente creandolo, è uno dei modi di risolvere la questione, ma non è indolore, inoltre è ingiusta perché fa pagare indiscriminatamente, anche i cittadini di quei paesi che sono stati meno spreconi

CONSTATATO CHE

La BCE ha già acquistato quantità imponenti di Titoli di Stato italiani e di altri paesi, quindi in pratica ha già fatto quello che le si chiede, lo ha fatto sul mercato secondario, cosa che ne limita l’efficacia rispetto ad una sottoscrizione diretta, comunque è evidente che senza questi interventi alcuni Stati sarebbero già falliti

Anche la Germania ha incontrato difficoltà a trovare compratori per i propri bund; questo significa che loro sono i primi della classe solo perché stanno in una classe di asini, ma non sono immuni dall’aver abusato dell’indebitamento pubblico. Alla luce di questo è chiaro che c’è una ragione in più per dubitare che gli eurobond siano una soluzione: due zoppi che si mettono insieme non fanno uno sano.

Non c’è alcuna ragione di credere che l’unione fiscale e politica dei paesi dell’Euro, avrebbe evitato la crisi. Chi ci assicura che un unico governo non avrebbe abusato della spesa pubblica espandendola oltre il tollerabile? Chi ci dice che il debito sarebbe minore? Ci siamo già dimenticati che Francia e Germania, che dovevano essere i più virtuosi, violarono i limiti di deficit che tutti avevano promesso di rispettare a Maastricht? Del resto gli Stati Uniti d’America hanno l’unione politica, la Federal Reserve è prestatore illimitato di ultima istanza, stampa dollari a ritmo forsennato da più di un decennio e questo non li ha salvati, anzi sono stati epicentro e l’origine della crisi.

DETTO QUESTO

in effetti SI PUO’ USCIRE DALLA CRISI dicendo: cara BCE, crea nuovi euro con i quali sottoscrivere i debiti pubblici e non far fallire gli Stati. Ma è un’uscita duratura solo se in cambio di questo sacrificio collettivo dei cittadini europei, ci sarà l’impegno della politica ad abbandonare la bulimia dei bilanci pubblici (chiamatelo se volete pareggio di bilancio e limiti all’indebitamento) ed a prelevare per i propri scopi una quantità ragionevole di soldi dalle tasche dei cittadini, (chiamatelo se volete limite alla pressione fiscale). In questo modo si potrebbe anche evitare l’azzeramento dei tassi di interesse che danneggia il risparmio, già duramente colpito in ogni sua forma e stimola ulteriore indebitamento “facile”, fonte di futuri guai.

Dovrebbe essere un intervento limitato per far rientrare l’emergenza, escludendo qualsiasi ruolo futuro della BCE come creditore infinito di ultima istanza o panacee del genere che invece si rivelano sempre frutti avvelenati.

Più che una soluzione della crisi è un puntello per evitare nuovi crolli. Ricordo che quando frequentavo l’Università, alcune parti dell’edificio, avevano i ponteggi all’interno, per evitare che scale e pianerottoli crollassero, ecco un intervento come quello prospettato sarebbe una soluzione del genere, invece per risolvere definitivamente il problema, nel caso dell’edificio avranno dovuto fare una bella ristrutturazione, nel caso dell’Europa ci vorrebbe una bella costituzione monetaria cui vincolare la BCE, rivedere la formazione dei tassi di interesse, i meccanismi del mercato finanziario, agenzie di rating, governance aziendali ecc. ma intanto si ferma l’agonia.

Certo le promesse dei politici valgono quello che valgono, perché alla fine chi spende i propri soldi di solito è oculato, chi spende quelli degli altri lo è meno, quindi prima di tutto dovrebbe cambiare la mentalità comune per cui le persone preferiscono restare bambini che delegano ad un’autorità superiore (lo Stato) aspetti sempre maggiori della propria esistenza, snaturando la funzione stessa dello Stato.

PER CONCLUDERE: se hai una cancrena puoi prendere un anestetico e certamente per un po’ ti aiuta, ma se non amputi, muori. Quindi l’intervento della Banca Centrale insieme con un’azione concertata di questo tipo può dare dei risultati, altrimenti il suo intervento sarà inutile e sarà solo la premessa per futuri squilibri.

giovedì 17 novembre 2011

Governo che va Governo che viene. Bufale che ci lasciano altre che arrivano

Come sempre la vita politica italiana, anche nelle sue ore più difficili, è accompagnata da discussioni pubbliche, slogan e idee talmente improbabili da risultare ridicole.
Il tramonto di Berlusconi e il sorgere del nuovo sol dell’avvenire, incarnato questa volta dal professore moderatamente liberale Monti, non fa eccezione.

BUFALE CHE VANNO E RELATIVI COROLLARI:

BUFALA SPREAD: l’hanno già fatto notare in molti, governo nuovo spread vecchio. E’ ovvio che ormai per riguadagnare la fiducia di ricchi speculatori e poveri risparmiatori le chiacchere non bastano, ci vorranno fatti e numeri concreti e pesanti. Ma questo è il meno, c’è un’altra cosa che nessuno sottolinea: nei primi anni di Governo lo spread era intorno ai 200 punti e a nessuno veniva in mente che, forse, era comunque un buon obiettivo cercare di ridurlo. 200 punti significano negli anni decine di miliardi di euro di interessi che si pagano in più rispetto ai tedeschi e non è per disposizione divina che i tedeschi pagano meno. Ma in quell’epoca, che oggi sembra già così lontana, l’emergenza italiana erano le feste di Arcore. Poi vennero le elezioni a Milano, Napoli e i referendum e si capì che la maggioranza scricchiolava e non avrebbe avuto la forza (semmai ne abbia mai avuto la volontà) di fare nulla in più dell’ordinaria amministrazione. Ma quello che serve adesso purtroppo non è ordinario.

PARLAMENTO DI NOMINATI: sono ormai un po’ di anni che la legge elettorale viene additata come l’origine di tutti i mali. La legge non è il massimo, vero, peccato che questi parlamentari nominati e non eletti si siano dimostrato tutt’altro che asserviti ai segretari di partito, anzi sono stati i più infedeli della storia repubblicana! La cosa più triste è che riesce difficile ricordare una motivazione concreta che spinge questi transfughi, tipo: “metti l’IVA al 21%, addio questo è troppo”. No, si parla di “riunire le forze migliori”, “cambiare passo”, “nuove formule”: è il vecchio politichese dell’aria fritta che aleggia sul palazzo a condire queste scelte di vita.

COROLLARIO 1: A SINISTRA SE LE RACCONTANO E SE LE CREDONO. Francamente non ho alcuna avversione preventiva per gli elettori di sinistra, sono persone che la pensano diversamente e va bene, però c’è un tratto distintivo di alcuni di loro che è abbastanza sconcertante e cioè che ci credono veramente. Intendo a tutte quelle cose che i vari capipopolo dispensano a piene mani dai canali tv e dalle pagine di Repubblica o del Fatto. Le due bufale di cui sopra sono solo le ultime di un lunghissimo elenco che parte dal dopoguerra a oggi, dai dittatori sanguinari beatificati, ai salari come variabili indipendenti; se ne sono sentite tante, più o meno credibili quanto il fatto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, però spacciate come verità assolute. Ma come fanno ad evitare un po’ di autocritica e ripartire a testa bassa con le nuove crociate? Semplice: con l’amnesia selettiva.

COROLLARIO 2: L’AMNESIA SELETTIVA. Con questo meccanismo psicologico è possibile andare avanti come se nulla fosse e quindi, ad esempio, diventare strenui difensori del tricolore, oppure considerare i mercati finanziari il giusto faro per giudicare l’operato di un governo, oppure, come oggi, plaudire alla nascita di un governo cattomassonico. Sia ben chiaro: non ho nulla contro il Vaticano e ancor meno contro la massoneria, trovo comico che coloro che li hanno additati per anni come i nemici pubblici da abbattere li accolgano adesso acriticamente come i salvatori della Patria. Semmai sarebbe interessante approfondire questa tendenza italica ai matrimoni impossibili: cattocomunismo, convergenze parallele, maoisti miliardari…

BUFALE FUTURE.
Cosa ci riserva il futuro? Non ho la sfera magica, però se Monti vuole salvare lo Stato dal fallimento dovrà presentare dei provvedimenti che se li presentasse Berlusconi si scatenerebbe il finimondo. Agirà ancora una volta l’amnesia selettiva? Forse quelli che sono andati a festeggiare in piazza le dimissioni di Berlusconi inneggeranno alla finanziaria Monti-Napolitano? Difficile dirlo, ma qualche nuova bufala riempirà il vuoto delle vecchie.

CONCLUSIONI E AUGURI AL NUOVO GOVERNO.
Visti i sondaggi che girano, al PDL avranno ben pensato che non sarebbe stato molto saggio andare ad elezioni, più sorprendente che Bersani le abbia escluse da subito, forse non ha ancora deciso con chi allearsi, comunque il nuovo Governo è nato. Al di là della fiducia che può ispirare e a me non ne ispira molta, qui si giudica dai fatti. Il suo destino è in mano al Parlamento, come vuole la sacra Costituzione , e questa è una bella spada di Damocle. Le cose da fare per raddrizzare la baracca le sappiamo più o meno tutti, dal fruttivendolo fino al rettore della Bocconi, appunto. Farle fino ad oggi si rivelato praticamente impossibile. Auguri.

giovedì 3 novembre 2011

Persone da ricordare: Merian C. Cooper

Merian Caldwell Cooper è stato un regista, un soldato, un esploratore, un avventuriero, una persona che ha vissuto una vita sempre alla ricerca di sfide difficili e di nuove frontiere.
Nasce il 24 ottobre del 1893 negli Stati Uniti; a 19 anni entra all’accademia navale, ma la marina militare non fa per lui o forse non è ancora maturo per la divisa, così la lascia per navigare sui mercantili, il suo rapporto con le forze armate però riprende nel 1916 quando si arruola nella Guardia Nazionale della Georgia. Inizialmente viene mandato in Messico a dare la caccia a Pancho Villa, ma poi lo scoppio della Prima Guerra Mondiale lo porta in Europa, dove serve come aviatore, finendo catturato dai Tedeschi. Con il termine della guerra finisce anche il suo periodo di detenzione, ma la brutta esperienza non l’ha piegato, infatti nel 1919 partecipa come volontario alla difesa della Polonia, che era stata invasa dall’Unione Sovietica, in quanto i bolscevichi appena preso il potere a Mosca cercano immediatamente di espandersi con le armi verso occidente. Cooper organizza lo squadrone aereo “Kosciuszko” e partecipa attivamente a molte missioni aeree fino a quando viene abbattuto. Dopo 9 mesi di prigionia riesce a evadere e percorrendo 800 kilometri da fuggitivo ripara in Lettonia. Viene decorato con il più alto riconoscimento polacco, ma per lui è il momento di cambiare genere e misurarsi con nuove attività. Inizia una carriera di regista di documentari, seguendo i nomadi Bakthiari in Persia, poi ambientandone un altro nella giungla del Siam. Lo troviamo in africa nel 1929 a dirigere il film “Le quattro piume” e così via, in giro per il mondo.
Il grande successo a Hollywood arriva nel 1933 con il film “King Kong” che apre la strada a molti filoni cinematografici, nonché ispiratore di tutti i grandi maestri degli effetti speciali. Cooper ne è l’ideatore, produttore e regista, insieme all’amico e compagno di avventure Ernest Schoedsack.
Come produttore la sua carriera è molto ricca e darà vita, tra l’altro, ad una fruttuosa collaborazione con il mitico John Ford.
Durante la seconda Guerra Mondiale si arruola nuovamente nell’aviazione dove presta servizio in Cina, come capo di stato maggiore di un altro grande personaggio, il generale Claire Lee Chennault .
Merian C. Cooper ha combattuto per la libertà, ma non si vendono magliette con la sua faccia, il suo nome è sconosciuto ai più, ma io voglio ricordarlo, aspettando che qualcuno, da qualche parte, della sua vita straordinaria voglia farci un bel film. Quello sarebbe un bel modo, penso anche a lui gradito e sicuramente appropriato, di ricordarlo.

venerdì 28 ottobre 2011

Otel Bruni di Valerio Massimo Manfredi

In un commento al post dedicato a Valerio Massimo Manfredi mi era stato consigliato Otel Bruni e in questo inizio autunno ho dato retta al consiglio, devo dire che è stato un buon consiglio. Trovo che sia un romanzo diverso dagli altri scritti da Manfredi, non soltanto per l’ambientazione contemporanea, ma soprattutto per le atmosfere. L’autore in effetti, pur essendo famoso per i romanzi storici, spesso intreccia trame tra passato e presente, come ad esempio ne “Il faraone delle sabbie”, però non è quello che lo caratterizza e l’ho sempre trovato più coinvolgente e interessante quando l’azione si sposta nell’antichità. Invece in Otel Bruni dimostra uno stile che ho apprezzato molto e che risulta particolarmente azzeccato nel contesto delle vicende narrate. E’ la storia di una famiglia contadina emiliana durante la prima metà del secolo appena finito, le vicende dei vari componenti procedono parallelamente, intrecciando vita comune con i grandi sconvolgimenti del periodo. Infatti gli eventi drammatici dell’epoca toccano da vicino i la famiglia. L’autore mi è sembrato estremamente attento a misurare le parole, quasi a pesarle una per una, per rendere con chiarezza il proprio pensiero sui temi delicati che di volta in volta si affacciano nella trama: guerra, fascismo, resistenza. Da quello che capisco i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, a partire dal capostipite, che dovrebbe essere il bisnonno dell’autore e anche questo deve aver contribuito a quel tocco di delicatezza in più presente in questo libro, rispetto agli altri dove i sentimenti e le emozioni dominanti sono altri.

domenica 16 ottobre 2011

Indignati sì, illusi no, attenti il Governo vi darà quello che cercate.

La crisi non la paghiamo noi! Questa è l’idea che esprime la posizione degli indignati nei confronti di varie istituzioni, sistema finanziario, politica. Bisognerebbe spiegare chi deve pagarla e come. Purtroppo non c’è modo di evitare che questa crisi coinvolga tutti: è come avere un braccio incastrato in un enorme ingranaggio, se non fai niente muori dissanguato, puoi smontare il macchinario e tenerti il braccio maciullato, oppure puoi amputare, ma NON C’È UN MODO INDOLORE DI USCIRE DALLA SITUAZIONE. Anch’io sono indignato per il fatto di trovarmi una montagna di debito sulla testa che non ho contribuito a creare, ma non sono così stupido da pensare che ci sia un modo di non subire le conseguenze di questa situazione. Vogliono il default? Lo vogliono selettivo? Cioè, magari evitiamo di rimborsare i sottoscrittori stranieri e i ricchi italiani… uhm e secondo voi all’asta successiva si riesce tranquillamente a rinnovare lo stock in scadenza? I piccoli risparmiatori accorreranno, come se niente fosse, per accaparrarsi i titoli di nuova emissione? Ma NEMMENO NEL MONDO DEI PUFFI SI CREDEREBBE A UNA TALE INFANTILE ILLUSIONE. Intendiamoci questo è uno dei modi per uscirne, ma l’effetto a cascata toccherà tutti. Da un certo punto di vista ha un senso, soprattutto per quelli della mia generazione, in fondo NOI ORMAI SIAMO STATI FREGATI: dal lavoro senza mercato, dallo stato asociale, dai sindacati dei non lavoratori, dai pensionati bebè, da quelli che in passato hanno ricevuto redditi che non hanno prodotto, quindi prendiamo tutte le mazzate restanti in una volta sola e i nostri figli potrebbero vivere in un’Italia migliore. Non noi, però.
La crisi finanziaria globale è il conto da pagare per decenni di politiche monetarie e fiscali sbagliate. C’è di buono che si sta facendo strada un po’ ovunque la consapevolezza che anche gli Stati devono seguire le regole del buon padre di famiglia: spendo quello che ho. Ma i debiti accumulati pesano come un macigno e prima che le cose possano andare meglio, i debiti dovranno essere ancora “digeriti”, quindi il mal di stomaco proseguirà ancora parecchio. Default o non default. Non ci sono invece segnali di ripensamento circa il sistema monetario e finanziario e questo porterà facilmente a nuove bolle e nuovi squilibri.
Ma veniamo a noi: il Parlamento italiano si è convertito al rigore di bilancio puntando decisamente al pareggio, peccato che il modo scelto sia decisamente controproducente. Purtroppo TREMONTI RITIENE CHE IN ECONOMIA DUE PIÙ DUE FACCIA QUATTRO, ma l’economia non è ragioneria, né tantomeno matematica. Tremonti pensa che sia sufficiente alzare un’aliquota per aumentare proporzionalmente il gettito e tappare il buco di bilancio, cioè ad esempio se con l’IVA al 20% ricavo 200 miliardi la alzo al 21% e ricavo 210 miliardi, ma la realtà non funziona così.
Ad ogni azione c’è una reazione, aumentare l’imposizione fiscale scoraggia gli investimenti, diminuisce il potere di acquisto, in definitiva è un ostacolo alla creazione di ricchezza.
Ispiriamoci alla metafora di un grande politico: il cavallo robusto che tira un carro pesante; il cavallo trasporta 10 tonnellate in 20 viaggi, il padrone ne vuole di più e ad ogni viaggio gli carica altri 100 kilogrammi, se il cavallo è già al limite delle sue capacità, rallenterà il passo, farà meno viaggi, il padrone non conseguirà il risultato che sperava. Insomma con una pressione fiscale vicina al 50% l’Italia non può che trascinarsi stancamente in un declino che non farà aumentare il gettito e renderà il pareggio di bilancio una chimera irraggiungibile. Anche perché si tratta di ulteriori risorse drenate dal sistema produttivo e messe in una macchina, lo Stato, che produce molto meno o in molti casi nulla. Qualche attività in difficoltà chiuderà, chi potrà andrà all’estero ed ognuno di questi fenomeni ha un effetto a cascata, perché riduce i consumi e quindi i ricavi di altre imprese.
Tremonti fa lo stesso errore di quei giornalisti che si improvvisano economisti e cavano dal cilindro le proprie soluzioni alla crisi: “DOVE SONO FINITI I SOLDI? Se qualcuno li ha spesi qualcun altro li ha incassati, se c’è un debito c’è un credito e così via….” Non sanno che esistono gli investimenti sbagliati, che non producono ricchezza, la carta che gira chiamata soldi è sempre quella, ma quello che ci si scambia è meno, siamo più poveri. A meno che questi giornalisti, indignati e compagnia bella non pensino che al posto del pane si può mangiare la carta (o le brioches…). Insomma gli indignati chiedono il default e grazie al Governo forse ci arriveremo, con il prossimo idem (solo più velocemente), chissà se ci avevano pensato?

martedì 26 luglio 2011

Un giorno di ordinaria follia in Norvegia.

Anders Breivik sconvolge la vita della Norvegia uccidendo decine di giovani inermi e giustifica il suo gesto invocando idee e principi che in buona parte condivido. Per questa ragione la strage mi tocca particolarmente e mi chiedo: la differenza tra noi due è solamente il fatto che lui è pazzo e io no? In generale, chi uccide un’altra persona ha qualche patologia comportamentale, oltretutto con il suo gesto non solo ha distrutto la propria vita e quella della propria famiglia, ma ha danneggiato enormemente quelle cause che sostiene di voler difendere. Forse aveva bisogno di una causa qualunque per mettere in pratica la propria ossessione omicida, in ogni caso c’è una differenza precisa e profonda in più e riguarda lo scopo profondo della difesa della Civiltà Occidentale. E’ qualcosa che va al di là del generico rifiuto dell’uso della violenza e del rispetto della vita umana, che pure sono una base sicura cui appoggiare il proprio modus operandi.
Ciò che Breivik non ha compreso è un’altra cosa: la nostra civiltà, faticosamente, nei secoli ha conquistato dei principi che non possono essere negati senza uccidere la civiltà stessa. Non c’è peggiore sconfitta che trasformarsi nel nemico, usare i suoi metodi terroristici significa rinunciare ai propri. Difendere l’Occidente significa combattere per non diventare così: spietati, disumani, estremisti. Se il prezzo da pagare per salvare la libertà è compiere la strage degli innocenti, allora questo prezzo non può essere pagato. Le civiltà a volte scompaiono, meglio scomparire con dignità che diventare come quelli che giustificano l’omicidio di bambini, meglio scomparire che diventare come quelli che deridono il dolore di un padre che da anni non ha notizia del proprio figlio prigioniero.
Achille dopo il furore, l’odio, la vendetta, riconsegna il corpo di Ettore a Priamo, perché anche con il nemico ci sono limiti che non vanno superati. Questa è la vera differenza tra lui e me.
C’è una differenza anche tra questo uomo delirante che compie una strage, in paese tranquillo, in un paese che ci immaginiamo sicuro e i deliranti terroristi del nostro più inquieto paese. Quell’uomo diventato mostro, assassino, criminale, verrà esecrato in ogni modo, con la stessa intransigenza che deve essere mostrata con tutti i terroristi; mentre con quelli di casa nostra troppo spesso viene praticata un’indulgenza pelosa. Ex terroristi vengono trattati da opinionisti, sarebbero ragazzi che hanno sbagliato e invece non è così: l’unica differenza con lui, è che loro avevano solo meno cartucce.

venerdì 22 luglio 2011

Abbiamo salvato la Grecia. Noi chi?

La Grecia non può pagare i suoi debiti e bisogna decidere chi deve pagare, perché non so se è chiaro a tutti ma alla fine qualcuno paga, sempre e comunque, volente o nolente.

Allora vediamo:
- se pagano quelli che hanno investito nei titoli greci lo chiamano FALLIMENTO,
- se invece paghiamo noi poveri cristi di contribuenti europei lo chiamano SALVATAGGIO.

Curioso fenomeno di pregiudizio antipopolare. Mi ricorda un po’ quando i politici sperperano i soldi dei contribuenti ampliando il peso dello Stato a dismisura e la crisi che ne consegue la chiamano crisi del mercato. Quale mercato? Quale capitalismo? Qui siamo al capolinea del dirigismo ma torniamo alla cronaca fresca di giornata.
I titoli trionfalistici che sprizzano ottimismo sul salvataggio greco evitano di dire che non è stato lanciato un salvagente, ma che stanno buttando dei soldi. I nostri. Mi si potrebbe obiettare: ma i poveri greci se pagano il 20% di interessi non ce la faranno mai. Quindi siccome nessuno è disposto a rischiare i propri soldi, allora prendono i nostri soldi (ma più che altro i soldi dei tedeschi…) e ci obbligano a prestarli ad un più abbordabile 3,5%.... E’ sempre così: con i soldi degli altri siamo tutti molto buoni, generosi e solidali. Soprattutto se si perseguono grandi disegni e alti fini, che anche in questo caso non mancano: con la Grecia salviamo l’Euro e addirittura l’Europa. Per la cronaca specifichiamo che:

- se la Grecia fallisce non è obbligata a uscire dall’Euro

- se la Grecia esce dall’Euro, la moneta unica e l’Europa possono continuare come prima

- se anche tutti gli Stati dell’Eurozona falliscono questo non implica che si debba rinunciare alla moneta unica, la moneta unica esiste con gli Stati indebitati, può esistere (molto meglio) anche con gli Stati che azzerano il proprio debito

Per inciso: non faccio il tifo per i default, solo che se non si cambia il sistema finanziario e gli Stati non smettono di indebitarsi, il default (o l’inflazione) sono le uniche vie d’uscita e siccome non ho Titoli di Stato ma faccio la spesa, se proprio devo scegliere a livello personale mi conviene il default.
Comunque va bene, dico io, facciamo pure così come hanno deciso i capi di Stato dell’Eurozona, tanto ci siamo promessi che ora basta si volta pagina, basta deficit. Però queste cose le abbiamo già sentite tanti anni fa, i politici sottoscrissero un patto del genere e poi non lo hanno rispettato.

Inoltre non è per essere scettico a tutti i costi ma nel maggio 2010 i giornali titolavano: varato piano di salvataggio da 100 miliardi! Se dopo un anno siamo daccapo mi sembra la prova che questi piani non stanno funzionando molto, anche perché le cause della grande crisi finanziaria che stiamo vivendo sono ancora tutte al loro posto.

La volta scorsa ci ho visto giusto, stavolta spero di essere smentito e non mi lancio in facili previsioni. Piuttosto vorrei che qualche giornalista facesse una semplice domanda a Mario Draghi, prossimo presidente della Banca Centrale Europea: quando i politici verranno a chiederle di emettere euro per acquistare i Titoli di Stato europei che nessuno compra più, lei dottor Draghi risponderà sì o no?

lunedì 11 luglio 2011

Attacchi speculativi, manovre urgenti e Televideo che casca


Televideo casca sull’argomento più importante della giornata: la trattativa tra Obama e la Camera sul debito americano. Secondo la RAI il piano di tagli alla spesa pubblica è di 4 milioni di dollari in 10 anni! In realtà i tagli richiesti dai Repubblicani a Obama sono 4.000 miliardi di dollari… una piccola differenza. Questo confronto tra presidenza e congresso è di capitale importanza per il futuro benessere degli USA e con loro di tutto il mondo libero. Per legge il debito pubblico americano non può superare i 14.300 miliardi di dollari, ormai la cifra è stata raggiunta e Obama chiede di alzare il tetto per evitare il default, ma nelle ultime elezioni molti deputati Repubblicani sono stati eletti con la missione precisa di fermare la spesa pubblica e tengono duro nonostante le pressioni dei media, della FED e di tutti quelli che non hanno ancora capito i danni che produce il debito pubblico.
Notare la differenza: gli elettori repubblicani si sono mobilitati (anche contro i vertici del proprio partito) dando vita al fenomeno dei Tea Party mandando in Parlamento dei rappresentanti intransigenti contro le tasse e la spesa pubblica, in Europa quando si spende nessuno protesta salvo poi inscenare manifestazioni di indignados quando arriva il conto da pagare. In questi decenni il peso dello Stato sulle economie sviluppate è cresciuto costantemente e parimenti sono cresciuti i debiti, sono state spese (quasi sempre sprecate…) le risorse di più generazioni, ma se la battaglia in corso negli USA vedrà prevalere chi si oppone ai deficit infiniti c’è speranza che si possa invertire il trend anche da noi.
Intanto al di qua dell’Atlantico si parla di attacchi speculativi all’Italia, all’Euro, all’Europa, borse che crollano, spread che schizzano. Ma siamo solo all’inizio di una presa di coscienza collettiva: i titoli di Stato non sono sicuri! Non quando rappresentano una montagna di insolvenze, la Grecia è fallita, l’Irlanda è fallita, il Portogallo è fallito, Spagna, Italia, Francia sono fallite o quasi. In Italia la discussione si incrocia con una deludente manovra presentata da Tremonti per raggiungere il pareggio di bilancio nel… 2014, improvvisamente però la manovra è diventata urgente da approvare subito per raggiungere il pareggio… adesso. Ma la manovra era urgente già tre anni fa, anzi era urgente 20 anni fa, scusate ci siamo beatamente addormentati in mezzo a dei binari e adesso il treno ci sta venendo addosso, non era meglio spostarsi prima? Bisognava proprio aspettare l’ultimo istante? E siamo sicuri che la manovra basterà per raggiungere il pareggio? La manovra prevede inasprimenti fiscali che debiliteranno ancora di più un’economia moribonda, nulla consente di pensare che in Italia aumentare le tasse possa far aumentare il gettito fiscale. Ma di cosa ci preoccupiamo in fondo se con 4 milioni di dollari in 10 anni si risolvono le cose negli Stati Uniti d’America in Italia basteranno un po’ di spiccioli….

lunedì 4 luglio 2011

Un anno senza Taricone

Perché ricordare Pietro Taricone ad un anno dalla sua morte? Non per la morte tragica, che spesso rende immortali e sempre giovani coloro che muoiono prematuramente. Di fronte alla morte si prova sempre dolore ed è fin troppo banale che la morte di un personaggio famoso valga quanto quella di ciascuno di noi; ma un personaggio pubblico, volente o nolente, rappresenta qualcosa, porta dei messaggi che raggiungono una moltitudine di persone.
Non è stato un attore da oscar, ma io credo che il personaggio di Pietro Taricone portasse con sé una positività rara tra la moltitudine delle figure che affollano tv e giornali. E per questo meriti di essere ricordato.
Intanto era una figura sana, sportiva, in un mondo dove si associa l’essere VIP con i privè dove ci si chiude a sniffare cocaina; lui provava emozioni vere volando in cielo, lui era ‘o guerriero, ed incarnava con la propria fisicità tutto un modo di essere.
Il suo fisico non era solo una cristalleria da esibizione, ma lo specchio di un uomo di carattere. In quella prima edizione, quando all’interno della “casa” non sapevano la risonanza profonda che avrebbe avuto il programma, Pietro era sempre in azione, sempre su di giri, carico come una molla, ironico e gagliardo, una persona positiva appunto, che spiccava nella tv dei casi umani, dove avere problemi ed essere depressi sembra essere un titolo di merito e non una situazione da superare.
Certo nella casa ha mostrato anche immaturità, quell’immaturità nel rapporto con le donne (da collezionare più che da amare), quell’immaturità fatta di esibizionismo, machismo, esaltazione, presunzione, quell’immaturità giusta in un giovane e che i giovani devono affrontare per poter diventare uomini e Pietro ha dimostrato che si può maturare.
Ha dimostrato anche cosa vuol dire avere carattere: vuol dire essere a proprio agio in tutte le situazioni, dentro la casa, sotto i riflettori, ma anche da soli lontano dal successo.
Forse per intelligente opportunismo, forse perché ne aveva bisogno, una volta uscito dalla “Casa del Grande Fratello” non si è messo in coda a mendicare un’ospitata in qualche trasmissione, dove lo scopo è fingere di litigare sul nulla. Si è preso il proprio tempo, ha percorso la propria strada. Che differenza con tutti questi personaggi maschili e femminili pronti a prostituirsi, insicuri, che seguono il primo viscido pigmalione che incontrano, che ripetono come degli automi la propria parte, o con le star che blandiscono l’opinione pubblica appiattendosi su tutti i luoghi comuni politically correct senza sapere di cosa parlano.
Anche nella vita privata è stato un simbolo che ho apprezzato, ha tenuto insieme la propria famiglia, e non è facile per nessuno, ma a maggior ragione in un ambiente dove ci sono mille trabocchetti e mille tentazioni.
Se n’è andato presto, ma nel poco tempo che ha avuto, ha detto molto; altri e altre possono starci secoli in tv senza riuscire a fare altrettanto.