lunedì 28 febbraio 2011

Gheddafi, un alpino morto e l'ipocrisia imperante.

L’Italia aveva un problema e due strade per risolverlo: la carota o il bastone. Migliaia di persone entravano illegalmente transitando dalla Libia. Con un tipo come Gheddafi non ci sono tanti discorsi da fare, o paghi oppure mandi le Forze Armate. Il Governo italiano ha scelto di pagare. Tutti quelli che si stracciano le vesti e vaneggiano di una politica estera che deve mettere al primo posto i diritti umani sono pronti a prendere il fucile e partire? Perché forse hanno dimenticato che il mondo è pieno di Gheddafi. Sono anni che in Darfur ci sono stupri e massacri, qualcuno di quelli criticano la politica estera italiana ha fatto qualcosa? Si è messo di guardia fuori dai villaggi per sparare ai carnefici mandati dal governo di Khartoum? Qualcuno si è mosso per difendere i monaci trucidati dai tiranni birmani? No, non si è mosso nessuno. Non dico che non bisogna tener presente i diritti umani in politica estera e avrei anche qualche idea in proposito sul come fare, ma se devi ottenere qualcosa da questi regimi o usi la forza o tratti. Raccogliere firme, mandare e-mail, mettere la faccina indignata su facebook serve a poco. Chavez quando è arrivato in Italia è stato accolto con gli applausi, eppure non è certo meglio di Mubarak. Saddam Hussein era molto peggio di Gheddafi eppure quando qualcuno si è preso la briga di mandarlo via a calci tutti gli amanti della Libertà e dei diritti dei popoli erano pronti a salvarlo. Idem per i Talebani. L’Italia sta già facendo la propria parte, egregiamente, in Afghanistan, dove la parte migliore del nostro paese è impegnata a tenere a bada i nemici dei diritti umani e lo sta facendo pagando con il sangue e la vita dei propri ragazzi.
Ricordiamo anche che noi italiani siamo meno dell’1% della popolazione mondiale, con un‘economia in difficoltà e poche risorse da spendere, quindi non possiamo fare “pressioni” economiche, sanzioni o cose simili proprio a nessuno. Posto che gli embarghi non hanno mai fatto cadere nessun dittatore, semmai li rafforzano, perché nella scarsità, chi controlla le poche risorse ha ancora più potere e influenza.
Invocare l’ONU poi è addirittura comico: proprio l’ONU che aveva messo la Libia alla presidenza della Commissione sui Diritti Umani! L’ONU serve solo a pagare lo stipendio a quelli che ci lavorano e i paesi democratici farebbero bene a uscirne.
Gheddafi è un dittatore. In Libia non c’è democrazia, né tantomeno libertà. Come in tutti gli altri paesi arabi. L’Italia non ha certo gestito in modo impeccabile il suo rapporto con Gheddafi, né questi giorni di proteste. Io sostengo che dobbiamo appoggiare coloro che chiedono libertà, in Libia come nel resto del mondo, ma sapendo che questo comporta un prezzo da pagare e che la battaglia è appena cominciata. Infatti le minacce più gravi alla libertà dell’Egitto, della Tunisia, della Libia e degli altri paesi sono ancora di là da venire, la storia dell’Iran ce lo insegna e vedremo allora se i difensori dei diritti umani saranno ancora in prima linea per proteggere dalla forca i manifestanti.

lunedì 7 febbraio 2011

Mercenari di Ippolito Edmondo Ferrario





Il libro parla delle storie dei mercenari italiani impegnati in Congo nei turbolenti anni successivi all’indipendenza del grande paese africano. Purtroppo il libro rappresenta un’occasione persa perché manca a mio avviso un filo conduttore che riassuma le storie in un quadro unitario. Ci sarebbe voluto un maggiore approfondimento degli eventi, come si sono svolti e come si sono intrecciati con le vicende personali dei protagonisti. Invece alcune ripetizioni e una certa sbrigatività lasciano la voglia insoddisfatta di saperne di più. Sicuramente i libri non si valutano a peso, ma 160 pagine non bastano a dare completezza agli argomenti messi sul tappeto dall’autore: la vicenda storica, le biografie degli intervistati, i personaggi dell’epoca e lo spirito di quei mercenari europei, avrebbero richiesto più spazio e più ricerche. Comunque il libro riesce ad essere avvincente e getta una luce su avvenimenti e sentimenti esclusi dal mainstream giornalistico, cinematografico e televisivo. La parola mercenario porta alla mente un individuo che agisce solo per soldi, che non è inquadrato in truppe regolari e quindi non rispetta alcuna regola nel fare la guerra, un’ultima spiaggia per individui poco raccomandabili, per la feccia insomma. Sulle motivazioni che hanno spinto queste persone a lasciarsi alle spalle una vita tranquilla, forse troppo tranquilla e ad infilarsi in uno dei posti più pericolosi e problematici del mondo, l’autore ci fornisce invece indicazioni che vanno in altre direzioni. Per molti la spinta decisiva è stata la sorte dei caschi blu italiani trucidati e mangiati dalle milizie congolesi, ma si intravede oltre a questo una predisposizione d’animo preesistente, qualcosa che ha a che fare con il cameratismo, le emozioni forti e il non accettare passivamente l’esistente. Sarebbe interessante un secondo volume per un confronto con le esperienze degli italiani arruolatisi volontari nelle guerre jugoslave degli anni novanta e con i contractor della guerra irachena. Dai colloqui dell’autore, il fenomeno si inquadra come una rivolta, l’unica via rimasta per opporsi al corso dei tempi: all’epoca c’era la decolonizzazione, il blocco comunista in espansione e una generale considerazione dell’Europa come di un continente finito e umiliato. Non so se allora i mercenari potessero avere realmente un margine di manovra, uno spazio per idee proprie o probabilmente essere solo un utile strumento nelle mani delle strategie degli Stati. Certo, dal libro, la figura del volontario risulta abbastanza idealizzata e non tutti avranno seguito il codice etico dell’onore indicato da uno dei protagonisti: “se sei una persona onesta che non ruba e che mantiene la parola data, è indifferente che tu sia un panettiere o un mercenario. Il tuo lavoro lo fai bene, con la coscienza a posto. Se sei un pezzo di merda, qualsiasi cosa tu faccia, tale rimarrai”, però aiuta a rimuovere un po’ di pregiudizi, che, come sempre, non aiutano a capire.

giovedì 3 febbraio 2011

Corriere della Sera e indottrinare il popolo

Andare a spulciare gli altri quotidiani è come sparare sulla Croce Rossa ma il Corriere della Sera è considerato il quotidiano più autorevole e più moderato. Probabilmente lo è, infatti è questo il motivo per cui sconforta leggere certi articoli. Titolo: “Barometro della democrazia. Tra i Paesi più evoluti, l'Italia arranca” e fin qui nulla da dire sono il primo a denunciare le imperfezioni della nostra democrazia. Vediamo di cosa di tratta: un indice, elaborato dall’Università di Zurigo e dal “Social Science Research Center” di Berlino, cerca di classificare lo stato di salute delle trenta democrazie più consolidate del mondo. Per la cronaca l’Italia risulta ventiduesima (davanti a Regno Unito e Francia, insomma pensavamo peggio). Ecco il primo commento del Corriere: “Il risultato poco esaltante del Belpaese - dichiara lo studio - è determinato dalla limitata libertà di stampa che ostacola il processo democratico. Nell'Italia di Silvio Berlusconi - continua la ricerca - il declino è evidente.” . Notare che la ricerca considera il decennio dal 1995 al 2005, ma soprattutto che il responsabile della ricerca intervistato da der Spiegel dice testualmente: “(the survey) is designed to go deeper than whether a country holds free and fair elections, but not to go deep into individual governmental policies." Quindi ricapitolando: il giornalista del Corriere non si sente offeso dal fatto di essere considerato “non libero” ed è pronto ad accusare Berlusconi (anche di questo… non c’è già abbastanza carne al fuoco?) nonostante il fatto che gli autori stessi della ricerca dicano che non hanno considerato le politiche governative! Ma questo è il meno, subito dopo commentando il fatto che il Belgio risulta terzo in Europa, il giornalista aggiunge: “Probabilmente se lo studio analizzasse l'anno in corso, difficilmente Bruxelles, che da oltre sette mesi è senza governo, riuscirebbe a ottenere una posizione così prestigiosa.” Non lo sfiora l’idea che una democrazia può tranquillamente vivere anche senza Governo in carica, che un Paese è fatto dai milioni di persone che si alzano, lavorano e che un paese è fortunato quando i Governi si limitano a non fare danni ed a spolpare il meno possibile i contribuenti. Se i nostri politici fossero stati a casa (pagati si intende) per sette mesi ogni legislatura, saremmo tutti più ricchi.
Il giornalista riporta invece senza aver nulla da eccepire alcuni criteri usati per elaborare l’indice, sentite qua sull’Inghilterra: “l'Inghilterra, sebbene sia considerata la madre di tutti i parlamenti, è penalizzata da un sistema elettorale che potrebbe alterare il responso della volontà popolare” cioè in pratica a questi studiosi non piace il collegio maggioritario uninominale e allora gli affibbiano un brutto voto. Ancora sull’Inghilterra penalizzata da “da un sistema dei media troppo legato agli interessi privati”! Urca, ma come hanno fatto a dimostrare che negli altri paesi i media sono slegati da ogni interesse privato?
Bella anche questa: “La Francia invece è in fondo alla classifica per il numero limitato di partiti politici presenti in Parlamento” quindi l’equazione è: più partiti = più democrazia, allora l’Italia può rimontare quando vuole, i partiti in Parlamento aumentano da un giorno all’altro!
Il bello è che non intendo contestare i risultati dello studio. I paesi del nord Europa primeggiano. Non dico di no, anche se con qualche riserva sui reati di opinione e sul controllo ossessivo che su alcuni aspetti tendono ad avere sull’organizzazione della vita dei propri cittadini. Non contesto nemmeno il fatto che l’informazione italiano non è abbastanza libera, infatti idee come quelle che leggete nel mio blog, non le trovate sui giornali! E’ che si cerca sempre di inculcare nella mente dei lettori un unico modello di democrazia, fatto di più Stato, più politicamente corretto, più pensiero unico, mentre la democrazia si nutre anche e soprattutto di pluralità di pensiero.

lunedì 31 gennaio 2011

Un incubo agita i sonni europei

Una nuova cortina di ferro con cui fare i conti? Le rivolte nel mondo arabo sono una gigantesca opportunità, che rischia di trasformarsi in un incubo. La Storia insegna che spesso le Rivoluzioni cominciano in un modo e finisco in un altro. Quasi sempre c’è una fase iniziale in cui vari gruppi si coalizzano contro il tiranno. Una volta abbattuto il vecchio regime, il gruppo più organizzato e più spietato finisce per eliminare i vecchi alleati ed instaura un regime peggiore del precedente. Al centro della scena ci sono oggi Tunisia ed Egitto, ma manifestazioni e insofferenze sono segnalate in Algeria, in Giordania, in Yemen. Potere economico e militare decideranno momentaneamente le sorti del contendere, ma dove si andrà a finire è impossibile dirlo. Le manifestazioni dei giovani di Teheran sono state spazzate via nel sangue. Sembra chiaro che le forze dell’ordine non sono disposte ad arrivare a quei livelli di violenza per salvare i regimi autoritari del Nordafrica, che comunque prima o poi dovevano cadere, troppo incentrati su singole persone, hanno dato un’illusione di stabilità, ma senza aver mai creato basi solide e durature nel tempo. Tutti auspichiamo che il mondo arabo possa muoversi verso la libertà. Resta però l’esempio di Gaza: quando le forze estremiste prendono il potere, non ci sono più elezioni, è una via senza ritorno. Un movimento stile Hamas che governasse sui paesi arabi porterebbe venti di guerra. Una nuova cortina di ferro da Gibilterra ai Dardanelli. Un incubo per un’Europa che dalla caduta del Muro di Berlino si culla nell’illusione di un Mondo senza minacce. Un’Europa che non ha saputo fare nulla per impedire il massacro degli anni Novanta nei Balcani, sarebbe in grado oggi di fronteggiare una tale minaccia? Il petrolio sarebbe l’ultimo dei problemi, perché quei paesi esportatori non sarebbero in grado di sopravvivere senza venderlo, (Chavez docet) ma garantirebbe loro enormi risorse da impiegare per guadagnarsi il Paradiso… sul campo di battaglia. Solo Ataturk ha saputo forgiare uno Stato laico, moderno e prospero in un paese islamico, ma nessuno ha seguito il suo esempio ed oggi anche in Turchia questa impostazione è messa in discussione in modo inquietante. Quello a cui assistiamo in questi giorni potrebbe essere una prima volta assoluta, una strada mai percorsa: la via araba verso la democrazia. Speriamo che non perdano la bussola.

martedì 25 gennaio 2011

Le prostitute, il Cavalier, l'arme e gli amori

Il dibattito politico assomiglia un po’ a quei palinsesti estivi pieni di repliche, gli attori ripetono stancamente la loro parte ma con poca suspance e novità zero. Rimane solo la vecchia tattica di aggiungere un pizzico di sesso per cercare di alzare l’audience.

In compenso la confusione regna sovrana annebbiando le menti. Chiariamo.

VERO CHE:

la prostituzione è immorale

VERO CHE

la scala morale disegnata da Dante Alighieri nell’Inferno è in gran parte condivisibile e quindi, tra quei comportamenti dai quali nessuno di noi è immune, la lussuria è certamente il meno grave

VERO CHE

molto più immorale, per un politico, è indebitare i cittadini che rappresenta e le generazioni future

chiarisco meglio: immaginate di delegare l’amministrazione della vostra azienda o dei vostri soldi a una persona e questo comincia a spendere e spandere e siccome non riesce pagare tutti comincia a fare sempre più debiti che voi e i vostri figli dovrete pagare: non è più immorale questo di un amministratore accorto e prudente, anche se quest’ultimo è un gran puttaniere?
A scanso di equivoci, Berlusconi è presunto puttaniere, ma certamente colpevole del peccato di fare debiti pubblici, ma in questo è in affollata compagnia

VERO CHE

Questa immoralità è diffusissima e non viene denunciata da quella schiera di prostitute (pure loro) chiamate comunemente “organi di informazione”

VERO CHE

ai moralizzatori (e agli organi di informazione) non interessa nulla della morale, perché non parlano mai della immoralità sopracitata

VERO CHE

Dare soldi in cambio di sesso a una minorenne è un reato

VERO CHE

ai moralizzatori non interessano i comportamenti penalmente rilevanti, altrimenti dedicherebbero un po’ di energie anche ad altre forme più gravi di reati (parlo di piani regolatori, normative, appalti…)
che la politica pratica sotto gli occhi di tutti e nella cecità (voluta?) della magistratura inquirente, (cieca soprattutto in alcune regioni… )

VERO CHE

la meritocrazia deve valere per tutti, quelle che passano avanti agli altri perché la danno non fanno nulla di diverso dagli altri raccomandati. Favoritismi e nepotismi di ogni genere inquinano la nostra vita, additare alcune presunte donne di malaffare al pubblico sdegno è una comoda maniera di incanalare la rabbia e l’invidia popolare, ma il livello delle classi dirigenti e la loro selezione è un problema che riguarda tutti loro

RICORDIAMO

Per inciso, per essere eletti in consiglio regionale ci vogliono le preferenze, io sono favorevole alle preferenze ma non ne faccio un totem, sapendo che di solito la qualità degli eletti con le preferenze non è superiore a quella dei nominati (a differenza di quello che dicono quelli che si stracciano le vesti contro l’attuale legge elettorale), ad esempio in questa legislatura l’unico che si è dimesso per guai giudiziari era stato eletto nelle circoscrizioni estere, quindi con preferenze….

VERO CHE

la meritocrazia deve valere per tutti, ma c’è chi nasce ricco, chi nasce intelligente, chi nasce fortunato, qualcuna nasce bella e si fa avanti con quello che la natura le ha dato: giusto criticare ma io focalizzerei le riflessioni sul fine che si propongono queste ragazze, cioè un tipo di vita che francamente non mi sembra così desiderabile, entrare nel dorato mondo dei VIP! Le critiche sui mezzi utilizzati appaiono di cattivo gusto quando arrivano da quelli e quelle che nel mondo dei VIP già ci stanno, ci sguazzano pure e magari non hanno neppure dovuto fare tali “sacrifici”

VERO CHE

fermo restando che ognuno può giudicare moralmente come meglio crede certi comportamenti ambigui, la prostituzione si configura quando c’è uno scambio prestazione sessuale contro soldi e/o affini, quindi se una frequenta un uomo ricevendo in cambio un elevato livello di vita ma non ha l’obbligo automatico di andarci a letto in teoria non sarebbe nemmeno prostituzione (altrimenti anche molte fidanzate ed ex mogli rientrerebbero nella categoria…), ammetto che il confine a volte è piuttosto labile e incerto

VERO CHE

ai “giornalisti” non interessa fare informazione, ma catturare l’attenzione e comprendo che la gente preferisca sentir parlare di troie piuttosto che di problemi complicati, però sarebbe bello anche che non fosse così; cioè il mondo è sempre andato così, ma allora dovremmo applicare questo ragionamento anche al resto, perché non c’è dubbio che il mondo è sempre andato così anche tra uomini, donne, sesso e potere; se miriamo a migliorare facciamolo in tutto!

VERO CHE

a Milano la ‘ndrangheta spadroneggia, lo disse non molto tempo fa anche Saviano (salvo poi lodare la Procura anche se si occupa di altro, forse ha cambiato idea e tutto sommato la ‘ndrangheta non è così importante?). A Milano sono presenti altre forme di criminalità organizzata straniera che controllano letteralmente interi quartieri. In alcuni quartieri la criminalità non è organizzata ma ti può capitare di essere ucciso a calci da malavitosi. Comunque a Milano non manca nulla: cocaina, reclutamento terrorismo, auto rubate. Che una Procura spenda risorse, intercettando per mesi decine di ragazze mentre cazzeggiano al telefono è decisamente vergognoso, il tutto per cercare di incastrare Berlusconi con il tremendo reato di aver fatto sesso qualche mese prima del consentito, sì perché il termine minorenne è un po’ generico, se parliamo di una tredicenne, per me possiamo anche metterlo sul patibolo (si tocchi pure lui, Caino e simili), ma la vicenda di cui parliamo non ha nulla a che vedere con ciò

OLTRETTUTTO

guardando la carrellata delle potenziali partner è evidente che il tipo di bellezza che apprezza il premier non è certo virginale o adolescenziale…

SENZA CONTARE CHE

è del tutto inverosimile che possa essere stato parte attiva in orge come quelle descritte, insomma ha mille risorse ma non viene da Krypton….

VERO CHE

se intercettano la mia vicina di casa mentre dice che Berlusconi gli ha avvelenato il gatto i giudici di Milano chiamano i loro amici giornalisti annunciando in anteprima l’apertura di un’inchiesta

VERO CHE

Se vi pare potete quindi tranquillamente condannare moralmente il comportamento di Berlusconi con le donne, ma cristianamente dobbiamo ricordarci che nessuno è senza peccato e che qualunque uomo libero sentimentalmente cerca tutti i modi possibili per accoppiarsi (e possibile che nessuna gliela dia gratis?....)

VERO CHE

Berlusconi è in guerra con una parte del Paese, sa di esserlo e dovrebbe, per il bene dell’Italia, evitare di farsi trovare scoperto in modo così clamoroso, evidentemente qualcuno di cui si fida o non è all’altezza o non merita fiducia

VERO CHE

la condizione della donna non è mai stata migliore di oggi negli ultimi 10.000 anni (in epoca precedente non sarei così categorico), collegare la condizione femminile all’incontinenza erotica di Berlusconi è bizzarro, non risulta peraltro che la mansioni delle segretarie americane siano diventate più gravose negli anni Novanta….


VERO CHE

aver lavorato nel mondo dello spettacolo non è marchio d’infamia ed è tutto da dimostrare i politici siano meglio delle protette del Berlusca. Preparatevi per una bella botta di qualunquismo: sono sicuro che qualunque cittadino possa fare il lavoro di parlamentare con uguale profitto di quelli che
ci sono e di quelli che c’erano, insomma prima di sparare sulle ex vallette ricordiamoci che il miglior presidente degli Stati Uniti d’America del XX secolo di mestiere faceva l’attore….

La retorica della competenza e del merito, in politica, è scivolosa e pericolosa, il Parlamento ha il compito di fare leggi che devono essere rispettate e quindi comprese da tutta la popolazione. Quindi qualunque elemento della popolazione ha titolo anche per fare le leggi. Il politico può chiedere un parere tecnico, ad esempio ad una commissione medica (quanto è dannosa una sostanza, quanto è efficace una cura?), ma poi la decisione che deve prendere è appunto di natura politica (meglio vietare quella sostanza o lasciare che ogni individuo sia responsabile per se stesso). L’idea che la politica debba essere fatta da un’elite di tecnocrati illuminati è la più illiberale, anticostituzionale e oppressiva che i politici con i loro lacchè dei mass media cercano di inculcarci.
Non dico che il politico debba essere un ignorante patentato ma più che competenza deve avere IDEE e VOLONTA’ di realizzarle

PER INCISO

l’Italia e il mondo non sono mai stati più morali di oggi, chi afferma il contrario o non conosce la Storia o ha un’idea strana di moralità e umanità (forse c’era più moralità quando si sopprimevano i neonati, o si praticava la tortura, o quando c’era il delitto d’onore, o quando si gambizzava la gente per strada, o quando si giustificava l’oppressione di un popolo, oppure quando si prendevano soldi da una potenza straniera ostile e disumana….)


VERO CHE

Quelli che all’estero non sarebbe pensabile non dimettersi ecc…. L’estero viene applicato a corrente alternata dalle varie parti politiche, se tutti all’estero fanno una cosa che non piace allora non vale (un esempio, ma ce ne sono mille, tutti all’estero producono energia con la fissione dell’uranio….)


CONCLUDIAMO CHE

Se non si sopporta Berlusconi
La cosa da fare è: candidarsi presentando un programma decente e credibile,
non è difficile, l’attuale maggioranza non ha fatto molto per migliorare l’Italia quindi l’opposizione deve solo dare l’impressione di poter fare meglio,
se invece si punta tutto sul bunga bunga l’impressione è che non si abbiano argomenti migliori, il che è tutto dire….

martedì 4 gennaio 2011

W i mitici Anni Ottanta




No, i Novanta non mi hanno fatto schifo come a Randy e Cassidy, anzi mi sono divertito, ho conosciuto persone, girato insomma nulla di cui lamentarsi, eppure anch’io ho la malattia degli anni Ottanta! Mitici, spumeggianti, colorati rispetto agli altri decenni così grigi. E ho scoperto che è una malattia piuttosto diffusa.
C’erano i Guns e i Def Leppard, c’erano anche i Bonjovi e pure gli Wham! e c’erano gli U2 e poi c’erano i Duran Duran, che dileggiavo, ma solo per reazione al successo che avevano con le ragazze. Soprattutto c’era la radio, i 45 giri e i mangiacassette da riavvolgere con le bic. Quindi le canzoni ti entravano in testa per forza, perché le risentivi un milione di volte.
Io non so se sia puramente un fatto anagrafico, sono entrato negli Ottanta a 8 anni e ne sono uscito a 18. Sono quegli anni che per chiunque restano indelebili? Per cui per i cinquantenni erano mitici i 70 e per i sessantenni i 60? Forse. Però ci deve essere dell’altro, è che a me tutto quello che sa di 80 pare più bello, la musica è più bella, i film erano più belli. La Tv? Non c’è paragone. I telefilm, i programmi, i cartoni animati.
I cartoni animati degli anni 80 hanno creato una mitologia: arrivano infatti i Robot giganti e tra la preoccupazione dei “grandi” dilagano.
Vogliamo parlare di sport? Nel calcio non c’è storia, all’appuntamento obbligato della domenica, l’irripetibile 90° minuto con gli indimenticabili corrispondenti dalle varie sedi, ti potevi godere Falcao, Platini, Zico, Maradona, Van Basten…. Parliamo di Campionati del Mondo? Con tutto il rispetto per i monumentali Buffon e Cannavaro, che insieme agli altri hanno portato a casa il trofeo con le unghie e i denti, il Mondiale vinto nel 1982 è inarrivabile.
Parliamo del basket: Magic Johnson, Larry Bird, Kareem Abdul Jabbar, Michael Jordan. Nel tennis ammetto che i campioni di oggi sembrano più forti, ma vuoi mettere quei match con Jimmy Connors e John McHenroe. Nella pallavolo l’età dell’oro sono i Novanta con la generazione dei Fenomeni, però negli Ottanta erano già in campo i mitici Karch Kiraly e Steve Timmons, idoli di tutti i giocatori da spiaggia come me.
Ma poi non è tanto una questione di chi era il più forte, quanto del fascino che potevano avere certe sfide, certi personaggi, un’epoca.
Chiudo ricollegandomi al video: gli Anni Ottanta sono l’età dell’oro del Wrestling: Hulk Hogan, Ultimate Warrior, Macho Man, Jim Duncan, André de Giant, Legion of Doom. E dopo? Solo The Undertaker ha raggiunto quei livelli.
Non mi piace chi rivanga sempre il passato: avevamo fatto questo, facevamo quello, i bei tempi andati, anzi sono tutto l’opposto, si vive il presente e si guarda avanti, però ogni tanto mi è dolce naufragar nell’Ottanta Mania.

domenica 19 dicembre 2010

Tommaso Padoa Schioppa. Preferisco ricordarlo così.

Tommaso Padoa Schioppa resterà nella memoria collettiva per la sua breve parentesi di Governo, che molti, me incluso, considerano infelice e per alcune ben note e discutibili esternazioni giornalistiche. Ma la realtà è sempre molto più complessa delle banali e interessate semplificazioni dei media e siccome in questo blog si va sempre contro corrente e si mette in luce quello che i professionisti dell’informazione nascondono sotto il tappeto, io lo ricordo per un’intervista del 2005 che cito testualmente e di cui condivido in gran parte il contenuto: “«Se noi avessimo difeso Kodak e Ford, la Microsoft sarebbe sorta non in America ma in un altro Paese», osservava qualche settimana fa un amico economista americano. Si limitava a ricordare quel carattere del mercato concorrenziale, che si chiama distruzione creativa. Carattere, a vero dire, non del solo mercato ma della vita stessa. «Muori e diventa» (stirb und werde) dice un verso di Goethe; per non ricordare il passaggio delle Scritture sulla necessità che il seme muoia perché la pianta nasca. In astratto è una legge che conosciamo, ma ogni giorno vediamo quanto sia difficile accettarla per la nostra impresa, il nostro posto di lavoro.
L’ economia italiana non riprenderà vigore senza un combinarsi di costruzione e distruzione: imprese o settori che declinano e scompaiono, altri che nascono e prosperano. Le periodiche statistiche de Il Sole 24 Ore mostrano che mobile, scarpa, macchine utensili crescono in certe regioni o distretti, calano in altri. L’ impresa più capace di indovinare il prodotto che piacerà, di contenerne il costo, di organizzarne la vendita porta via clienti all’ impresa meno capace; se confrontiamo le due, vediamo che nella prima gli operai di solito non sono più meritevoli che nella seconda, ma sono più bravi il padrone, il sindacalista, il progettista.
È quasi impossibile che la costruzione proceda tanto in fretta da evitare la pena della distruzione: posti di lavoro perduti, aziende che chiudono. L’ avvio del nuovo difficilmente comincia prima che morda il bisogno. La necessità aguzza l’ ingegno. La straordinaria crescita industriale della provincia di Reggio Emilia iniziò, oltre quaranta anni fa, dalla riconversione in imprenditori di maestranze rese senza lavoro dalla chiusura delle Officine meccaniche reggiane.

Chi stabilisce che cosa distruggere e che cosa costruire? Noi, non lo Stato o il sindacato; noi, quando scegliamo tra un volo Easy Jet e un volo Alitalia, tra un Cd Naxos e uno Sony. A Stato e sindacato, invece, compete di organizzare quella solidarietà sociale pubblica che è vanto della civiltà europea contemporanea e che permette alla distruzione creativa di compiersi col minore sacrificio.”

sabato 18 dicembre 2010

Camminata fino al Kuhleiten

Con qualche mese di ritardo propongo questa camminata: partenza dalla Malga Taser (mt 1450) nel comune di Scena, dove si può arrivare con una funivia. Dopo circa un’ora di strada senza particolari dislivelli si arriva alla baita Streitweider (mt 1560), da qui comincia una salita praticamente ininterrotta che dopo un’ora e mezza conduce al rifugio Kuhleiten (mt 2360).








lunedì 6 dicembre 2010

Afghanistan. Anche le armi biologiche vanno inserite in una strategia coerente.

Le armi e le azioni intraprese in una guerra devono essere coerentemente inserite nella strategia prescelta e funzionali al conseguimento degli obiettivi finali, altrimenti è un inutile spreco di risorse.

Le cronache di questi ultimi mesi segnalano un crollo della produzione afghana di oppio, le stime per il 2010 parlano di un calo interno al 50% rispetto all’anno precedente. Sulle cause non c’è univocità ma molte fonti riferiscono di una malattia che ha attaccato le piante facendo diminuire la resa per ettaro. Sappiamo che da anni vengono portate avanti ricerche per mettere a punto armi biologiche (nello specifico funghi) che possano distruggere le colture dalle quali si ricava droga.
Le malattie che colpiscono le piante sono spesso molto difficili da contrastare e con le tecnologie oggi disponibili dovrebbe essere possibile creare microorganismi in grado colpire selettivamente alcune colture. C’è quindi il sospetto che questo calo possa essere dovuto all’impiego di qualcuno di questi agenti patogeni. Già gli antichi sapevano che affamare il nemico è la forma più efficace di combattimento e, come è noto, una delle più importanti fonti di finanziamento dei Talebani sono gli introiti derivanti dalla coltivazione e dal commercio dell’oppio, di cui l’Afghanistan è il principale produttore mondiale.
Ogni arma però va inserita e coordinata nella strategia globale che si intende perseguire ed in questo caso la scelta di annientare i raccolti deve essere accompagnata da altre mosse, per non risultare controproducente.

Lo scarso raccolto sta facendo impennare i prezzi e questo potrebbe indurre quegli agricoltori che hanno abbandonato la produzione di oppio a tornare sui propri passi. In alcune province le forze occidentali hanno finanziato il passaggio ad altre colture comunque remunerative (ad esempio lo zafferano), per non vanificare questi sforzi la percentuale di distruzione deve essere mantenuta molto alta, perché è ovvio che nessun coltivatore punterebbe sull’oppio se sapesse che corre il rischio di perdere il 90% del raccolto.

Veniamo da anni in cui la produzione era cresciuta moltissimo.
I grandi raccolti delle ultime stagioni avranno provocato un aumento delle scorte da parte dei trafficanti, scorte che ora possono essere rivendute ad un prezzo maggiore. Quindi una strategia volta a soffocare le fonti di finanziamento dei Talebani deve per forza di cose avere una durata pluriennale, solo con l’esaurirsi delle scorte gli introiti crolleranno. Un solo anno non avrebbe invece un impatto significativo.

Il problema fondamentale poi è che la strategia perseguita dalla coalizione prevede un approccio che cerca il consenso della popolazione, mentre la distruzione dell’economia del nemico si accompagnerebbe (in teoria) meglio ad una strategia più simile alle guerre balcaniche, con pulizia etnica e annientamento in massa, (cosa che ovviamente la NATO non può fare). Bisogna mettere in conto quindi delle azioni per gestire la fase di transizione nelle aree controllate dai Talebani, soprattutto per evitare che il tracollo economico spinga frange della popolazione verso la lotta armata.
Parte delle forze talebane sono persone che si arruolano per denaro, prosciugare le fonti di finanziamento nemiche è funzionale al tentativo di far cambiare campo a queste forze, sapendo però che gli elementi irriducibili non cesseranno comunque di opporsi con ogni mezzo disponibile alla normalizzazione del paese.

mercoledì 1 dicembre 2010

il Manifesto dei Conservatori

Il libro “Manifesto dei Conservatori” di Roger Scruton, ha lo scopo di fare il punto su che cosa significa e cosa dovrebbe significare oggi essere Conservatore, naturalmente inteso nel senso anglosassone del termine.
Il primo spunto che merita di essere citato testualmente è una definizione di lealtà nazionale, alla quale ognuno può arrivare riflettendo autonomamente, ma che oggi sembra volutamente ignorata dai media: “noi in qualità di cittadini di stati-nazione siamo vincolati da obblighi reciproci a tutti coloro che possono vantare la nostra nazionalità, indipendentemente da famiglia o religione” “la nostra legge si applica ad un territorio definito, i nostri legislatori sono scelti fra coloro che l’abitano…” “I simboli di lealtà nazionale non sono né aggressivamente attivi, né ideologici: sono immagini pacifiche di madrepatria, del luogo al quale apparteniamo”…”non si trova alcuno di questi elementi positivi in quegli stati che siano fondati sul noi tribale o sul noi della fede” “sin da quando il poeta latino Terenzio Afro ha posto la domanda semiseria: Quis custodiet illos custodes? Il problema della responsabilità è sempre stato primario…per quanto un monarca, la classe dirigente o il partito di avanguardia possano essere benevoli non è probabile che lui o lei o loro lo rimangano a lungo se possono permettersi di rendere conto solo a se stessi… ciò significa saper mobilitare la pubblica opinione contro i governanti al punto da arrivare ad esautorarli, ma questo può accadere solo se i cittadini sono pronti a difendere il diritto di tutti alla protesta” (e all’opinione aggiungo io). “la lealtà nazionale è la roccia su cui si fondano queste posizioni… permette alla gente di vivere in una società depoliticizzata in cui gli individui hanno sovranità sulle loro vite ma, al tempo stesso, sanno che vi sarà unità nel difendere le loro libertà, anche se perseguono politiche opposte”, tutto questo è chiaramente ben applicabile all’Inghilterra, forse anche agli USA, meno alle esperienze del nostro Paese, da secoli terreno di battaglia per potenze ed ideologie provenienti dall’esterno, però suggerisce un’idea di stato-nazione svincolata dall’etnia, ma non dalla cultura, ponendo paletti molto concreti: quando la fedeltà alla tribù, alla religione o all’ideologia supera quello alla patria, la convivenza e la pace sono in pericolo.
Merita un plauso il capitolo sull’Oicofobia, termine che l’autore usa nel senso di paura della propria cultura: “nessuno….può permettersi il lusso di non essere consapevole della compiaciuta derisione rivolta alla nostra lealtà nazionale da parte di chi non avrebbe nemmeno la libertà di critica se gli inglesi, anni fa, non fossero stati pronti a morire per il proprio paese” “il ripudio dell’idea nazionale è il risultato di un particolare stato d’animo che si è sviluppato nel mondo occidentale a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e che prevale tra le élite intellettuali e politiche….la tendenza in qualunque situazione conflittuale a schierarli con loro contro di noi e il bisogno irrefrenabile di denigrare usi e costumi , cultura istituzioni che siano tipicamente nostri” “da un punto di vista psicologico l’oicofobia è una fase tipica e normale della mente degli adolescenti, mentre negli intellettuali tende a divenire permanente”: non avrei saputo descrivere meglio, quell’odio per la nostra cultura che nel mondo dei media ci invade quotidianamente e ossessivamente, tutti i mali del mondo discendono in ordine di importanza: dagli USA, dal nostro modo di vivere, dall’Occidente in genere; la cosa buffa è che questi professionisti dell’autoinfangamento non si rendono nemmeno conto di usare tutte categorie di pensiero nate e tipiche dell’Occidente, il terzomondismo, il bolivarismo ecc. sono tutte categorie di pensiero occidentali ed inculcate altrove.
Immancabile il passo sul Relativismo: Scruton non fa altro che mettere in luce quella contraddizione che chiunque può verificare, cioè il Relativismo culturale dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano ed invece diventa il più intollerante degli approcci, cerca in ogni modo di convincerci che la cultura occidentale è razzista, patriarcale, etnocentrica, prevaricatrice e chi non si allinea al pensiero dominante su famiglia, immigrazione, guerra e pace è un criminale. Dopo aver eliminato la religione dalle proprie vite e dalla vita pubblica, aver negato qualunque valore al sacro, al magico, i movimenti “progressisti” ne hanno assunto la forma mentis diventando intransigenti, con uno zelo missionario ed una fede nelle proprie convinzioni che non ammette prove contrarie per quanto razionali: che la battaglia sia contro il consumo di carne o riguardi temi economici oppure etici, lo zelo è da setta religiosa, infatti le tesi contrarie sono eresie o frutto di qualche potere malvagio e occulto che compra e corrompe le coscienze. Invece il senso di umorismo, autoironia o scetticismo risulta assolutamente assente, del resto in ballo c’è la salvezza dei giusti e del mondo! (peraltro secondo costoro la specie umana è responsabile di ogni male quindi non si capisce perché la vogliano salvare dai disastri e dalle apocalissi prossime venture, insomma in questo almeno San Giovanni era più coerente).

Mi sono dilungato abbastanza sugli aspetti più condivisibili del libro e da agnostico, paganeggiante e razionalista lascio l’ultima citazione a questa massima che mi è piaciuta molto, su cui ognuno farà la sua riflessione notturna: “le menzogne della fede religiosa ci consentono di percepire le verità che contano, le verità della scienza, investite di autorità assoluta, nascondono quelle che contano e rendono impercettibile la realtà umana”.

giovedì 25 novembre 2010

Salviamo la Cultura dai suoi salvatori


L’ultima parola d’ordine per mobilitare il senso civico degli italiani è SALVIAMO LA CULTURA. Così si fa un calderone in cui si mescolano manifestazioni a favore del cinema sussidiato, tesori artistici in rovina e studenti che difendono eroicamente la peggior fabbrica di ignoranza presuntuosa, disoccupazione politicizzata e fancazzismo impegnato dell’Occidente, cioè il nostro sistema scolastico. (per la cronaca si segnalano invece solo flebili voci contro il peggior provvedimento dell’anno: la “riforma” forense).

I salvatori della cultura hanno aggiunto questa battaglia epocale agli altri salvataggi in corso: salvataggio del pianeta, dei poveri, della pace, del buon gusto….
Infatti intellettuali, opinionisti, editorialisti da qualunque scampolo di carta stampata non perdono occasione di martellarci con il PENSIERO UNICO “PROGRESSISTA” fatto di ogni genere di mistificazioni, censure rigorose su quello che non fa comodo e una riga di insulti su quelli che la pensano diversamente. Se ne potrebbero citare a migliaia, anche perché la loro caratteristica principale è invadere ogni spazio, sia che si parli di sport, tempo libero, moda, vacanze, dietologia, reincarnazione, fumetti, insomma di quello che vi pare, loro invariabilmente la buttano in politica.
Oppure invitano e intervistano solo quelli omologati al mainstream.

Potrei quindi commentare le banalità quotidiane delle varie Rodotà, Spinelli, Sarzanini, ma punto invece più in alto: mi è capitata tra le mani una copia di Io Donna nella quale, prendendo spunto dal crollo della Casa dei Gladiatori, si chiede a 8 membri dell’Accademia dei Lincei delle idee per superare il difficile momento odierno.
Parla Maurizio Brumori “già professore di Biochimica alla Sapienza di Roma”, ha la foto più simpatica di tutte e magari è solo scivolato su un po’ di luoghi comuni, quindi oggi prendo di mira lui, anche se magari non lo merita, perché ci fornisce troppi spunti che necessitano un commento. La sua intervista parte con: “L’anomalia italiana è che non si sono mai fatti progressi contro l’evasione fiscale… anch’io ho un po’ di azioni ma perché devo pagare solo il 12%?” ; prima frase, prima castroneria: si lamenta dell’evasione fiscale e dice che bisogna alzare le aliquote, così quelli che le pagano sono ancora più vessati e gli evasori ci guadagnano ancora di più! Sorvolo sugli effetti perversi della tassazione delle rendite e che si tratta di redditi già tassati, mi concentro solo sulla logica intrinseca della dichiarazione: se il professore ritiene di dover destinare una quota maggiore dei propri dividendi a finalità pubbliche è liberissimo di farlo, oppure possiede così poca autostima da ritenere che i nostri politici utilizzerebbero quei fondi in modo più oculato di quello che farebbe lui stesso?
Prosegue: “demagogico e sbagliato è stato anche tagliare l’ICI a quelli che se lo potevano permettere e per di più due mesi prima che arrivasse la grande crisi”: secondo lui possedere la casa nella quale si abita vuol dire potersi permettere di pagare, come se automaticamente avere una casa (sottolineo una) comportasse qualche genere di entrata…. E poi la crisi cosa c’entra? Servivano più tasse per finanziare quelle manovre stile Zapatero invocate dall’opposizione e rivelatesi ovviamente controproducenti?
Come perla finale arriva la citazione di Padoa-Schioppa sostenendo che “le tasse sono una cosa bellissima”…”sono l’unico bacino di entrata per sostenere altre attività… per risollevare la cultura, il nostro patrimonio artistico…”, va bene però il nostro patrimonio artistico fu creato nelle epoche passate quando le tasse erano molto più basse di oggi e inoltre se la Casa del Gladiatore fosse stata di proprietà di qualche privato interessato all’arte e alla storia, sicuramente non sarebbe stata lasciata crollare. E poi perché non usare quei soldi per mandare l’uomo (magari qualche accademico) su Marte?

Mettiamo i puntini sulle i:

- le tasse sono una cosa necessaria, ma in uno Stato che si è fatto prestare negli anni (e deve restituire) oltre milleottocentomiliardi di Euro (corrispondenti a oltre tremilioniquattrocentoottantamilamiliardi di lire) sostenere che mancano le risorse perché non si alzano le tasse è ridicolo
- alzare le tasse non significa aumentare il gettito complessivo, soprattutto in un paese dove le piccole attività imprenditoriali subiscono aliquote che vanno ben oltre il 50%
- è di cattivo gusto che chi ha percepito reddito grazie ai soldi dei contribuenti, mentre rilascia interviste alla carta stampata, che si regge a sua volta sui soldi dei contribuenti venga a reclamare ulteriori spremiture.

Tutto queste polemiche in realtà non fanno che proseguire il filo conduttore scalfariano: c’è un’ Italia colta che legge e vota a sinistra e un’Italia cafona e disonesta che vota Berlusconi. Sì ma che cosa legge l’Italia colta? Siete mai entrati in una libreria? Quella spazzatura esposta in primo piano come fosse verdura al mercato sono opere culturali? (resta sottointeso che c’è molta più poesia in un carciofo della piana di Albenga che nella maggior parte delle opere letterarie di cui parlo). Basta cercare qualche testo che esula dal solito tran tran e per scoprire che nel 90 per cento dei casi non l’hanno nemmeno tradotto in italiano: o te lo leggi in inglese, o francese, oppure niente. Preciso che leggere fa sempre bene e va bene leggere qualsiasi cosa, ma da qui a farne un discrimine di erudizione per giustificare la superiorità antropologica della sinistra ce ne corre.
E sarebbero cultura quei deprimenti film italiani dove si fa l’elogio dello sfigatismo, dove il solito ultratrentenne si comporta come un ragazzino, inebetito dagli spinelli, alle prese con una società ingiusta perché non gli dà la garanzia di bighellonare a vita?

Tutti possono e debbono esprimere le proprie opinioni, anche il nostro accademico dei Lincei, (e devo dire che se mi avventurassi in giudizi sui cromosomi telocentrici le mie argomentazioni sarebbero un altrettanto facile bersaglio per lui) ma sarebbe bello ogni tanto vedere pubblicate anche altre opinioni e non sempre le stesse. In un paese dove le aule scolastiche, dalle elementari fino all’Università, vengono usate per fare politica, dove il predicozzo parte senza contradditorio in ogni occasione, dal concerto alla sfilata, dal film all’omelia, dallo show alla recensione, ricordiamo che la cultura è prima di tutto confronto e non indottrinamento.

P.S.
A chi si autoproclama produttore di cultura non resta, per concludere, ricordare che un vero rappresentante di questa categoria non reputò necessario vantare i propri meriti artistici, ma il proprio valore in battaglia e chiese che sulla propria tomba si scrivesse semplicemente:

Eschilo, figlio di Euforione, ateniese, morto a Gela produttrice di grano, questo monumento ricopre: il bosco di Maratona potrebbe raccontare il suo glorioso valore, e il Medo dalle lunghe chiome, che lo conosce.

lunedì 22 novembre 2010

Chi erano i Kuruzoc? Google non lo sa!


Chi erano i Kuruzoc? Google non lo sa! E questa già è una notizia, perché oggi non c’è praticamente parola, per quanto strana, della quale non si riesca ad avere notizie in internet. La curiosità di questa ricerca mi è venuta vedendo la legenda della cartina, infatti in alto a destra si vede scritto: “incursioni dei Kuruzoc” e “trincea contro i Kuruzoc”.
Non ne avevo mai sentito parlare, ma ero certo che la Rete mi avrebbe aiutato… e invece niente! Digitando la parola non esce nulla di pertinente in nessuna lingua. Ho provato a cambiare qualche vocale, qualche consonante, a scrivere le sillabe staccate: nessuna notizia dei Kuruzoc.

Mi ero già praticamente rassegnato quando, con una ulteriore serie di ricerche basate sugli eventi salienti del periodo, sono finalmente giunto ad una conclusione: Kuruzoc (sempre che non sia un errore di stampa o di traduzione) è il nome ribelli Ungheresi che combatterono contro gli Asburgo, nella fattispecie in particolare quelli che diedero vita alla rivolta negli anni tra il 1703 ed il 1711. Sono comunemente chiamati Kurucs. In nessuna fonte che ho trovato vengono accostati al nome “Kuruzoc”, né quest’ultimo è mai menzionato, ma tutto fa pensare siano la stessa cosa.

lunedì 18 ottobre 2010

Consumismo contro Capitalismo

Il periodo di crisi economica che stiamo vivendo ha molte conseguenze, tra le quali un aumento degli esperti economisti che dall’ultimo blog fino ai più alti livelli istituzionali, paventano (…e spesso auspicano) la fine del “Consumismo Capitalista”, talvolta definito “Capitalismo Consumistico”.

Peccato che tutti quanti usino questi due ossimori senza rendersi conto di avere le idee confuse fin dalle definizioni.

Capitalismo è l’accumulazione di beni capitali, che conduce nel tempo ad una maggiore capacità produttiva. Capitalista d’altro canto è il proprietari dei beni capitali o beni di produzione.
Consumismo, può avere molti significati, ma comunque riconducibili ad un eccesso di acquisti di beni finali. Il consumatore diventa tale nel momento in cui usa il proprio reddito per acquistare un bene prodotto.

Dovrebbe essere evidente che l’eccesso dell’aspetto Consumo va a discapito del Capitale erodendolo. I beni capitali, che siano macchinari o immobili, si usurano dopo un certo numero di anni vanno sostituiti, se ogni anno non si risparmia una parte del reddito per questo scopo alla fine non si può produrre un bel niente.
Quindi “Consumismo Capitalistico” è una contraddizione in termini.

Che poi i miglioramenti tecnologici degli ultimi due secoli, unitamente a determinate condizioni sociali e giuridiche, abbiamo portato ad una disponibilità di beni enormemente superiore al passato non fa venir meno la contraddizione. Consumare tutto ciò che si è prodotto erode il Capitale, risparmiarne una parte è invece il presupposto per mantenerlo ed accrescerlo.

Certo, subissati dai media che ripetono il mantra circa “stimolare i consumi”, si è indotti a credere il contrario, ma è sufficiente riflettere un attimo per capire che prima di consumare bisogna produrre e per produrre ci vogliono i mezzi di produzione. Se mi mangio tutto il grano prodotto, non avrò nulla da seminare per l’anno nuovo. Del resto, come ho scritto altre volte, gli Stati Uniti hanno conosciuto in questi anni una percentuale di consumi addirittura superiore al reddito e questo non solo non ha evitato la crisi ma ne ha costituito un presupposto.

Eppure la pervicace convinzione che il consumismo sia la molla della crescita economica pervade i media in ogni occasione, dai disastri naturali che secondo i commentatori di turno fanno aumentare il PIL, ai filosofi del “far girare i soldi”…. ma in fondo il problema non è farli girare, ma quale direzione (leggi tasche) fargli prendere!

giovedì 14 ottobre 2010

Non c'è più il Vaticano di una volta.

Sono stato un paio di giorni a Roma e ne ho approfittato per fare una visita alle catacombe.
Un cartello posto all’ingresso avverte che si sta entrando in proprietà privata, la zona infatti è di proprietà del Vaticano.
Le guide dei vari gruppi sono tutti preti. Cito, in ordine sparso, alcune delle affermazioni della nostra guida:
le catacombe sono state saccheggiate da Goti, Vandali e Longobardi, perché siccome il centro di Roma era inespugnabile, hanno dovuto ripiegare su quello che si trovava fuori le mura (e Alarico? e Genserico?...).
Secondo lui poi le iscrizioni che troviamo all’interno delle catacombe sono in greco, perché a Roma si parlava greco! Quindi, viste le insegne dei ristoranti, traggo la conclusione che oggi a Roma si parla cinese.
All’inizio ci spiega che, contrariamente a quello che si crede, i cristiani non andavano sottoterra per nascondersi, ma solo per pregare e seppellire i morti, poco dopo dice che le catacombe smettono di essere usate a seguito dell’Editto di Costantino che concedeva loro la libertà di culto….
Sibillino afferma che i cristiani seppellivano nelle catacombe anche i bambini pagani, lasciando intendere che questi ultimi non lo facevano, però io, leggendo Seneca, avevo inteso diversamente .
Più volte viene ribadito che le amene scene campestri rappresentano il Paradiso, perché il Paradiso era inteso come un luogo bello, però non ho capito perché sottolineare questa cosa, come se non fosse di logica immediata: mica puoi rappresentare il Paradiso come un letamaio.
Mi è sembrata un po’ debole anche la dissertazione teologica, quando afferma che all’epoca i credentisi potevano definire cristiani senza ulteriori specificazioni, perché c’era solo una cristianità, invece oggi c’è la divisione con protestanti e ortodossi (a me pare invece che nei primi secoli la cristianità fosse parecchio divisa….).
Penso possa bastare per fare qualche riflessione: il prete in questione era simpatico, molto garbato, amorevole, sorridente, a modo, appariva sinceramente emozionato nel raccontare innumerevoli storie di martiri e poi ha anche ammesso di non essere molto preparato dal punto di vista storico, però non mi sembrava proprio il ruolo migliore dove metterlo, mi sorge quindi una perplessità cui non riesco a rispondere, infatti il Vaticano da fuori appare come un’organizzazione ferrea, tetragona, organizzata, che passa indenne attraverso i secoli; mi immagino che non sia un posto com’era la naja, dove funzionava così: “tu, che mestiere fai?” “il cuoco” “allora vai in officina”, “tu, invece?” “io faccio il muratore” “ok vai in cucina”. Oltretutto il prete me lo immagino studioso, anche perché ha meno distrazioni delle altre persone, cioè se uno ha la vocazione ma non vuol studiare può fare il missionario, ma se fai il pastore di anime devi saperne più del gregge….
Saranno forse a corto di preti, oppure la storia non è materia molto approfondita in seminario, chissà, comunque l’impressione è che non c’è più il Vaticano di una volta….

mercoledì 15 settembre 2010

15 settembre. 60 anni fa la Battaglia di Incheon.

Oggi è il sessantesimo anniversario della battaglia più famosa della Guerra di Corea: la Battaglia di Incheon o, per dirla con il suo nome in codice l’Operazione Chromite.

La situazione sul campo vedeva le forze comuniste del nord occupare quasi tutta la penisola coreana, dopo l’invasione iniziata il 25 giugno, con l’eccezione di una piccola area nel sud est del paese, intorno a Busan, dove erano attestate le forze americane. In questo contesto il generale Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze ONU incaricate di respingere le forze nordcoreane, concepì l’idea di sbarcare presso Incheon, prendere il porto e utilizzarlo come testa di ponte per un’armata che tagliasse in due le forze nemiche.




L’idea era decisamente audace, per non dire avventata, e come tale avversata dagli alti comandi delle forze USA. I motivi per considerare uno sbarco a Incheon un azzardo erano molti: il porto era fortificato, l’accesso obbligato è attraverso un piccolo canale (Flying Fish Channel) facilmente difendibile, il rifluire della marea impedisce l’accesso alle navi durante buona parte del giorno,




la presenza di alte dighe foranee, senza considerare che la zona si trova dalla parte opposta a Busan, inoltre in quei primi giorni di settembre due tifoni avevano rallentato significativamente le operazioni navali tra Giappone e Corea. Insomma difese naturali ed artificiali facevano considerare la zona imprendibile, così la pensavano anche i Nordcoreani e quindi la sorpresa ebbe successo.

I fatti: all’alba del 15 settembre i marines al comando di Arthur Dewey Struble sbarcano sulla “Green Beach” nel nord dell’isoletta di Wolmi-Do e riescono a sopraffare le forze presenti che non si aspettavano un attacco in forze. I marines si mettono in posizione difensiva perché devono resistere 12 ore prima che l’alta marea consenta lo sbarco dei rinforzi.
L’operazione viene portata avanti con due altri sbarchi nelle spiagge denominate “Blue Beach” e “Red Beach”.






Quel primo giorno 13.000 uomini presero possesso della zona ed insieme a quelli che li seguiranno riusciranno a tagliare le linee di comunicazione del nemico ed a riprendere la vicina Seul occupata dai comunisti. Parte delle forze che assediavano Busan furono costrette ad intervenire alleggerendo la pressione sulle truppe ONU che poterono così cominciare a riconquistare territorio marciando verso nord.

Come giudicare l’operazione? E’ stata solo la fortuna ad aiutare MacArthur ed è stato solo il suo ego smisurato a voler andare contro un prudente buonsenso?
Non si può dare una risposta definitiva, certo è che, pur se rischiosa, l’operazione aveva una sua razionalità: gli stessi uomini e mezzi impiegati all’interno del perimetro circondato di Busan non avrebbero avuto lo stesso impatto sul nemico, l’inverno era vicino e per ribaltare la situazione in poco tempo bisognava guadagnare terreno e spiazzare le forze nemiche, cosa che solo uno sbarco in profondità alle spalle poteva conseguire. Probabilmente il generale cercava anche un colpo ad effetto per risollevare il morale delle forze anticomuniste che non poteva essere più depresso.

Il giorno dopo, in una comunicazione al presidente Truman, il generale Frank Lowe, consulente militare alla presidenza scrive “Sono stato testimone di un miracolo, niente di meno”… tanto per capire lo stato d’animo in quelle ore.

Dobbiamo considerare che l’operazione è stata messa in piedi in poche settimane, senza satelliti, raccogliendo forze eterogenee, alcune dalla sacca di Busan, altre fatte arrivare dal Giappone, da questo punto di vista quindi la fama mi sembra giustificata.

Dopo la Battaglia di Incheon la guerra è durata altri tre anni, fino al cessate il fuoco provvisorio che dura tutt’oggi. Il paese diviso ha conosciuto due destini completamente diversi, in un equilibrio che risulta difficile da spezzare: la presenza del regime al nord giustifica la presenza di un’imponente forza americana nell’Asia nord orientale, obbliga Corea del Sud e Giappone ad una vicinanza non conflittuale; dal canto suo la Cina preferisce avere un confinante dove ha voce in capitolo, piuttosto che una Corea riunificata alleata agli Stati Uniti. La Corea del Sud non vuole la guerra, è un paese ricco che avrebbe molto da perdere, inoltre Seul è abbastanza vicina al confine da essere sotto il tiro dei nordcoreani; nelle poche settimane necessarie ad abbattere il regime del nord, quest’ultimo potrebbe fare abbastanza danni da scoraggiare il tentativo. Insomma la Corea del Nord sa che gli è sufficiente non tirare troppo la corda per sopravvivere ancora, salvo lotte intestine di successione o una carestia così grave da non poter essere superata nemmeno con l’aiuto dei “nemici”.
Ma di queste cose possiamo occuparci altri giorni, oggi limitiamoci a ricordare quelli che sulle coste di Incheon hanno lasciato la vita.