sabato 31 dicembre 2011

Dal Passo dei Ghiffi al Passo dell'Incisa












Dal Passo dei Ghiffi al Passo dell'Incisa, una delle zone più frequentate dell'Alta Via dei Monti Liguri. Qualche foto in sequenza del percorso dell'andata e del ritorno. Nelle ultime due si vede il Lago di Giacopiane da due prospettive diverse, a circa un'ora di cammino l'una dall'altra. Il percorso è ben segnalato con numerosissimi segnali, la possibilità più concreta di sbagliarsi è all'incrocio con il sentiero che va verso Santa Maria del Taro, in quanto i cartelli (non ben fissati al palo) risultano invertiti (dal vento o da qualche buontempone?), comunque ora sono di nuovo al posto giusto e in ogni caso proveniendo dal passo dei Ghiffi per andare verso l'Incisa e il Penna si deve proseguire verso sinistra.

lunedì 5 dicembre 2011

Cosa non ha capito Monti, una tassa in più, un cantiere in meno.


Coincidenza significativa, nel giorno in cui si annunciano nuove tasse sulle barche, fallisce l’ennesimo cantiere navale.

La nautica italiana, letteralmente massacrata dalla crisi, ha visto la chiusura in questi anni di moltissimi cantieri, alcuni dei quali marchi storici, con il relativo corollario di posti di lavoro persi, fornitori non pagati, ripercussioni sull’indotto. Per fortuna del fisco le case non si muovono, invece per sua sfortuna le barche sì. Pensare di tassare un bene che può essere agevolmente spostato in qualunque porto del Mediterraneo, dove viene accolto a braccia aperte e immatricolato senza alcun problema, è un’idea infantile.

La crisi della nautica in qualche modo è esemplare per descrivere la crisi finanziaria attuale: leasing per tutti, si compra a rate, ci si indebita per comprare la barca ed allora nascono nuovi cantieri come funghi, un caso classico di cattivi investimenti indotti da una politica creditizia espansiva. Poi i primi problemi ed una produzione troppo grande per essere assorbita, i clienti hanno problemi, le banche che hanno concesso i leasing si trovano piene di barche che non riescono a rivendere (un po’ come quelle americane sono piene di case).

Da questa tassa sul lusso non si ricaverà granché, anzi è probabile che lo Stato perderà introiti. Ma sicuramente Monti questo lo sa bene, però doveva concedere qualcosa a quei partiti che avevano abolito lo “scalone” e ora si trovano a dover approvare una manovra sulle pensioni che fa impallidire tutte quelle precedenti.

Quello che il Governo Monti non ha capito è che la situazione economica italiana è così deteriorata che la sua cura rischia di ucciderla. Durante la conferenza stampa ha detto che ha più importanza la qualità che la quantità della tassazione. E qui sbaglia. Sono d’accordo con lui che le tasse sulle imprese e il lavoro sono quelle più recessive e difatti ha cercato di limare l’impatto negativo dell’IRAP, su questo non si può che approvarlo. Ma la quantità è molto più importante della qualità. Se lo Stato si prende metà del mio reddito, che lo faccia direttamente in busta paga, che lo faccia con l’IVA sulla pizza che mangio o sulla casa che abito, sempre metà si sempre. E se questa metà è insostenibile, il Paese si impoverisce. Non si può tacere nemmeno la colossale iniquità del blocco della rivalutazione delle pensioni, illustrando la manovra, persino il ministro Fornero si è messa a piangere arrivando a questo punto . Non dico che non si potesse fare, anzi l’intervento sulle pensioni era inevitabile, siamo in emergenza, tutti dobbiamo dare, d’accordo. Ma allora si deve tener conto di chi ha già dato e chi no. Uno lavora 35 anni in fabbrica e gli blocchi la pensione? Allora in proporzione devi prendere di più a chi ha lavorato la metà di quel tempo. Inoltre non è la stessa cosa essere bloccati a 1100 euro al mese o a 5000 euro al mese.

Sono anni che, controvoglia, vado gufando su questo blog. I fatti, purtroppo mi hanno dato ragione, la crisi è peggiorata di mese in mese. Sono un ottimista di natura e sono veramente stufo di prevedere il peggio. Spero solo che i mancati tagli alla spesa pubblica siano dovuti al poco tempo a disposizione avuto dal Governo. Altrimenti le lacrime versate e l’ennesimo sangue che verrà succhiato al contribuente non salveranno lo Stato-vampiro dal fallimento.


mercoledì 30 novembre 2011

Uscire dalla crisi con gli euro della BCE

Sovranità monetaria, prestatore di ultima istanza, eurobond… le ricette per curare l’economia malata rimbalzano freneticamente da un dibattito all’altro.

PREMESSO CHE

Non esiste un modo gratis di uscire dalla crisi, si dovrebbe scegliere il modo più veloce, perché arrivati a questo punto non affrontare i nodi della questione allunga solo l’agonia, moltiplicando i danni

La monetizzazione del debito è un furto legalizzato, che impoverisce tutti. Quindi invocare il fatto che la BCE possa prestare quantità illimitate di denaro semplicemente creandolo, è uno dei modi di risolvere la questione, ma non è indolore, inoltre è ingiusta perché fa pagare indiscriminatamente, anche i cittadini di quei paesi che sono stati meno spreconi

CONSTATATO CHE

La BCE ha già acquistato quantità imponenti di Titoli di Stato italiani e di altri paesi, quindi in pratica ha già fatto quello che le si chiede, lo ha fatto sul mercato secondario, cosa che ne limita l’efficacia rispetto ad una sottoscrizione diretta, comunque è evidente che senza questi interventi alcuni Stati sarebbero già falliti

Anche la Germania ha incontrato difficoltà a trovare compratori per i propri bund; questo significa che loro sono i primi della classe solo perché stanno in una classe di asini, ma non sono immuni dall’aver abusato dell’indebitamento pubblico. Alla luce di questo è chiaro che c’è una ragione in più per dubitare che gli eurobond siano una soluzione: due zoppi che si mettono insieme non fanno uno sano.

Non c’è alcuna ragione di credere che l’unione fiscale e politica dei paesi dell’Euro, avrebbe evitato la crisi. Chi ci assicura che un unico governo non avrebbe abusato della spesa pubblica espandendola oltre il tollerabile? Chi ci dice che il debito sarebbe minore? Ci siamo già dimenticati che Francia e Germania, che dovevano essere i più virtuosi, violarono i limiti di deficit che tutti avevano promesso di rispettare a Maastricht? Del resto gli Stati Uniti d’America hanno l’unione politica, la Federal Reserve è prestatore illimitato di ultima istanza, stampa dollari a ritmo forsennato da più di un decennio e questo non li ha salvati, anzi sono stati epicentro e l’origine della crisi.

DETTO QUESTO

in effetti SI PUO’ USCIRE DALLA CRISI dicendo: cara BCE, crea nuovi euro con i quali sottoscrivere i debiti pubblici e non far fallire gli Stati. Ma è un’uscita duratura solo se in cambio di questo sacrificio collettivo dei cittadini europei, ci sarà l’impegno della politica ad abbandonare la bulimia dei bilanci pubblici (chiamatelo se volete pareggio di bilancio e limiti all’indebitamento) ed a prelevare per i propri scopi una quantità ragionevole di soldi dalle tasche dei cittadini, (chiamatelo se volete limite alla pressione fiscale). In questo modo si potrebbe anche evitare l’azzeramento dei tassi di interesse che danneggia il risparmio, già duramente colpito in ogni sua forma e stimola ulteriore indebitamento “facile”, fonte di futuri guai.

Dovrebbe essere un intervento limitato per far rientrare l’emergenza, escludendo qualsiasi ruolo futuro della BCE come creditore infinito di ultima istanza o panacee del genere che invece si rivelano sempre frutti avvelenati.

Più che una soluzione della crisi è un puntello per evitare nuovi crolli. Ricordo che quando frequentavo l’Università, alcune parti dell’edificio, avevano i ponteggi all’interno, per evitare che scale e pianerottoli crollassero, ecco un intervento come quello prospettato sarebbe una soluzione del genere, invece per risolvere definitivamente il problema, nel caso dell’edificio avranno dovuto fare una bella ristrutturazione, nel caso dell’Europa ci vorrebbe una bella costituzione monetaria cui vincolare la BCE, rivedere la formazione dei tassi di interesse, i meccanismi del mercato finanziario, agenzie di rating, governance aziendali ecc. ma intanto si ferma l’agonia.

Certo le promesse dei politici valgono quello che valgono, perché alla fine chi spende i propri soldi di solito è oculato, chi spende quelli degli altri lo è meno, quindi prima di tutto dovrebbe cambiare la mentalità comune per cui le persone preferiscono restare bambini che delegano ad un’autorità superiore (lo Stato) aspetti sempre maggiori della propria esistenza, snaturando la funzione stessa dello Stato.

PER CONCLUDERE: se hai una cancrena puoi prendere un anestetico e certamente per un po’ ti aiuta, ma se non amputi, muori. Quindi l’intervento della Banca Centrale insieme con un’azione concertata di questo tipo può dare dei risultati, altrimenti il suo intervento sarà inutile e sarà solo la premessa per futuri squilibri.

giovedì 17 novembre 2011

Governo che va Governo che viene. Bufale che ci lasciano altre che arrivano

Come sempre la vita politica italiana, anche nelle sue ore più difficili, è accompagnata da discussioni pubbliche, slogan e idee talmente improbabili da risultare ridicole.
Il tramonto di Berlusconi e il sorgere del nuovo sol dell’avvenire, incarnato questa volta dal professore moderatamente liberale Monti, non fa eccezione.

BUFALE CHE VANNO E RELATIVI COROLLARI:

BUFALA SPREAD: l’hanno già fatto notare in molti, governo nuovo spread vecchio. E’ ovvio che ormai per riguadagnare la fiducia di ricchi speculatori e poveri risparmiatori le chiacchere non bastano, ci vorranno fatti e numeri concreti e pesanti. Ma questo è il meno, c’è un’altra cosa che nessuno sottolinea: nei primi anni di Governo lo spread era intorno ai 200 punti e a nessuno veniva in mente che, forse, era comunque un buon obiettivo cercare di ridurlo. 200 punti significano negli anni decine di miliardi di euro di interessi che si pagano in più rispetto ai tedeschi e non è per disposizione divina che i tedeschi pagano meno. Ma in quell’epoca, che oggi sembra già così lontana, l’emergenza italiana erano le feste di Arcore. Poi vennero le elezioni a Milano, Napoli e i referendum e si capì che la maggioranza scricchiolava e non avrebbe avuto la forza (semmai ne abbia mai avuto la volontà) di fare nulla in più dell’ordinaria amministrazione. Ma quello che serve adesso purtroppo non è ordinario.

PARLAMENTO DI NOMINATI: sono ormai un po’ di anni che la legge elettorale viene additata come l’origine di tutti i mali. La legge non è il massimo, vero, peccato che questi parlamentari nominati e non eletti si siano dimostrato tutt’altro che asserviti ai segretari di partito, anzi sono stati i più infedeli della storia repubblicana! La cosa più triste è che riesce difficile ricordare una motivazione concreta che spinge questi transfughi, tipo: “metti l’IVA al 21%, addio questo è troppo”. No, si parla di “riunire le forze migliori”, “cambiare passo”, “nuove formule”: è il vecchio politichese dell’aria fritta che aleggia sul palazzo a condire queste scelte di vita.

COROLLARIO 1: A SINISTRA SE LE RACCONTANO E SE LE CREDONO. Francamente non ho alcuna avversione preventiva per gli elettori di sinistra, sono persone che la pensano diversamente e va bene, però c’è un tratto distintivo di alcuni di loro che è abbastanza sconcertante e cioè che ci credono veramente. Intendo a tutte quelle cose che i vari capipopolo dispensano a piene mani dai canali tv e dalle pagine di Repubblica o del Fatto. Le due bufale di cui sopra sono solo le ultime di un lunghissimo elenco che parte dal dopoguerra a oggi, dai dittatori sanguinari beatificati, ai salari come variabili indipendenti; se ne sono sentite tante, più o meno credibili quanto il fatto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, però spacciate come verità assolute. Ma come fanno ad evitare un po’ di autocritica e ripartire a testa bassa con le nuove crociate? Semplice: con l’amnesia selettiva.

COROLLARIO 2: L’AMNESIA SELETTIVA. Con questo meccanismo psicologico è possibile andare avanti come se nulla fosse e quindi, ad esempio, diventare strenui difensori del tricolore, oppure considerare i mercati finanziari il giusto faro per giudicare l’operato di un governo, oppure, come oggi, plaudire alla nascita di un governo cattomassonico. Sia ben chiaro: non ho nulla contro il Vaticano e ancor meno contro la massoneria, trovo comico che coloro che li hanno additati per anni come i nemici pubblici da abbattere li accolgano adesso acriticamente come i salvatori della Patria. Semmai sarebbe interessante approfondire questa tendenza italica ai matrimoni impossibili: cattocomunismo, convergenze parallele, maoisti miliardari…

BUFALE FUTURE.
Cosa ci riserva il futuro? Non ho la sfera magica, però se Monti vuole salvare lo Stato dal fallimento dovrà presentare dei provvedimenti che se li presentasse Berlusconi si scatenerebbe il finimondo. Agirà ancora una volta l’amnesia selettiva? Forse quelli che sono andati a festeggiare in piazza le dimissioni di Berlusconi inneggeranno alla finanziaria Monti-Napolitano? Difficile dirlo, ma qualche nuova bufala riempirà il vuoto delle vecchie.

CONCLUSIONI E AUGURI AL NUOVO GOVERNO.
Visti i sondaggi che girano, al PDL avranno ben pensato che non sarebbe stato molto saggio andare ad elezioni, più sorprendente che Bersani le abbia escluse da subito, forse non ha ancora deciso con chi allearsi, comunque il nuovo Governo è nato. Al di là della fiducia che può ispirare e a me non ne ispira molta, qui si giudica dai fatti. Il suo destino è in mano al Parlamento, come vuole la sacra Costituzione , e questa è una bella spada di Damocle. Le cose da fare per raddrizzare la baracca le sappiamo più o meno tutti, dal fruttivendolo fino al rettore della Bocconi, appunto. Farle fino ad oggi si rivelato praticamente impossibile. Auguri.

giovedì 3 novembre 2011

Persone da ricordare: Merian C. Cooper

Merian Caldwell Cooper è stato un regista, un soldato, un esploratore, un avventuriero, una persona che ha vissuto una vita sempre alla ricerca di sfide difficili e di nuove frontiere.
Nasce il 24 ottobre del 1893 negli Stati Uniti; a 19 anni entra all’accademia navale, ma la marina militare non fa per lui o forse non è ancora maturo per la divisa, così la lascia per navigare sui mercantili, il suo rapporto con le forze armate però riprende nel 1916 quando si arruola nella Guardia Nazionale della Georgia. Inizialmente viene mandato in Messico a dare la caccia a Pancho Villa, ma poi lo scoppio della Prima Guerra Mondiale lo porta in Europa, dove serve come aviatore, finendo catturato dai Tedeschi. Con il termine della guerra finisce anche il suo periodo di detenzione, ma la brutta esperienza non l’ha piegato, infatti nel 1919 partecipa come volontario alla difesa della Polonia, che era stata invasa dall’Unione Sovietica, in quanto i bolscevichi appena preso il potere a Mosca cercano immediatamente di espandersi con le armi verso occidente. Cooper organizza lo squadrone aereo “Kosciuszko” e partecipa attivamente a molte missioni aeree fino a quando viene abbattuto. Dopo 9 mesi di prigionia riesce a evadere e percorrendo 800 kilometri da fuggitivo ripara in Lettonia. Viene decorato con il più alto riconoscimento polacco, ma per lui è il momento di cambiare genere e misurarsi con nuove attività. Inizia una carriera di regista di documentari, seguendo i nomadi Bakthiari in Persia, poi ambientandone un altro nella giungla del Siam. Lo troviamo in africa nel 1929 a dirigere il film “Le quattro piume” e così via, in giro per il mondo.
Il grande successo a Hollywood arriva nel 1933 con il film “King Kong” che apre la strada a molti filoni cinematografici, nonché ispiratore di tutti i grandi maestri degli effetti speciali. Cooper ne è l’ideatore, produttore e regista, insieme all’amico e compagno di avventure Ernest Schoedsack.
Come produttore la sua carriera è molto ricca e darà vita, tra l’altro, ad una fruttuosa collaborazione con il mitico John Ford.
Durante la seconda Guerra Mondiale si arruola nuovamente nell’aviazione dove presta servizio in Cina, come capo di stato maggiore di un altro grande personaggio, il generale Claire Lee Chennault .
Merian C. Cooper ha combattuto per la libertà, ma non si vendono magliette con la sua faccia, il suo nome è sconosciuto ai più, ma io voglio ricordarlo, aspettando che qualcuno, da qualche parte, della sua vita straordinaria voglia farci un bel film. Quello sarebbe un bel modo, penso anche a lui gradito e sicuramente appropriato, di ricordarlo.

venerdì 28 ottobre 2011

Otel Bruni di Valerio Massimo Manfredi

In un commento al post dedicato a Valerio Massimo Manfredi mi era stato consigliato Otel Bruni e in questo inizio autunno ho dato retta al consiglio, devo dire che è stato un buon consiglio. Trovo che sia un romanzo diverso dagli altri scritti da Manfredi, non soltanto per l’ambientazione contemporanea, ma soprattutto per le atmosfere. L’autore in effetti, pur essendo famoso per i romanzi storici, spesso intreccia trame tra passato e presente, come ad esempio ne “Il faraone delle sabbie”, però non è quello che lo caratterizza e l’ho sempre trovato più coinvolgente e interessante quando l’azione si sposta nell’antichità. Invece in Otel Bruni dimostra uno stile che ho apprezzato molto e che risulta particolarmente azzeccato nel contesto delle vicende narrate. E’ la storia di una famiglia contadina emiliana durante la prima metà del secolo appena finito, le vicende dei vari componenti procedono parallelamente, intrecciando vita comune con i grandi sconvolgimenti del periodo. Infatti gli eventi drammatici dell’epoca toccano da vicino i la famiglia. L’autore mi è sembrato estremamente attento a misurare le parole, quasi a pesarle una per una, per rendere con chiarezza il proprio pensiero sui temi delicati che di volta in volta si affacciano nella trama: guerra, fascismo, resistenza. Da quello che capisco i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, a partire dal capostipite, che dovrebbe essere il bisnonno dell’autore e anche questo deve aver contribuito a quel tocco di delicatezza in più presente in questo libro, rispetto agli altri dove i sentimenti e le emozioni dominanti sono altri.

domenica 16 ottobre 2011

Indignati sì, illusi no, attenti il Governo vi darà quello che cercate.

La crisi non la paghiamo noi! Questa è l’idea che esprime la posizione degli indignati nei confronti di varie istituzioni, sistema finanziario, politica. Bisognerebbe spiegare chi deve pagarla e come. Purtroppo non c’è modo di evitare che questa crisi coinvolga tutti: è come avere un braccio incastrato in un enorme ingranaggio, se non fai niente muori dissanguato, puoi smontare il macchinario e tenerti il braccio maciullato, oppure puoi amputare, ma NON C’È UN MODO INDOLORE DI USCIRE DALLA SITUAZIONE. Anch’io sono indignato per il fatto di trovarmi una montagna di debito sulla testa che non ho contribuito a creare, ma non sono così stupido da pensare che ci sia un modo di non subire le conseguenze di questa situazione. Vogliono il default? Lo vogliono selettivo? Cioè, magari evitiamo di rimborsare i sottoscrittori stranieri e i ricchi italiani… uhm e secondo voi all’asta successiva si riesce tranquillamente a rinnovare lo stock in scadenza? I piccoli risparmiatori accorreranno, come se niente fosse, per accaparrarsi i titoli di nuova emissione? Ma NEMMENO NEL MONDO DEI PUFFI SI CREDEREBBE A UNA TALE INFANTILE ILLUSIONE. Intendiamoci questo è uno dei modi per uscirne, ma l’effetto a cascata toccherà tutti. Da un certo punto di vista ha un senso, soprattutto per quelli della mia generazione, in fondo NOI ORMAI SIAMO STATI FREGATI: dal lavoro senza mercato, dallo stato asociale, dai sindacati dei non lavoratori, dai pensionati bebè, da quelli che in passato hanno ricevuto redditi che non hanno prodotto, quindi prendiamo tutte le mazzate restanti in una volta sola e i nostri figli potrebbero vivere in un’Italia migliore. Non noi, però.
La crisi finanziaria globale è il conto da pagare per decenni di politiche monetarie e fiscali sbagliate. C’è di buono che si sta facendo strada un po’ ovunque la consapevolezza che anche gli Stati devono seguire le regole del buon padre di famiglia: spendo quello che ho. Ma i debiti accumulati pesano come un macigno e prima che le cose possano andare meglio, i debiti dovranno essere ancora “digeriti”, quindi il mal di stomaco proseguirà ancora parecchio. Default o non default. Non ci sono invece segnali di ripensamento circa il sistema monetario e finanziario e questo porterà facilmente a nuove bolle e nuovi squilibri.
Ma veniamo a noi: il Parlamento italiano si è convertito al rigore di bilancio puntando decisamente al pareggio, peccato che il modo scelto sia decisamente controproducente. Purtroppo TREMONTI RITIENE CHE IN ECONOMIA DUE PIÙ DUE FACCIA QUATTRO, ma l’economia non è ragioneria, né tantomeno matematica. Tremonti pensa che sia sufficiente alzare un’aliquota per aumentare proporzionalmente il gettito e tappare il buco di bilancio, cioè ad esempio se con l’IVA al 20% ricavo 200 miliardi la alzo al 21% e ricavo 210 miliardi, ma la realtà non funziona così.
Ad ogni azione c’è una reazione, aumentare l’imposizione fiscale scoraggia gli investimenti, diminuisce il potere di acquisto, in definitiva è un ostacolo alla creazione di ricchezza.
Ispiriamoci alla metafora di un grande politico: il cavallo robusto che tira un carro pesante; il cavallo trasporta 10 tonnellate in 20 viaggi, il padrone ne vuole di più e ad ogni viaggio gli carica altri 100 kilogrammi, se il cavallo è già al limite delle sue capacità, rallenterà il passo, farà meno viaggi, il padrone non conseguirà il risultato che sperava. Insomma con una pressione fiscale vicina al 50% l’Italia non può che trascinarsi stancamente in un declino che non farà aumentare il gettito e renderà il pareggio di bilancio una chimera irraggiungibile. Anche perché si tratta di ulteriori risorse drenate dal sistema produttivo e messe in una macchina, lo Stato, che produce molto meno o in molti casi nulla. Qualche attività in difficoltà chiuderà, chi potrà andrà all’estero ed ognuno di questi fenomeni ha un effetto a cascata, perché riduce i consumi e quindi i ricavi di altre imprese.
Tremonti fa lo stesso errore di quei giornalisti che si improvvisano economisti e cavano dal cilindro le proprie soluzioni alla crisi: “DOVE SONO FINITI I SOLDI? Se qualcuno li ha spesi qualcun altro li ha incassati, se c’è un debito c’è un credito e così via….” Non sanno che esistono gli investimenti sbagliati, che non producono ricchezza, la carta che gira chiamata soldi è sempre quella, ma quello che ci si scambia è meno, siamo più poveri. A meno che questi giornalisti, indignati e compagnia bella non pensino che al posto del pane si può mangiare la carta (o le brioches…). Insomma gli indignati chiedono il default e grazie al Governo forse ci arriveremo, con il prossimo idem (solo più velocemente), chissà se ci avevano pensato?

martedì 26 luglio 2011

Un giorno di ordinaria follia in Norvegia.

Anders Breivik sconvolge la vita della Norvegia uccidendo decine di giovani inermi e giustifica il suo gesto invocando idee e principi che in buona parte condivido. Per questa ragione la strage mi tocca particolarmente e mi chiedo: la differenza tra noi due è solamente il fatto che lui è pazzo e io no? In generale, chi uccide un’altra persona ha qualche patologia comportamentale, oltretutto con il suo gesto non solo ha distrutto la propria vita e quella della propria famiglia, ma ha danneggiato enormemente quelle cause che sostiene di voler difendere. Forse aveva bisogno di una causa qualunque per mettere in pratica la propria ossessione omicida, in ogni caso c’è una differenza precisa e profonda in più e riguarda lo scopo profondo della difesa della Civiltà Occidentale. E’ qualcosa che va al di là del generico rifiuto dell’uso della violenza e del rispetto della vita umana, che pure sono una base sicura cui appoggiare il proprio modus operandi.
Ciò che Breivik non ha compreso è un’altra cosa: la nostra civiltà, faticosamente, nei secoli ha conquistato dei principi che non possono essere negati senza uccidere la civiltà stessa. Non c’è peggiore sconfitta che trasformarsi nel nemico, usare i suoi metodi terroristici significa rinunciare ai propri. Difendere l’Occidente significa combattere per non diventare così: spietati, disumani, estremisti. Se il prezzo da pagare per salvare la libertà è compiere la strage degli innocenti, allora questo prezzo non può essere pagato. Le civiltà a volte scompaiono, meglio scomparire con dignità che diventare come quelli che giustificano l’omicidio di bambini, meglio scomparire che diventare come quelli che deridono il dolore di un padre che da anni non ha notizia del proprio figlio prigioniero.
Achille dopo il furore, l’odio, la vendetta, riconsegna il corpo di Ettore a Priamo, perché anche con il nemico ci sono limiti che non vanno superati. Questa è la vera differenza tra lui e me.
C’è una differenza anche tra questo uomo delirante che compie una strage, in paese tranquillo, in un paese che ci immaginiamo sicuro e i deliranti terroristi del nostro più inquieto paese. Quell’uomo diventato mostro, assassino, criminale, verrà esecrato in ogni modo, con la stessa intransigenza che deve essere mostrata con tutti i terroristi; mentre con quelli di casa nostra troppo spesso viene praticata un’indulgenza pelosa. Ex terroristi vengono trattati da opinionisti, sarebbero ragazzi che hanno sbagliato e invece non è così: l’unica differenza con lui, è che loro avevano solo meno cartucce.

venerdì 22 luglio 2011

Abbiamo salvato la Grecia. Noi chi?

La Grecia non può pagare i suoi debiti e bisogna decidere chi deve pagare, perché non so se è chiaro a tutti ma alla fine qualcuno paga, sempre e comunque, volente o nolente.

Allora vediamo:
- se pagano quelli che hanno investito nei titoli greci lo chiamano FALLIMENTO,
- se invece paghiamo noi poveri cristi di contribuenti europei lo chiamano SALVATAGGIO.

Curioso fenomeno di pregiudizio antipopolare. Mi ricorda un po’ quando i politici sperperano i soldi dei contribuenti ampliando il peso dello Stato a dismisura e la crisi che ne consegue la chiamano crisi del mercato. Quale mercato? Quale capitalismo? Qui siamo al capolinea del dirigismo ma torniamo alla cronaca fresca di giornata.
I titoli trionfalistici che sprizzano ottimismo sul salvataggio greco evitano di dire che non è stato lanciato un salvagente, ma che stanno buttando dei soldi. I nostri. Mi si potrebbe obiettare: ma i poveri greci se pagano il 20% di interessi non ce la faranno mai. Quindi siccome nessuno è disposto a rischiare i propri soldi, allora prendono i nostri soldi (ma più che altro i soldi dei tedeschi…) e ci obbligano a prestarli ad un più abbordabile 3,5%.... E’ sempre così: con i soldi degli altri siamo tutti molto buoni, generosi e solidali. Soprattutto se si perseguono grandi disegni e alti fini, che anche in questo caso non mancano: con la Grecia salviamo l’Euro e addirittura l’Europa. Per la cronaca specifichiamo che:

- se la Grecia fallisce non è obbligata a uscire dall’Euro

- se la Grecia esce dall’Euro, la moneta unica e l’Europa possono continuare come prima

- se anche tutti gli Stati dell’Eurozona falliscono questo non implica che si debba rinunciare alla moneta unica, la moneta unica esiste con gli Stati indebitati, può esistere (molto meglio) anche con gli Stati che azzerano il proprio debito

Per inciso: non faccio il tifo per i default, solo che se non si cambia il sistema finanziario e gli Stati non smettono di indebitarsi, il default (o l’inflazione) sono le uniche vie d’uscita e siccome non ho Titoli di Stato ma faccio la spesa, se proprio devo scegliere a livello personale mi conviene il default.
Comunque va bene, dico io, facciamo pure così come hanno deciso i capi di Stato dell’Eurozona, tanto ci siamo promessi che ora basta si volta pagina, basta deficit. Però queste cose le abbiamo già sentite tanti anni fa, i politici sottoscrissero un patto del genere e poi non lo hanno rispettato.

Inoltre non è per essere scettico a tutti i costi ma nel maggio 2010 i giornali titolavano: varato piano di salvataggio da 100 miliardi! Se dopo un anno siamo daccapo mi sembra la prova che questi piani non stanno funzionando molto, anche perché le cause della grande crisi finanziaria che stiamo vivendo sono ancora tutte al loro posto.

La volta scorsa ci ho visto giusto, stavolta spero di essere smentito e non mi lancio in facili previsioni. Piuttosto vorrei che qualche giornalista facesse una semplice domanda a Mario Draghi, prossimo presidente della Banca Centrale Europea: quando i politici verranno a chiederle di emettere euro per acquistare i Titoli di Stato europei che nessuno compra più, lei dottor Draghi risponderà sì o no?

lunedì 11 luglio 2011

Attacchi speculativi, manovre urgenti e Televideo che casca


Televideo casca sull’argomento più importante della giornata: la trattativa tra Obama e la Camera sul debito americano. Secondo la RAI il piano di tagli alla spesa pubblica è di 4 milioni di dollari in 10 anni! In realtà i tagli richiesti dai Repubblicani a Obama sono 4.000 miliardi di dollari… una piccola differenza. Questo confronto tra presidenza e congresso è di capitale importanza per il futuro benessere degli USA e con loro di tutto il mondo libero. Per legge il debito pubblico americano non può superare i 14.300 miliardi di dollari, ormai la cifra è stata raggiunta e Obama chiede di alzare il tetto per evitare il default, ma nelle ultime elezioni molti deputati Repubblicani sono stati eletti con la missione precisa di fermare la spesa pubblica e tengono duro nonostante le pressioni dei media, della FED e di tutti quelli che non hanno ancora capito i danni che produce il debito pubblico.
Notare la differenza: gli elettori repubblicani si sono mobilitati (anche contro i vertici del proprio partito) dando vita al fenomeno dei Tea Party mandando in Parlamento dei rappresentanti intransigenti contro le tasse e la spesa pubblica, in Europa quando si spende nessuno protesta salvo poi inscenare manifestazioni di indignados quando arriva il conto da pagare. In questi decenni il peso dello Stato sulle economie sviluppate è cresciuto costantemente e parimenti sono cresciuti i debiti, sono state spese (quasi sempre sprecate…) le risorse di più generazioni, ma se la battaglia in corso negli USA vedrà prevalere chi si oppone ai deficit infiniti c’è speranza che si possa invertire il trend anche da noi.
Intanto al di qua dell’Atlantico si parla di attacchi speculativi all’Italia, all’Euro, all’Europa, borse che crollano, spread che schizzano. Ma siamo solo all’inizio di una presa di coscienza collettiva: i titoli di Stato non sono sicuri! Non quando rappresentano una montagna di insolvenze, la Grecia è fallita, l’Irlanda è fallita, il Portogallo è fallito, Spagna, Italia, Francia sono fallite o quasi. In Italia la discussione si incrocia con una deludente manovra presentata da Tremonti per raggiungere il pareggio di bilancio nel… 2014, improvvisamente però la manovra è diventata urgente da approvare subito per raggiungere il pareggio… adesso. Ma la manovra era urgente già tre anni fa, anzi era urgente 20 anni fa, scusate ci siamo beatamente addormentati in mezzo a dei binari e adesso il treno ci sta venendo addosso, non era meglio spostarsi prima? Bisognava proprio aspettare l’ultimo istante? E siamo sicuri che la manovra basterà per raggiungere il pareggio? La manovra prevede inasprimenti fiscali che debiliteranno ancora di più un’economia moribonda, nulla consente di pensare che in Italia aumentare le tasse possa far aumentare il gettito fiscale. Ma di cosa ci preoccupiamo in fondo se con 4 milioni di dollari in 10 anni si risolvono le cose negli Stati Uniti d’America in Italia basteranno un po’ di spiccioli….

lunedì 4 luglio 2011

Un anno senza Taricone

Perché ricordare Pietro Taricone ad un anno dalla sua morte? Non per la morte tragica, che spesso rende immortali e sempre giovani coloro che muoiono prematuramente. Di fronte alla morte si prova sempre dolore ed è fin troppo banale che la morte di un personaggio famoso valga quanto quella di ciascuno di noi; ma un personaggio pubblico, volente o nolente, rappresenta qualcosa, porta dei messaggi che raggiungono una moltitudine di persone.
Non è stato un attore da oscar, ma io credo che il personaggio di Pietro Taricone portasse con sé una positività rara tra la moltitudine delle figure che affollano tv e giornali. E per questo meriti di essere ricordato.
Intanto era una figura sana, sportiva, in un mondo dove si associa l’essere VIP con i privè dove ci si chiude a sniffare cocaina; lui provava emozioni vere volando in cielo, lui era ‘o guerriero, ed incarnava con la propria fisicità tutto un modo di essere.
Il suo fisico non era solo una cristalleria da esibizione, ma lo specchio di un uomo di carattere. In quella prima edizione, quando all’interno della “casa” non sapevano la risonanza profonda che avrebbe avuto il programma, Pietro era sempre in azione, sempre su di giri, carico come una molla, ironico e gagliardo, una persona positiva appunto, che spiccava nella tv dei casi umani, dove avere problemi ed essere depressi sembra essere un titolo di merito e non una situazione da superare.
Certo nella casa ha mostrato anche immaturità, quell’immaturità nel rapporto con le donne (da collezionare più che da amare), quell’immaturità fatta di esibizionismo, machismo, esaltazione, presunzione, quell’immaturità giusta in un giovane e che i giovani devono affrontare per poter diventare uomini e Pietro ha dimostrato che si può maturare.
Ha dimostrato anche cosa vuol dire avere carattere: vuol dire essere a proprio agio in tutte le situazioni, dentro la casa, sotto i riflettori, ma anche da soli lontano dal successo.
Forse per intelligente opportunismo, forse perché ne aveva bisogno, una volta uscito dalla “Casa del Grande Fratello” non si è messo in coda a mendicare un’ospitata in qualche trasmissione, dove lo scopo è fingere di litigare sul nulla. Si è preso il proprio tempo, ha percorso la propria strada. Che differenza con tutti questi personaggi maschili e femminili pronti a prostituirsi, insicuri, che seguono il primo viscido pigmalione che incontrano, che ripetono come degli automi la propria parte, o con le star che blandiscono l’opinione pubblica appiattendosi su tutti i luoghi comuni politically correct senza sapere di cosa parlano.
Anche nella vita privata è stato un simbolo che ho apprezzato, ha tenuto insieme la propria famiglia, e non è facile per nessuno, ma a maggior ragione in un ambiente dove ci sono mille trabocchetti e mille tentazioni.
Se n’è andato presto, ma nel poco tempo che ha avuto, ha detto molto; altri e altre possono starci secoli in tv senza riuscire a fare altrettanto.

venerdì 1 luglio 2011

Non si può fuggire dal futuro


Gli Italiani a dispetto della propria storia che li ha visti protagonisti di grandi scoperte scientifiche si mostrano spesso ostili verso le nuove tecnologie. OGM e nucleare sono gli esempi più noti, ma non sono gli unici.

Eppure non possiamo pensare di vivere in un guscio, isolati dal resto del mondo, prima o poi, volenti o nolenti le novità irromperanno anche a casa nostra. Certo va data sempre a tutti la possibilità di vivere secondo i propri gusti, magari in cima ad un monte senza elettricità.
Anzi questa possibilità di scelta deve essere difesa a spada tratta dalle sempre maggiori intrusioni che il potere statale fa nelle nostre vite, cercando di omologarci ai comportamenti “corretti”, cercando di obbligarci a parlare in un certo modo, persino imponendo di pensare cioè che è giusto e cosa non lo è.
Ma un intero Paese non si può cristallizzare, ci aveva provato il Giappone, ma fu bruscamente riportato alla realtà. E teniamo conto che loro sono un’isola, ai quei tempi (e nemmeno dopo) mai invasa da alcuna potenza straniera.

Il problema è che le frontiere della scienza si spostano sempre più avanti e se non si guida questo processo, si finirà per subirlo, diventando come quell’indigeno che guarda stupito e intimorito le diavolerie dell’esploratore arrivato nel villaggio.

Le nuove tecnologie che vedranno la luce saranno forse più pulite di quelle attuali ma non saranno mai meno pericolose. La scienza non ci può salvare, ci può dare nuove meravigliose opportunità che richiederanno sempre maggiore responsabilità e buon senso. Se fai lo sciocco correndo e saltando, magari ti rompi una gamba, in automobile muori, con il gas fai una strage! Tutto quello che l’uomo crea può essere impiegato per scopi malvagi e sarà sempre così.

Nanomacchine, nano materiali, DNA artificiale, manipolazioni genetiche sempre più sofisticate…. Tutte le nuove ricerche aprono la porta a scenari impensabili, la distinzione stessa tra essere vivente, cyborg e macchina si va annullando. Potremo immergerci in realtà virtuali sempre più realistiche, la mente verrà letta, manipolata, potenziata. L’intelligenza artificiale muove passi veloci e potremmo arrivare a macchine con capacità paragonabili o superiori a quelle umane. Del resto si diceva che un computer non poteva battere il campione del mondo di scacchi e poi è avvenuto.

Robotica, viaggi spaziali, medicina, energia, costruzioni, armi, tutto verrà permeato schiudendo nuove possibilità.
Molte di queste prospettive sono inquietanti ed avere paura è normale, ma mettere la testa sotto la sabbia non serve a fermare il corso degli eventi, meglio buttarsi e arrivare primi (non si mai…).

giovedì 16 giugno 2011

Clamorosa scoperta della RAI...


…oppure errore di Televideo? Leggo testualmente: “Karzai ha intenzione di dimettersi nel 2014 come previsto dalla Costituzione del paese arabo?”
Cioè fatemi capire quale paese arabo? Esiste una Costituzione di qualche paese arabo che si preoccupa dei mandati presidenziali afghani oppure, secondo la RAI, dobbiamo buttare al macero tutti i libri di geografia del mondo, perché hanno fatto la clamorosa scoperta che l’Afghanistan sarebbe un paese arabo? Intanto dovremmo comunicarlo agli Afghani che sono i diretti interessati e non so come la prenderebbero.
Non per dubitare dell’autorevolezza della RAI, ma di solito sono considerati paesi arabi quelli dove la maggioranza della popolazione parla arabo. In Afghanistan si parlano molte lingue, nessuna delle quali imparentata nemmeno alla lontana con l’arabo o altre lingue semitiche.
Si potrà obiettare che un tempo gli invasori arabi giunsero fino a qui, ma con questo criterio anche la Spagna sarebbe un paese arabo (e in effetti anche un po’ berbero).
Ci sarebbe poi da ridire anche sul fatto che la Costituzione prevede le dimissioni, direi piuttosto che vieta di ricandidarsi per più di due mandati, ma qui entriamo nella pignoleria gratuita.

lunedì 13 giugno 2011

L'Italia che esce dai referendum

Com’era nell’aria il quorum è stato superato, ma che significa questo voto? Il risultato in sé stesso non mi preoccupa: cambia poco o nulla. I privati che gestiscono i servizi idrici continueranno a farlo, sono perlopiù emanazioni di partiti politici, lo avrebbero fatto con un po’ più di trasparenza se la legge non fosse stata abrogata, ma niente di trascendentale. Dopo tre anni persi nell’immobilismo le centrali nucleari non avrebbero visto la luce comunque. I giudici avrebbero trovato lo stesso il modo di tenere sotto scacco Berlusconi e lui troverà altri modi per sgusciare via.
Penso che gli Italiani abbiamo nella stragrande maggioranza votato in buona fede pensando di salvarsi da gravi minacce. Del resto dopo aver accusato per anni la Lega e il centrodestra di prendere voti sulle paure degli Italiani, anche a sinistra si sono fatti furbi, hanno imparato la lezione e hanno impostato la propaganda instillando paure piuttosto infondate ma, come predicevo prima del voto, piuttosto efficaci. Alle quali peraltro nulla si è opposto, nemmeno quelli che hanno votato le leggi oggetto della consultazione hanno avuto la forza di spiegare perché l’avevano fatto.

Dai referendum esce un’Italia che chiede certezze e spera di trovarle nello Stato. Chiede di cambiare ma per rifugiarsi in formule già sperimentate. Le aspettative dell’elettore di sinistra sono molto alte, a mio parere irraggiungibili, soprattutto quando pretendono di dividere una torta che nessuno si vuol prendere la briga di cucinare. Forse un giorno non lontano i leader che oggi stanno comodamente all’opposizione si troveranno al Governo e dovranno misurare la differenza tra la propaganda e la dura realtà.

Ma torniamo al presente: il voto è una bocciatura del Governo, su questo non ci sono dubbi, anche se questo, a termini di quella Costituzione Italiana che alcuni ritengono perfetta, non ha alcuna ripercussione sulla legislatura, è evidente che qualcosa si è rotto. La maggioranza ha iniziato quasi subito a logorarsi, ma per due anni il consenso elettorale ha continuato a premiarla. Ora l’apertura di credito è finita. Ci sono state diverse cause esterne che hanno fatto precipitare la situazione: la crisi economica, la guerra in Libia con la ripresa degli sbarchi, le vecchie manovre di palazzo con la distribuzione di sottosegretariati. Ma questi eventi sono stati solo la spallata finale che hanno messo in luce le cause profonde:

1 – la mancanza di un partito o movimento forte che potesse coinvolgere i cittadini, sviluppare politiche efficaci, fare da propagatore di idee. Il PDL non è tutto questo e non serve cambiare nome o segretario.

2 – aver mancato le aspettative degli elettori che chiedevano più lavoro, più sviluppo, meno tasse, meno sprechi, più sicurezza.

Inutile girarci attorno o accampare scuse, che pure ci sono, ma quelle ci sono sempre; quando non si riesce a conseguire un obiettivo di alibi credibili se ne trovano quanti si vuole. Ma quello che conta è il risultato. Le promesse non sono state rispettate. Berlusconi non è stato all’altezza del compito di riformare l’Italia, ma almeno ha il merito di non essersi risparmiato dalla lotta, in un’Italia che cerca sempre la scorciatoia dell’inciucio, ha cercato di imporsi prendendo più voti. I suoi ex alleati Casini e Fini hanno saputo demolire ma non proporre o imporre nulla di utile. Gli yesman di cui si è colpevolmente circondato hanno fatto solo danni ed in generale tra tutti gli altri pochi si salvano mostrando ogni tanto un po’ di connessione con il mondo reale.
Per quanta autostima possa avere di me stesso non credo di essere un genio e infatti non ci voleva un genio per vedere dove si stava andando a parare. Io, e non solo io ovviamente, ho fatto queste riflessioni in tempi non sospetti, chi di dovere non le ha fatte.

venerdì 10 giugno 2011

Referendum. Perchè in questo caso non votare è una buona scelta.

A dispetto del fatto che i promotori lamentano di non avere abbastanza spazio, la campagna per il sì ci raggiunge in ogni dove invadendo spazi non politici: dai programmi sportivi, alle riviste di cinema, dai luoghi pubblici trasformati in bacheche elettorali, al bar sottocasa. Forse ce la faranno, il Paese è sensibile agli argomenti usati ed il clima è loro favorevole, nonostante ciò non mi hanno convinto.
Proprio la debolezza delle argomentazioni è la ragione principale della mia astensione.
Intanto l’astensione è una scelta legittima: non votare è una delle libertà conquistate a caro prezzo nel nostro Paese, esattamente come le altre. Infatti molti di quelli che si appellano in questi giorni al presunto dovere civico del voto, quando c’erano dei referendum sgraditi sono ricorsi senza rimorsi all’astensionismo.
C’è poi un’altra ragione: credo che per il Paese e i suoi cittadini la vittoria del sì sarebbe un danno e quindi in coscienza devo fare tutto ciò che la legge mi consente per oppormi e sommare il mio non voto all’astensionismo fisiologico è una di queste facoltà. Anche il politico più attento alla volontà popolare, se in coscienza ritiene di fare una cosa utile al proprio Paese ha il dovere di andare contro l’opinione della maggioranza, magari della stessa che lo ha eletto.
Veniamo ai quesiti:
L’ACQUA: tralascio il fatto che non è vero che viene privatizzata, mi concentro solo sul fatto che non sarebbe una merce e che sarebbe di tutti, come sostengono i mentori dell’acqua pubblica? Certo potrebbero facilmente dimostrarlo, facendo così: a titolo gratuito, con fondi propri e tanto volontariato costruiscono una diga con annesso impianto di potabilizzazione, poi fanno un tubo lungo lungo che arriva a casa mia e dal quale sgorga l’acqua. A quel punto hanno dimostrato che non è una merce. Se invece tutte queste attività hanno dei costi e bisogna retribuire le persone che le svolgono, allora l’acqua che cade dal cielo è di tutti ma quella che ci arriva comodamente in casa è un servizio che qualcuno in un modo o nell’altro paga. Peraltro di solito, per non sprecare risorse, è buona norma far pagare chi usa.
La diatriba stessa pubblico-privato è inutile: quello di cui stiamo parlando è per forza di cose un monopolio, che viene esercitato in base ai parametri di una concessione. Quindi il prezzo e la qualità dipenderanno da come è stata scritta la concessione. Gli esempi sui fallimenti delle privatizzazioni già avvenute sono quindi fuori luogo: rimettere in mano la gestione a quel Comune che non ha saputo redigere nemmeno la concessione, non mi sembra che ragionevolmente possa portare grossi benefici. Alla fine si può preferire una gestione privata per un semplice, logico e matematico motivo: se l’Ente Pubblico gestisce il servizio, controllore e controllato sono la stessa persona. Se ci sono due soggetti: privato che esercita e pubblico che sorveglia è sufficiente che almeno uno dei due sia composto da persone capaci e oneste per far funzionare la cosa. In ogni caso quello che viene millantato per pubblico è quasi sempre partitico, cosa un po’ diversa, e comunque andrà il referendum i partiti politici non molleranno la presa da questo ricco business.
NUCLEARE: c’è una ragione importante per non fare centrali nucleari e cioè il fatto che comporterebbe milioni di ore perse in manifestazioni, cortei, discussioni, appelli. Tutto tempo che potrebbe essere meglio impiegato in altre attività come l’elioterapia, lo stretching o la coltivazione dei pomodorini. Quindi dovrei andare a votare sì. Però mi sono detto: metti che venga in qualche città italiana un terremoto devastante seguito da maremoto, morirebbero tutti, ma se fanno le centrali almeno quelli che ci lavorano sopravviverebbero e siccome non voglio avere questi morti sulla coscienza mi asterrò anche su questo.
IMPEDIMENTO: non so se sia legittimo o meno. So che per gli Italiani in ogni caso non cambia proprio nulla e soprattutto so che bisognerebbe iniziare a discutere e votare sulle cose che riguardano la vita di noi cittadini. Capisco che qualcuno abbia bisogno psicologicamente di essere ossessionato da qualcosa e Berlusconi si presta bene a tal scopo. Però francamente tutti questi anni di mobilitazioni incentrate su di lui sono serviti solo a non affrontare i problemi ed a creare odio e divisioni.

lunedì 6 giugno 2011

Moriva Cavour. Nasceva l'Italia?

Il 6 giugno di 150 anni fa moriva Camillo Benso conte di Cavour, statista indiscutibilmente abile, ha fatto molto e come tutti quelli che molto fanno possono anche essere molto criticati.
Ma se potesse vedere oggi l’Italia come giudicherebbe il proprio operato? Si stupirebbe di vederla ancora unita e di quanto di buono gli italiani hanno saputo costruire? Oppure si stupirebbe di vedere quante divisioni e quanto disincanto sono ancora presenti dopo un secolo e mezzo?

Difficile dirlo, ma vale la pena di riflettere sulle cause che allontanano gli Italiani dai propri simboli. Io credo che l’identificazione tra lo Stato e tutte le sue emanazioni e il concetto di Patria sia la causa prima della scarsa coesione del Paese.

Dopo che il Fascismo aveva fatto propri i simboli dell’Unità, il disastro del regime ha trascinato anche questi nell’oblio, anche perché le due culture dominanti del Dopoguerra, cattolica e marxista, erano avverse al Risorgimento ed ai concetti di Patria e Nazione.
Come conseguenza di tutto ciò il Tricolore, l’inno, il patriottismo in generale erano relegati a simboli di una (piccola) parte politica. Oggi molti hanno buttato le bandiere rosse e hanno rispolverato la bandiera italiana. Comprendo che ciò sia avvenuto più per motivi tattici di bassa politica che per genuina conversione, ma non fa parte del mio carattere fare il processo alle intenzioni, considero positiva la svolta, se poi cantano Mameli rosicando, pazienza, meglio di niente.

Spesso si accusa il Risorgimento di essere stato un movimento elitario diretto dall’alto e non un movimento popolare. Al di là del fatto che molti episodi, come la sollevazione di reparti dell’esercito o le insurrezioni delle città lombarde videro una vasta adesione all’ideale unitario, la partecipazione delle masse, come viene intesa a partire dal XX secolo non può essere applicata ai secoli precedenti. Semmai questo fatto è uno dei più affascinanti del Risorgimento: un’Idea che resta viva grazie alla fede di pochi, che viene passata come una fiaccola di generazione in generazione, mille volte delusa, un’Idea che sembra un’utopia irrealizzabile, fino a quando il momento storico non la rende possibile. Ed è una speranza per chi come me crede nella libertà individuale e la vede quotidianamente minacciata dall’invadenza statale e sovranazionale, oggi la maggior parte delle persone preferisce la comoda protezione dello Stato che ti solleva dalla responsabilità di decidere della tua in vita ma in cambio ti toglie la possibilità di scegliere e ti impone cosa fare, cosa pensare, persino come educare i figli. Noi pochi teniamo viva un’ Idea, tra qualche generazione forse diventerà di molti.
Ugualmente anacronistico è ragionare oggi come se il processo di unificazione nazionale non ci fosse stato, in un modo o nell’altro gli Italiani sono stati fatti e ci sono.

E’ vero che l’unificazione avviene come espansione dello Stato sabaudo che incorpora gli altri. Anche per gli altri Stati europei era andata sostanzialmente così, da ciò intuisco che sia molto complicato fare diversamente. Purtroppo i Savoia non si sono mostrati all’altezza del ruolo storico che si sono trovati a recitare e sono stati più dannosi che utili all’Italia. Ma così è andata. E’ Storia. Quanti bambini vengono al mondo per sbaglio tutti i giorni? Hanno diritto come gli altri a vivere la propria esistenza.
Garibaldi era repubblicano, ma tra un’Italia divisa (peraltro in tante monarchie) e un’Italia unita sotto Vittorio Emanuele, mostrò il realismo che il caso richiedeva. Le annessioni furono una forzatura, con l’applicazione delle istituzioni sabaude a tutta l’Italia, ma oggi non si parla piemontese e Torino non è la Capitale del Paese. Se pensiamo a Mosca, Berlino, Madrid, Parigi, Londra, tutto queste città allargando la propria influenza formano le nazioni e restano il centro del potere, il caso italiano mostra tutta la propria peculiarità, ed è la prova di come anche nella testa dei conquistatori piemontesi il concetto di Italia con Roma capitale esisteva già.
La politica è sempre complicata ed in quel periodo si intrecciavano la questione dell’Unità, dell’Indipendenza, la forma dello Stato in tutte le sue declinazioni: Monarchia, Costituzione, Repubblica, Democrazia, Federalismo, Centralismo, il Papa, ognuno come è ovvio, aveva la propria idea, queste divisioni rendevano fragile qualsiasi tentativo unitario, soprattutto di fronte alle forze estere che si opponevano, Impero Asburgico in testa.

In mezzo a tutto questo, Cavour ha portato a casa il risultato, per usare un gergo sportivo e l’ha fatto alle condizioni che giudicava più accettabili.

sabato 21 maggio 2011

Ho assaggiato la mia prima birra

Ho assaggiato la mia prima birra, mia nel senso fatta da me, perché fatte da altri ne ho assaggiate tante!
Conoscendo la mia passione per la birra, mio cognato ha voluto che mi mettessi alla prova e mi ha regalato un kit per la produzione della birra fatta in casa.
Per questo esordio ho scelto di produrre una weizen, perché conoscendo bene questo stile avrei potuto meglio capire la distanza che separa un buon risultato dal mio prodotto.
Sono partito da una confezione di malto (orzo + frumento) già bollito e luppolato; la confezione è una grossa latta (tipo pelati), il contenuto all’interno è una specie di melassa. Invece del lievito base ho usato del lievito Weihenstephan (quello della birra omonima, per la cronaca, in assoluto la mia preferita) ed al posto dello zucchero, un estratto secco di malto.
Insomma i presupposti erano buoni, il risultato finale abbastanza modesto. Il sapore non è malvagio, ma sicuramente è un po’ troppo acidulo per i miei gusti, infatti prediligo le weizen nelle quali questo elemento non è preponderante. Avendo letto che uno dei problemi degli homebrewers sono le bollicine e la schiuma ho probabilmente ecceduto un po’ con lo zucchero aggiunto della fase di imbottigliamento e la schiuma è troppa anche per una weizen. Del resto non volevo rischiare, avessi fatto una ale inglese ok, ma una weizen senza schiuma no!
Una parte della birra l’ho lasciata qualche giorno in più nel fermentatore, prima di imbottigliarla, per verificare le differenze che si vengono a creare, in effetti avrei dovuto fare un travaso, però non ho il fermentatore di riserva. L’esperimento mi suggerisce di non aspettare troppo dopo che la fermentazione è finita, infatti questa birra imbottigliata dopo ricorda vagamente il prosecco… chissà, forse assomiglia ad una lambic, ma vado ad immaginazione perché non ho mai avuto occasione di assaggiare le belghe a fermentazione spontanea.
Comunque ci riproverò, l’obiettivo è fare una buona birra, migliore di quelle industriali, senza la pretesa di raggiungere il livello delle birre di qualità, ma personalizzandola sui miei gusti. Vedremo mi sa che la strada è lunga.

lunedì 2 maggio 2011

L'eredità di Bin Laden

Bin Laden è morto. Eticamente non si festeggi una morte, nemmeno se strameritata, però io ho provato gioia e soprattutto sollievo. Non perché questa morte risolva i nostri problemi con il terrorismo, ma perché fino ad oggi era come se il trauma dell’11 settembre non si potesse chiudere, fino a quando Bin Laden era l’imprendibile “Primula Rossa” del terrore, era come se quella nube di polvere delle Torri Gemelle aleggiasse sempre su di noi. Finalmente un capitolo si è chiuso, dopo dieci anni, la polvere si è posata.
La guerra continua, i Talebani continueranno a combattere, ci saranno nuovi attentati ovunque nel mondo, continueranno i conflitti in Nigeria, lungo la frontiera Indo-Pakistana, in Thailandia, nelle Filippine e lungo tutti gli altri confini dell’Islam ed anche al suo interno. Ma è una nuova Storia.
Sappiamo però che gli Americani non sono più quelli che scappavano con gli elicotteri dai tetti di Saigon, ma tengono duro per anni se necessario, una bella lezione da non dimenticare: per prevalere bisogna perseverare, la nostra mancanza di determinazione è la speranza del nemico. Conviene ricordare che le prime grandi stragi qaediste risalgono al 1998 in Kenia e Tanzania, ma allora gli USA non reagirono e l’attacco arrivò fin dentro l’America.
Certo ci sono molti interrogativi che non avranno una risposta definitiva: perché eliminarlo ora, se è vero che erano sulle sue tracce da alcuni mesi? Sicuramente poteva essere proficuo tenerlo sotto controllo ancora un po’, spero non sia stata una decisione affrettata per ragioni politiche, magari per avere ora la scusa per ritirarsi prematuramente dall’Afghanistan.
Certamente Osama Bin Laden aveva protezioni altolocate in Pakistan, dove molti, nel popolo ma soprattutto nelle istituzioni, preferirebbero rimettere i Talebani al potere; difficile però dire se fosse un ospite, un ostaggio, una pedina di scambio o un alleato dei servizi segreti pakistani.
Quel che è certo è che dietro le icone mediatiche del terrorismo altri agiscono più discretamente ma concretamente per ampliare la sfera d’influenza dell’estremismo, si servono dei martiri, ma anche dei media, delle scuole coraniche, si infiltrano nelle istituzioni, anche dei paesi alleati dell’Occidente e, come con il fu Bin Laden “trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso.”

martedì 26 aprile 2011

Ferrovia senza binari, treno senza ruote... una buona idea?

L’idea del treno tubolare è ben spiegata dalle immagini: il treno non ha ruote ma viene fatto scivolare da ruote che girano fissate nei piloni. Il vantaggio principale sarebbe il minor costo della linea rispetto a quelle tradizionali. Inoltre il treno privo di locomotiva risulta molto più economico e leggero, quindi serve meno energia per farlo muovere. Così a occhio mi sembra strano che la linea con i piloni provvisti di motori elettrici possa costare meno di quelle tradizionali, mentre mi pare plausibile, e quasi scontato, che i costi siano inferiori rispetto ad una linea di metropolitana. Un altro vantaggio è la possibilità di scavalcare facilmente ostacoli, autostrade, fiumi, soprattutto in zone fortemente antropizzate, dove trovare un percorso fattibile per nuove linee tradizionali è molto complicato. Certo non è un sistema adatto per il centro storico delle nostre città, ma potrebbe essere un modo per collegare le periferie o i comuni in un arco di 50 km intorno alle grandi città in modo da far allacciare i passeggeri con le linee di autobus o metropolitana esistenti. Non servirebbero grandi velocità quanto piuttosto convogli con partenze frequenti in modo da portare molti passeggeri ogni ora. Del resto il grosso dei problemi di mobilità delle nostre città avviene nelle tangenziali, nell’ingresso e nell’uscita delle stesse.

sabato 23 aprile 2011

W gli Anni Ottanta. Parte seconda.

Certe cose tipiche degli Anni Ottanta, in realtà potrebbero essere ancora attuali, oppure esistevano anche prima, solo che non lo posso sapere, perché crescendo si perde il contatto con il mondo dei giovani, del divertimento e quindi le mie congetture sul modo in cui si divertono i giovani potrebbero anche essere sbagliate.
Ad esempio negli Anni Ottanta si andava in discoteca la domenica pomeriggio (ma si usa ancora?), con i ravioli del pranzo della domenica sullo stomaco.
Negli Anni Ottanta, questo lo ricordo bene, c’erano i pantaloni da ciclista, per le ragazze intendo. Questo non si può dire che non fosse un bel passo avanti rispetto ai pantaloni a zampa di elefante ed alle gonne multicolore. Certo poi la cosa è un po’ sfuggita di mano ed il look si è abbagasciato* sempre più, almeno questa è l’impressione.
Per fortuna (o sfortuna, dipende, alcune cose è un peccato non poterle rivedere, altre… è meglio così!) non si potevano immortalare su Youtube tutte le bravate e le coglionate tipiche dell’adolescenza. Del resto non solo non esisteva Youtube, ma nemmeno Facebook ed in effetti non esisteva proprio nemmeno internet, se non per qualche pioniere isolato.
Non c’era internet, non c’era il telefonino e si riusciva a vedersi lo stesso, le immense compagnie si ritrovavano e si riunivano lo stesso (oggi per vedersi in quattro sono necessarie minimo un paio di telefonate).
Della TV degli anni 80 ho già parlato nella prima puntata, aggiungo solo che il canale tipico degli anni 80 era indubbiamente Italia1. Oggi Italia 1 cerca sempre di essere il canale giovane, sperimentale, fuori dagli schemi, però mi pare che abbia perso quello smalto e che sia molto più scontato, più omologato di prima. Quest’ultima potrebbe anche essere la classica visione da matusa della serie “ai tempi miei”, oltretutto non è che guardo molta TV quindi è un’opinione puramente pregiudiziale e istintiva, ma quella è.
All’epoca c’erano le mitiche Figurine Panini e ci sono ancora, solo che allora le squadre avevano i titolari, le riserve, insomma per farla breve ho già spiegato altrove che era molto meglio.
Poi c’erano Stallone, Swarzenegger, Blade Runner, L’Impero colpisce ancora, Alien, Indiana Jones, cioè tutti i miti dei miti, i migliori dei migliori.
Nessuno prevedeva o pronosticava la caduta del Muro di Berlino, ma c’era la certezza che senza Muro avremmo avuto un mondo migliore.
C’erano Ronald Reagan e Margaret Thatcher e quindi qualcuno che a voce alta dicesse che il sol dell’avvenire non era un destino ineluttabile e che non eravamo noi la feccia del mondo. Cioè, voglio dire, non bisognava per forza tornare ai tempi dei cow boy bravi contro gli indiani cattivi, ma nemmeno più sorbirsi acriticamente la santificazione degli “indiani” di turno, anche se qualcuno continua a proporcela pure oggi. E questo basta a dire W gli Anni Ottanta.

*termine dialettale, significa simile a meretrice

martedì 12 aprile 2011

12 aprile, il giorno che la politica assolse sé stessa

Cosa accade quel giorno, quel 12 aprile 1990? Il Presidente della Repubblica firmò il decreto che promulgava un’amnistia per tutti i reati con pena fino a quattro anni, compiuti fino al 24 ottobre 1989. Era quindi ricompreso il reato di finanziamento illecito dei partiti. La delega al presidente fu approvata alla Camera dei Deputati il 1 marzo 1990 con il voto favorevole di maggioranza e l’astensione dell’opposizione. Per la cronaca, a leggere la dichiarazione di voto per il PCI fu Anna Finocchiaro, sì perché in quella X Legislatura iniziata nel 1987 erano già presenti molti “giovani” politici che da sempre auspicano un rinnovamento della politica! C’erano Fini, Veltroni, Rutelli, Casini, D’Alema… Comunque sia quel 1 marzo in aula c’erano presenti 372 deputati, 224 votarono sì, 6 votarono no e quindi tutti i reati finanziari compiuti dai partiti politici venivano cancellati. Quel reato di finanziamento illecito, che da lì a poco con l’inchiesta Mani Pulite, avrebbe spazzato via il pentapartito, avrebbe riguardato solo i reati compiuti nel periodo compreso tra la fine del 1989 e l’inizio dell’inchiesta, nel 1992. Infatti i partiti della maggioranza andarono avanti con le vecchie pratiche come se nulla fosse successo, come se la loro presenza al Governo fosse ancora una necessità storica, ma i tempi erano cambiati. Invece i comunisti, che si erano finanziati in modo illegale ricevendo fondi dall’URSS, non avevano più queste entrate, ma supplirono con nuovi metodi che per varie ragioni si sono rivelati quasi inattaccabili. Anzi cambiando disco alla propria propaganda sostituirono la “lotta del proletariato” con la “questione morale” e convinsero buona parte dell’opinione pubblica italiana della propria “diversità”. In realtà, se andiamo a vedere, un politico che ruba per sé, è un avido meschino, condannabile moralmente sul piano personale, ma da un punto di vista politico, rubare per il partito è peggio, perché inquina il funzionamento democratico. A maggior ragione se i soldi provengono da un regime straniero disumano, ostile e imperialista.
Amnistia di allora e amnesia di oggi. Non mi va di abbandonarmi a facili moralismi. Piuttosto rilevo che oggi si parla di temi come la legalità e l’etica della politica, come se queste cose non fossero successe.
L’Italia ha superato i decenni del Dopoguerra senza riflettere cosa sono stati quegli anni e soprattutto cosa è stata la nostra vita democratica. Anzi, qualcuno ci viene a raccontare che allora tutti erano più seri e impegnati, che la democrazia era più vera. Invece durante la Guerra Fredda l’Italia era una linea di frontiera dove si confrontavano senza esclusione di colpi i due blocchi mondiali. C’era molta meno informazione di oggi, più censura, più violenza, era una democrazia limitata da tutele esterne e bloccata al suo interno dalla mancanza di alternanza. Servizi segreti, terroristi, affaristi, mafiosi, tutti sguazzavano (e insanguinavano) un Paese che sembrava destinato a non diventare mai adulto. Stragi e misteri vengono interpretati da ognuno per il proprio tornaconto, senza un’onesta analisi generale di com’era quell’Italia e quel Mondo di allora.
Abbiamo ancora tanta strada da fare e tante cose da migliorare, guardando indietro, ma non per tornarci, semmai per meglio andare avanti.

domenica 27 marzo 2011

L'ora legale è una boiata pazzesca.

Spostare avanti le lancette per alzarsi un’ora prima mi fa sentire come quelli della barzelletta che si mettono in cento per cambiare la lampadina, novantanove girano la casa e uno tiene ferma la lampadina. In pratica bisogna alzarsi alle sei del mattino ma fare finta che siano le sette.
Va bene il risparmio energetico, per quanto mi riguarda è tutta la vita che spengo luci lasciate inutilmente accese, ma non sarebbe più semplice dire: da domani e fino ad ottobre, scuole, uffici e fabbriche aprono un’ora prima.
Se i minatori inglesi non vedevano mai il sole sarebbe stato sufficiente farli entrare in miniera alle cinque del mattino, del resto quando ci sono estati particolarmente calde alla Fincantieri si mettono d’accordo ed entrano alle sei di mattina e non è che questi ultimi siano tutti iscritti al club dei cervelloni, è basilare buonsenso. I paesi del Nord Europa non perdono occasione per sfotterci e spesso hanno anche ragione, ma sulle piccole questioni pratiche gli diamo dieci a zero, anche perché da noi siamo abituati al fatto che non funziona niente quindi ci arrangiamo, siamo flessibili, troviamo la soluzione mentre loro restano attoniti di fronte al granello che blocca l’ingranaggio.
Personalmente sono mattiniero, quindi alzarmi prima non mi creerà sconvolgimenti psicosomatici, disturbi, malesseri legati al fuso orario, l’unico disagio sarà pensare che la lampadina si può cambiare anche da soli….

sabato 26 marzo 2011

Libri - speciale Valerio Massimo Manfredi

Mi piace leggere romanzi, quando capita, solo che di solito quando spulcio gli scaffali in libreria o cerco su internet, finisco quasi sempre per farmi incuriosire da qualche saggio storico e allora i romanzi vengono posticipati. Un’altra ragione è che i romanzi sono più adatti ad essere divorati rapidamente, quindi l’ideale è leggerli in vacanza o comunque se si ha molto tempo a disposizione, cosa che non sempre è possibile avere!
L’unico scrittore di romanzi che conosco in modo approfondito è Valerio Massimo Manfredi ed allora ho deciso di dedicare un post solo per lui per dare i miei voti! L’elenco copre la maggior parte della sua produzione letteraria; sono quasi tutti romanzi eccetto “I Greci d’Occidente” ed in parte “Akropolis” che è piuttosto un racconto autobiografico che mischia esperienze personali e reminescenze storiche. Il primo libro che lessi è “L’ultima legione” e l’impressione fu molto positiva, tanto che mi convinsi che l’autore meritava il bis. Quindi mi buttai su “Alexandros” che è uno dei miei libri preferiti in assoluto. Questi due assieme al “Tiranno” meritano le cinque stelle nel mio personalissimo cartellino.
Lo stile di Manfredi è un po’ epico, a volte un po’ barocco, è bravissimo a delineare uomini tutti d’un pezzo, che non perdono la propria identità neanche nei rimescolamenti vorticosi cui le vicende storiche li trascinano. Fortemente consigliati a coloro che amano la Storia e i personaggi ad alto tasso di testosterone, meno adatti a chi ama storie minimali, i colpi di scena a ripetizione, scavare di pagina in pagina nella psicologia intima.


Valerio Massimo Manfredi Akropolis ****
Valerio Massimo Manfredi I Greci d'Occidente ***
Valerio Massimo Manfredi Le paludi di Hesperia ***
Valerio Massimo Manfredi I cento cavalieri **
Valerio Massimo Manfredi L'isola dei morti **
Valerio Massimo Manfredi Lo scudo di Talos ****
Valerio Massimo Manfredi Il faraone delle sabbie ***
Valerio Massimo Manfredi L'impero dei draghi ****
Valerio Massimo Manfredi L'armata perduta ***
Valerio Massimo Manfredi Il tiranno *****
Valerio Massimo Manfredi Alexandros *****
Valerio Massimo Manfredi L'ultima legione *****

lunedì 21 marzo 2011

La matematica è un'opinione

La giornalista Angela Frenda scrive un articolo sul settimanale allegato al principale quotidiano italiano e riporta questi dati:

1 – dato numero uno: gli immigrati in Italia sono 5,5 milioni
2 – dato numero due: gli stupri sono commessi per la maggior parte (58%) da italiani

Quindi riassumendo il 9% di popolazione (immigrati) compie il 42% di stupri.

Conseguenza logica della giornalista: non è vero che gli stranieri commettono più stupri degli italiani!

Puntualizziamo: io non uso mai l’argomento criminalità nei ragionamenti che riguardano l’immigrazione.
Prima di tutto perché se non riusciamo a far rispettare la legge è un problema nostro che sta a monte e che va comunque risolto a prescindere dall’immigrazione.
Poi perché non è corretto nei confronti degli immigrati che sono cittadini esemplari.
Infine non uso questo argomento perché esistono ragioni a sufficienza per suggerire all’Italia di adottare restrizioni all’immigrazione, senza dover far leva sulla paura della criminalità.
Detto questo: come è possibile che questa giornalista voglia portare avanti una tesi con dei numeri che dimostrano l’opposto di quello che dice? E’ un mistero.
Oltretutto, a rincarare la dose, non è che nell’analisi propone qualche lettura dei dati che possa spostare a suo favore l’arido dato numerico, anzi aggiunge dei commenti che vanno a smentire ulteriormente le sue affermazioni, scrive infatti che la maggior parte degli stupri compiuti da italiani avviene tra le mura domestiche, cosa che evidentemente accresce la percentuale di “pericolo” all’esterno.

Gli altri articolisti della citata rivista per supportare le proprie altrettanto opinabili convinzioni, evitano di avventurarsi sul terreno scivoloso dei numeri, quindi diamo atto alla nostra giornalista di aver avuto almeno il coraggio di cercare di dimostrare l’indimostrabile, cosa che i suoi colleghi nemmeno fanno, anzi tronfi educano i lettori con la gravità e la sicurezza di uno appena sceso dal Sinai con la bozza sotto braccio scolpita nelle pietra.

Comunque questo nuovo teorema Frenda apre la strada a tutta una serie di applicazioni ed io comincio subito, voglio essere un pioniere della matematica del futuro: allora nel sudest asiatico secondo le stime più prudenti vengono morse da serpenti velenosi 110 mila persone; le altre zone del mondo , assieme contano circa 310 mila attacchi (fonte: www.PLosMedicine.org). Quindi se passeggiate in una jungla vietnamita camminate tranquilli, perché la maggior parte delle vittime dei serpenti sono localizzate da qualche altra parte!

mercoledì 16 marzo 2011

Perchè festeggio l'Unità d'Italia.


Gli Stati Uniti d’America non sono nati in un giorno di luglio di tanti anni fa e la Rivoluzione Francese non si è compiuta con la presa della Bastiglia. O se volete Rome wasn’t built in a day. Nemmeno l’Italia nacque un 17 marzo di 150 anni fa, e non solo perché mancavano Roma, Venezia, Trento e Trieste. Le date sono simboli che servono a ricordarci qualcosa, servono per fermarsi a riflettere. Vi dirò perché questo 17 marzo dovrebbe rappresentare, più di tutte le altre feste civili che ricorrono durante l’anno, qualcosa da ricordare e festeggiare.
E’ qualcosa che non riguarda il fatto di essere monarchici o repubblicani, federalisti, clericali o libertari. Non riguarda il giudizio storico che si può dare del Risorgimento, esula insomma dalle modalità con cui l’Italia ha conseguito la propria unità.
Io cambierei tante cose in Italia, a cominciare dalla Costituzione, fino a leggi, regolamenti, usi e consuetudini! Cambierei lo Stato Italiano, ma lo Stato non è l’Italia. L’Italia siamo noi.
Le nostre capacità, i nostri meriti e le nostre colpe. Siamo la nostra Storia. Una storia che copre ben più di 150 anni. L’Italia c’era già duemila anni fa, sotto l’impero di Augusto, allora era divisa in undici regioni*. Era abitata da diversi popoli, molti di loro imparentati da un’origine comune, altri arrivati da poco nella penisola, altri ancora sarebbero giunti nei secoli successivi. Tutti hanno condiviso un territorio, che da allora tutto il mondo chiamerà Italia e tutti hanno condiviso una storia per molti versi straordinaria, soprattutto per il contributo dato allo sviluppo spirituale, artistico e scientifico del genere umano.
I popoli sono come i pianeti: quelli con una grande massa influenzano quelli più piccoli, ne determinano il moto e le perturbazioni. Gli italiani divisi si sono combattuti, spesso in modo feroce e quelle lotte erano quasi sempre il riflesso di tensioni provenienti dall’esterno, l’Italia insomma era il campo di battaglia di guerre fatte da altri. Anche negli ultimi 150 anni molto sangue è corso tra italiani, del resto le antiche abitudini non si perdono facilmente; però la miriade di staterelli ha saputo dar vita ad un Paese in grado di primeggiare con i migliori in moltissimi campi.
Durante i lunghi secoli di divisone, le migliori menti della Penisola hanno preso coscienza di questo stato di cose e hanno cercato di indicare la via per migliorarle, anche se il contesto faceva apparire l’Italia unita un sogno, una fantasia, un’utopia in un Paese governato da stranieri, depredato e spesso umiliato.
La Patria è la terra dei Padri, la riceviamo in dote, una dote ricca, la riceviamo insieme con la grande responsabilità di migliorarla, amarla e difenderla. Io sono orgoglioso di essere italiano, non perché siamo superiori o migliori degli altri, nessuno è migliore o peggiore degli altri. Ma perché bisogna saper apprezzare i propri pregi per cercare di correggere i propri difetti e bisogna aver amor proprio per rispettare gli altri. Festeggio perché oggi, come allora “Uniti per Dio, Chi vincer ci può?”.

* Liguria, Transpadana, Venezia e Istria, Etruria, Emilia, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio e Campania, Apulia e Calabria, Lucania e Bruzio.

lunedì 14 marzo 2011

Errore di Wikipedia. Secondo me.


Visto che il precedente post che riguardava un errore di Wikipedia è piaciuto, ne propongo un altro in cui mi sono imbattuto. Leggendo la scheda del veicolo cingolato da combattimento Dardo, si può vedere che è accreditato da Wikipedia di una torretta da 105 mm. La cosa mi è apparsa inverosimile ed illogica (anche guardando la foto stessa) ed in effetti cercando altrove su internet tutte le fonti indicato una bocca da fuoco da 25 mm.
Ribadisco che non passo il tempo a fare le pulci a Wikipedia, che trovo spesso comodo e pratico, ma che credo sia giusto segnalare gli errori che trovo, ai miei sparuti ma affezionati lettori, anche se probabilmente non perdono il sonno chiedendosi il calibro dei nostri mezzi corazzati. Comunque tanto per ribadire: non credete a tutto quello che si legge in giro....

giovedì 3 marzo 2011

Crisi economica. Quando finirà il videogioco.

Crisi. Crisi. Crisi. Ormai la parola ci accompagna dal 2008 e non ci abbandona ancora. Quando ne usciremo? Ne usciremo? Il ministro Tremonti l’ha definita un videogioco: appena hai ucciso un mostro, passi al livello successivo e ne arriva uno più grosso e cattivo. In realtà non è proprio così, il problema è che i primi mostri non sono stati affatto sconfitti, si è evitato di affrontarli. Innanzi tutto, quindi, c’è già una piccola lezione da trarre: voler rinviare al futuro i costi di una crisi non fa che allungarne e peggiorarne gli effetti. Ci sono stati cattivi investimenti e prestiti che non verranno onorati, sono costi che pagheremo prima o poi, l’unica cosa che possiamo fare è evitare di commettere gli stessi errori che ci hanno portato fino a qui. Ma questo non è stato fatto. Innanzi tutto perché, come dei lemmings verso il baratro, tutti coloro che decidono le sorti economiche dei paesi continuano ad applicare lo stesso fallimentare modello keynesiano e poi perché i politici non vogliono risolvere la situazione. Farlo significherebbe cambiare le regole del gioco, affrontare recessione e deflazione, insolvenze e fallimenti. Le scadenze elettorali non tollerano tutto ciò. L’avessero fatto ne saremmo già fuori, ed invece sono già passati 3 anni inutilmente. Come scrivevo nel 2007 quando c’erano solo alcune nubi a preannunciare la tempesta, non è mai troppo tardi per prendere le misure necessarie. Giudicavo inutili le misure prese a maggio dai leaders europei e purtroppo ho avuto ragione, non mi sembra ci siano oggi motivi per cambiare idea, le prospettive non sono buone, il peggio deve ancora arrivare. Certo il settore privato si adegua, cambia, struttura, ristruttura, taglia, il mondo si evolve, ma gli squilibri e le manipolazioni monetarie, finanziarie, commerciali non sono stati rimossi e continueranno ad appesantire e menomare la creazione di ricchezza.

Per tappare le falle sono intervenuti con i soldi pubblici, ma oramai siamo giunti al limite, anzi qualcuno il limite l’ha superato, quindi gli Stati non si possono indebitare più di così. Neanche la Germania ha altre risorse per soccorrere paesi in difficoltà. E’ rimasta la Cina l’unica ad avere capitali a disposizione, ma mi sembra che non abbia voglia di riempire ulteriormente il suo portafoglio di titoli che potrebbero rivelarsi carta straccia. Piuttosto si sta comprando porti, cantieri, aziende….
Ora si propone l’escamotage degli Eurobond, ma è evidente a tutti che sarebbe solo un modo per far guadagnare un po’ di tempo ai paesi messi peggio, sempre a danno dei risparmiatori, che ricevono tassi da Bund, ma con i soldi che vanno ai PIGS! Ma per pagare il tasso del Bund, non dobbiamo inventare proprio niente: basta non fare deficit, è così semplice, basta che la Grecia e a seguire tutti gli altri spendano solo i soldi che incassano. Impossibile?
Preclusa ormai la strada ad ulteriori salvataggi pubblici, c’erano due opzioni: prendere atto che il sistema non funziona oppure distruggerlo definitivamente inondando ulteriormente di liquidità il mondo. Ovviamente le banche centrali hanno scelto la seconda.
Per il momento non c’è una presa di coscienza della gravità, né tra i politici né soprattutto nella gente, dei danni causati dall’uso dell’inflazione come medicina. Malediciamo i rincari della benzina, del pane, delle bollette, ma non si comprende che tutto questo è il costo che stiamo pagando alla politica demenziale delle banche centrali. Eppure non è difficile da capire: ogni giorno estraiamo 85 milioni di barili di petrolio nel mondo, che restano 85 milioni di barili anche se stampiamo tonnellate di denaro fresco durante la notte! Abbiamo più soldi per comprare, ma il petrolio, il grano, l’acciaio restano quelli che sono, costeranno solo di più impoverendo quelli che non hanno accesso immediato alla nuova liquidità immessa nel sistema.

lunedì 28 febbraio 2011

Gheddafi, un alpino morto e l'ipocrisia imperante.

L’Italia aveva un problema e due strade per risolverlo: la carota o il bastone. Migliaia di persone entravano illegalmente transitando dalla Libia. Con un tipo come Gheddafi non ci sono tanti discorsi da fare, o paghi oppure mandi le Forze Armate. Il Governo italiano ha scelto di pagare. Tutti quelli che si stracciano le vesti e vaneggiano di una politica estera che deve mettere al primo posto i diritti umani sono pronti a prendere il fucile e partire? Perché forse hanno dimenticato che il mondo è pieno di Gheddafi. Sono anni che in Darfur ci sono stupri e massacri, qualcuno di quelli criticano la politica estera italiana ha fatto qualcosa? Si è messo di guardia fuori dai villaggi per sparare ai carnefici mandati dal governo di Khartoum? Qualcuno si è mosso per difendere i monaci trucidati dai tiranni birmani? No, non si è mosso nessuno. Non dico che non bisogna tener presente i diritti umani in politica estera e avrei anche qualche idea in proposito sul come fare, ma se devi ottenere qualcosa da questi regimi o usi la forza o tratti. Raccogliere firme, mandare e-mail, mettere la faccina indignata su facebook serve a poco. Chavez quando è arrivato in Italia è stato accolto con gli applausi, eppure non è certo meglio di Mubarak. Saddam Hussein era molto peggio di Gheddafi eppure quando qualcuno si è preso la briga di mandarlo via a calci tutti gli amanti della Libertà e dei diritti dei popoli erano pronti a salvarlo. Idem per i Talebani. L’Italia sta già facendo la propria parte, egregiamente, in Afghanistan, dove la parte migliore del nostro paese è impegnata a tenere a bada i nemici dei diritti umani e lo sta facendo pagando con il sangue e la vita dei propri ragazzi.
Ricordiamo anche che noi italiani siamo meno dell’1% della popolazione mondiale, con un‘economia in difficoltà e poche risorse da spendere, quindi non possiamo fare “pressioni” economiche, sanzioni o cose simili proprio a nessuno. Posto che gli embarghi non hanno mai fatto cadere nessun dittatore, semmai li rafforzano, perché nella scarsità, chi controlla le poche risorse ha ancora più potere e influenza.
Invocare l’ONU poi è addirittura comico: proprio l’ONU che aveva messo la Libia alla presidenza della Commissione sui Diritti Umani! L’ONU serve solo a pagare lo stipendio a quelli che ci lavorano e i paesi democratici farebbero bene a uscirne.
Gheddafi è un dittatore. In Libia non c’è democrazia, né tantomeno libertà. Come in tutti gli altri paesi arabi. L’Italia non ha certo gestito in modo impeccabile il suo rapporto con Gheddafi, né questi giorni di proteste. Io sostengo che dobbiamo appoggiare coloro che chiedono libertà, in Libia come nel resto del mondo, ma sapendo che questo comporta un prezzo da pagare e che la battaglia è appena cominciata. Infatti le minacce più gravi alla libertà dell’Egitto, della Tunisia, della Libia e degli altri paesi sono ancora di là da venire, la storia dell’Iran ce lo insegna e vedremo allora se i difensori dei diritti umani saranno ancora in prima linea per proteggere dalla forca i manifestanti.

lunedì 7 febbraio 2011

Mercenari di Ippolito Edmondo Ferrario





Il libro parla delle storie dei mercenari italiani impegnati in Congo nei turbolenti anni successivi all’indipendenza del grande paese africano. Purtroppo il libro rappresenta un’occasione persa perché manca a mio avviso un filo conduttore che riassuma le storie in un quadro unitario. Ci sarebbe voluto un maggiore approfondimento degli eventi, come si sono svolti e come si sono intrecciati con le vicende personali dei protagonisti. Invece alcune ripetizioni e una certa sbrigatività lasciano la voglia insoddisfatta di saperne di più. Sicuramente i libri non si valutano a peso, ma 160 pagine non bastano a dare completezza agli argomenti messi sul tappeto dall’autore: la vicenda storica, le biografie degli intervistati, i personaggi dell’epoca e lo spirito di quei mercenari europei, avrebbero richiesto più spazio e più ricerche. Comunque il libro riesce ad essere avvincente e getta una luce su avvenimenti e sentimenti esclusi dal mainstream giornalistico, cinematografico e televisivo. La parola mercenario porta alla mente un individuo che agisce solo per soldi, che non è inquadrato in truppe regolari e quindi non rispetta alcuna regola nel fare la guerra, un’ultima spiaggia per individui poco raccomandabili, per la feccia insomma. Sulle motivazioni che hanno spinto queste persone a lasciarsi alle spalle una vita tranquilla, forse troppo tranquilla e ad infilarsi in uno dei posti più pericolosi e problematici del mondo, l’autore ci fornisce invece indicazioni che vanno in altre direzioni. Per molti la spinta decisiva è stata la sorte dei caschi blu italiani trucidati e mangiati dalle milizie congolesi, ma si intravede oltre a questo una predisposizione d’animo preesistente, qualcosa che ha a che fare con il cameratismo, le emozioni forti e il non accettare passivamente l’esistente. Sarebbe interessante un secondo volume per un confronto con le esperienze degli italiani arruolatisi volontari nelle guerre jugoslave degli anni novanta e con i contractor della guerra irachena. Dai colloqui dell’autore, il fenomeno si inquadra come una rivolta, l’unica via rimasta per opporsi al corso dei tempi: all’epoca c’era la decolonizzazione, il blocco comunista in espansione e una generale considerazione dell’Europa come di un continente finito e umiliato. Non so se allora i mercenari potessero avere realmente un margine di manovra, uno spazio per idee proprie o probabilmente essere solo un utile strumento nelle mani delle strategie degli Stati. Certo, dal libro, la figura del volontario risulta abbastanza idealizzata e non tutti avranno seguito il codice etico dell’onore indicato da uno dei protagonisti: “se sei una persona onesta che non ruba e che mantiene la parola data, è indifferente che tu sia un panettiere o un mercenario. Il tuo lavoro lo fai bene, con la coscienza a posto. Se sei un pezzo di merda, qualsiasi cosa tu faccia, tale rimarrai”, però aiuta a rimuovere un po’ di pregiudizi, che, come sempre, non aiutano a capire.

giovedì 3 febbraio 2011

Corriere della Sera e indottrinare il popolo

Andare a spulciare gli altri quotidiani è come sparare sulla Croce Rossa ma il Corriere della Sera è considerato il quotidiano più autorevole e più moderato. Probabilmente lo è, infatti è questo il motivo per cui sconforta leggere certi articoli. Titolo: “Barometro della democrazia. Tra i Paesi più evoluti, l'Italia arranca” e fin qui nulla da dire sono il primo a denunciare le imperfezioni della nostra democrazia. Vediamo di cosa di tratta: un indice, elaborato dall’Università di Zurigo e dal “Social Science Research Center” di Berlino, cerca di classificare lo stato di salute delle trenta democrazie più consolidate del mondo. Per la cronaca l’Italia risulta ventiduesima (davanti a Regno Unito e Francia, insomma pensavamo peggio). Ecco il primo commento del Corriere: “Il risultato poco esaltante del Belpaese - dichiara lo studio - è determinato dalla limitata libertà di stampa che ostacola il processo democratico. Nell'Italia di Silvio Berlusconi - continua la ricerca - il declino è evidente.” . Notare che la ricerca considera il decennio dal 1995 al 2005, ma soprattutto che il responsabile della ricerca intervistato da der Spiegel dice testualmente: “(the survey) is designed to go deeper than whether a country holds free and fair elections, but not to go deep into individual governmental policies." Quindi ricapitolando: il giornalista del Corriere non si sente offeso dal fatto di essere considerato “non libero” ed è pronto ad accusare Berlusconi (anche di questo… non c’è già abbastanza carne al fuoco?) nonostante il fatto che gli autori stessi della ricerca dicano che non hanno considerato le politiche governative! Ma questo è il meno, subito dopo commentando il fatto che il Belgio risulta terzo in Europa, il giornalista aggiunge: “Probabilmente se lo studio analizzasse l'anno in corso, difficilmente Bruxelles, che da oltre sette mesi è senza governo, riuscirebbe a ottenere una posizione così prestigiosa.” Non lo sfiora l’idea che una democrazia può tranquillamente vivere anche senza Governo in carica, che un Paese è fatto dai milioni di persone che si alzano, lavorano e che un paese è fortunato quando i Governi si limitano a non fare danni ed a spolpare il meno possibile i contribuenti. Se i nostri politici fossero stati a casa (pagati si intende) per sette mesi ogni legislatura, saremmo tutti più ricchi.
Il giornalista riporta invece senza aver nulla da eccepire alcuni criteri usati per elaborare l’indice, sentite qua sull’Inghilterra: “l'Inghilterra, sebbene sia considerata la madre di tutti i parlamenti, è penalizzata da un sistema elettorale che potrebbe alterare il responso della volontà popolare” cioè in pratica a questi studiosi non piace il collegio maggioritario uninominale e allora gli affibbiano un brutto voto. Ancora sull’Inghilterra penalizzata da “da un sistema dei media troppo legato agli interessi privati”! Urca, ma come hanno fatto a dimostrare che negli altri paesi i media sono slegati da ogni interesse privato?
Bella anche questa: “La Francia invece è in fondo alla classifica per il numero limitato di partiti politici presenti in Parlamento” quindi l’equazione è: più partiti = più democrazia, allora l’Italia può rimontare quando vuole, i partiti in Parlamento aumentano da un giorno all’altro!
Il bello è che non intendo contestare i risultati dello studio. I paesi del nord Europa primeggiano. Non dico di no, anche se con qualche riserva sui reati di opinione e sul controllo ossessivo che su alcuni aspetti tendono ad avere sull’organizzazione della vita dei propri cittadini. Non contesto nemmeno il fatto che l’informazione italiano non è abbastanza libera, infatti idee come quelle che leggete nel mio blog, non le trovate sui giornali! E’ che si cerca sempre di inculcare nella mente dei lettori un unico modello di democrazia, fatto di più Stato, più politicamente corretto, più pensiero unico, mentre la democrazia si nutre anche e soprattutto di pluralità di pensiero.

lunedì 31 gennaio 2011

Un incubo agita i sonni europei

Una nuova cortina di ferro con cui fare i conti? Le rivolte nel mondo arabo sono una gigantesca opportunità, che rischia di trasformarsi in un incubo. La Storia insegna che spesso le Rivoluzioni cominciano in un modo e finisco in un altro. Quasi sempre c’è una fase iniziale in cui vari gruppi si coalizzano contro il tiranno. Una volta abbattuto il vecchio regime, il gruppo più organizzato e più spietato finisce per eliminare i vecchi alleati ed instaura un regime peggiore del precedente. Al centro della scena ci sono oggi Tunisia ed Egitto, ma manifestazioni e insofferenze sono segnalate in Algeria, in Giordania, in Yemen. Potere economico e militare decideranno momentaneamente le sorti del contendere, ma dove si andrà a finire è impossibile dirlo. Le manifestazioni dei giovani di Teheran sono state spazzate via nel sangue. Sembra chiaro che le forze dell’ordine non sono disposte ad arrivare a quei livelli di violenza per salvare i regimi autoritari del Nordafrica, che comunque prima o poi dovevano cadere, troppo incentrati su singole persone, hanno dato un’illusione di stabilità, ma senza aver mai creato basi solide e durature nel tempo. Tutti auspichiamo che il mondo arabo possa muoversi verso la libertà. Resta però l’esempio di Gaza: quando le forze estremiste prendono il potere, non ci sono più elezioni, è una via senza ritorno. Un movimento stile Hamas che governasse sui paesi arabi porterebbe venti di guerra. Una nuova cortina di ferro da Gibilterra ai Dardanelli. Un incubo per un’Europa che dalla caduta del Muro di Berlino si culla nell’illusione di un Mondo senza minacce. Un’Europa che non ha saputo fare nulla per impedire il massacro degli anni Novanta nei Balcani, sarebbe in grado oggi di fronteggiare una tale minaccia? Il petrolio sarebbe l’ultimo dei problemi, perché quei paesi esportatori non sarebbero in grado di sopravvivere senza venderlo, (Chavez docet) ma garantirebbe loro enormi risorse da impiegare per guadagnarsi il Paradiso… sul campo di battaglia. Solo Ataturk ha saputo forgiare uno Stato laico, moderno e prospero in un paese islamico, ma nessuno ha seguito il suo esempio ed oggi anche in Turchia questa impostazione è messa in discussione in modo inquietante. Quello a cui assistiamo in questi giorni potrebbe essere una prima volta assoluta, una strada mai percorsa: la via araba verso la democrazia. Speriamo che non perdano la bussola.