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venerdì 21 marzo 2014

L'ossessione del tetto di spesa pubblica al 3%

Molte delle eterne discussioni sulla politica economica italiana sono incentrate sul limite del 3% di deficit, che i paesi dell’Unione Europea si sono impegnati a rispettare a partire dagli accordi di Maastricht.
Partiamo da una domanda: perché hanno messo questo limite?
Quelli che hanno progettato l’Euro e l’Europa come la conosciamo oggi, avevano in testa (e hanno anche oggi) un modello di società nel quale ci sono delle autorità centrali che controllano, dispongono, organizzano, decidono, pianificano e soprattutto spendono, credendo che l’economia e le persone siano come un software: basta programmare e tutto funziona secondo i piani.
Perciò, invece di lasciare libero ogni Stato aderente, di adottare la politica di bilancio che ritesse più opportuna, hanno messo dei vincoli, il più discusso dei quali è quello sul deficit di bilancio.
Il fatto di creare una moneta comune, in realtà, non implicava affatto il dover porre tali limiti. La moneta unica è stata usata come scusa per ampliare i poteri degli organi comunitari ed imporre un modello di economia nel quale i dirigisti da Bruxelles manovrano tutto il continente.
Gli Stati Uniti d’America sono 50 Stati federati con una moneta unica, ma ciascun Stato è libero di adottare le politiche fiscali che meglio crede. Idem in Svizzera.

Oltre al riflesso condizionato di doversi occupare di ogni cosa, i politici avevano un’altra ragione per mettere dei paletti: la cattiva coscienza e la sfiducia reciproca.
Questo è il punto importante: i trattati non prevedevano che la Banca Centrale Europea dovesse intervenire per salvare dal fallimento qualche Stato con i conti in disordine e non prevedevano nemmeno che, ad esempio, la Germania dovesse intervenire per salvare la Grecia.
Quindi l’irresponsabilità di un membro non avrebbe provocato perdite agli altri.
Però i politici non si fidano uno dell’altro, sapendo bene che le firme sui trattati e le promesse valgono quel che valgono, cioè zero.
Del resto la storia economica delle finanze pubbliche è sempre uguale: i governi spendono sistematicamente più di quello che incassano, coprono i buchi indebitandosi e poi a un certo punto falliscono; qualcuno come mossa disperata tenta, senza successo, di salvarsi stampando moneta e poi si arrende all’evidenza: se consumi più di quello che produci, fai una brutta fine.

Se si fosse scelto un modello improntato alla libertà, non si sarebbe messo nessun limite, infatti, come ho scritto altrove, uno dei fondamenti di un’economia libera è il fallimento e questo, come dovrebbe valere per i privati, deve valere anche per gli Stati.
Libertà e responsabilità devono andare di pari passo.

Torniamo a noi: non era quindi previsto alcun meccanismo per cui la Germania avrebbe dovuto salvare gli altri, ma siccome i tedeschi sospettavano che in caso di crisi, qualcuno avrebbe bussato alla loro porta, hanno imposto il limite. Ironia del destino, poi, neanche loro hanno rispettato il limite del 3%, e in alcuni anni l’hanno superato.
In molti, convinti che la ricchezza nasca dal fare debiti, attribuiscono a quel sforamento la solidità economica tedesca… ma questa è un’altra storia. 

Ricapitolando:

1 - se indebitarsi fa bene all’economia, allora mettere un limite al deficit è controproducente.

2 - se invece si pensa che fare deficit sia inutile e alla lunga dannoso, allora è superfluo mettere il limite, perché uno non dovrebbe fare qualcosa che reputa dannoso.

Il problema è che fare tanto deficit a qualcuno fa bene, ad esempio, a volte, a chi specula sui debiti pubblici,  ma soprattutto a chi spende quei soldi, cioè i politici, perché così hanno a disposizione più risorse per comprarsi il consenso elettorale.

La pochezza dei padri costruttori dell’Euro si evince anche dal valore scelto: se proprio metti un limite, mettilo in modo che raggiunga lo scopo che si prefigge, cioè salvaguardare i conti pubblici. Ma se tu ti indebiti al ritmo del 3% all’anno, prima o poi accumulerai un debito insostenibile!
Persino Keynes, che credeva che il deficit stimolasse la crescita economica, prefigurava un sistema nel quale durante gli anni buoni gli Stati mettessero da parte le risorse da impiegare nei periodi di recessione; la famosa politica anticiclica, che, però, nelle mani dei politici è diventata a senso unico: ogni anno sempre deficit, a prescindere… per decenni.
Quindi, a meno che non riesci, ogni anno, a far crescere l’economia di altrettanto, cioè del 3%, ti troverai con un peso del debito sempre crescente.
Ma possono delle economie mature crescere ad un tale ritmo? E’ molto difficile a livello nominale, praticamente impossibile a livello reale.

Ma poi, in definitiva, 3% è tanto o poco? Dipende: se non hai debiti è poco, se hai già una montagna di debiti è tanto. E’ un po’ come il discorso sul pareggio di bilancio: per me è una cosa buona, ma se per raggiungerlo aumenti a dismisura una pressione fiscale già insostenibile (come ha cercato di fare l’Italia nel 2012) ti stai solo suicidando. Non c’è un criterio per porre un valore “giusto”, tanto meno se metti un valore unico per paesi in situazioni diverse.
Potevano mettere semmai un limite flessibile: se tagli 1 euro di spesa corrente, puoi farne 2 di investimenti, quindi ti puoi indebitare di 1; legando quindi il deficit agli investimenti, cosa economicamente sensata. Mentre emettere un bond decennale per finanziare spese a breve termine, tipico andazzo italico, è un comportamento stupido.

Ma, finiti questi bei discorsi, la realtà è che quelle menti sono state capaci di partorire solo il sistema che conosciamo.

In effetti alla prova dei fatti, tutto è andato diversamente  da come doveva funzionare: la BCE, contrariamente all’impostazione con cui è stata fondata, è intervenuta e la Germania, principalmente a causa del suo fragile sistema bancario coinvolto nei paesi in crisi, non si è affatto disinteressata del destino dei paesi in difficoltà.

Insomma, come sempre i pianificatori hanno fallito le previsioni e la realtà ha preso tutta un'altra strada.
Se ne dovrebbero ricordare quelli che ne invocano l’intervento per risolvere i problemi.

giovedì 15 novembre 2012

I sindacati dovrebbero scioperare contro se stessi



I sindacati dovrebbero fare uno sciopero contro se stessi e i giovani pure. Il problema più grande è che non lo sanno. Perché sono convinto che la Camusso e gli altri quando dicono certe cose ci credono veramente, sono le stesse cose che scrivono i giornali, che dicono i politici e manco a dirlo la stragrande maggioranza dei professori italiani. Eppure sono bugie puerili. L’ultimo esempio sono le manifestazioni contro “l’austerità” che, ironia della storia, fu uno slogan di Enrico Berlinguer.

Per capirlo è sufficiente ragionare 5 minuti.  Come ho spiegato in questi anni è impossibile uscire da una crisi di debito senza recessione. A maggior ragione da questa crisi che a livello mondiale è una crisi di debiti pubblici e privati, rapporto incestuoso dal quale come ovvio di solito non nasce nulla di buono. Su questo non c’è scelta o via d’uscita. E mi sembra da sola una buona ragione per evitare di continuare a fare nuovi debiti.

Esempio che può capire anche un ‘ggiovane laureato italiano (quindi uno che, non per colpa sua, quando va bene sa poco di tutto): se io presto 1 milione di euro alla Camusso, ella vive da milionaria per 1 anno, al termine del quale si accorge che non può restituirmelo, di conseguenza decido che è meglio non prestargli altri soldi. Il suo livello di vita cala drasticamente (leggi recessione) e io perdo 1 milione.

Lezione n.1: siamo tutti finocchi ecc…. se si vive al di sopra delle proprie possibilità prima o poi si scende e qualcun altro rimane scottato.

Ma la realtà che viviamo è peggio dell’esempio. Perché in un’economia sana c’è uno che risparmia e che presta i propri risparmi a qualcun altro. Mal che vada perde i propri soldi e si riparte. Nella realtà hanno distrutto non solo i risparmi passati ma il futuro stesso, perché i soldi prestati non sono risparmi reali, sono liquidità generata dal sistema finanziario o dalle banche centrali. Di questo ho già scritto in passato a sufficienza. A proposito di questo ribadisco solo una cosa che i politici, i capi dei sindacati e i ‘ggiovani evidentemente ignorano: la Germania non ha dei surplus di bilancio del passato messi da parte che si rifiuta di prestare ai poveri Greci che ne farebbero sicuramente buon uso (questa era ironica, lo dico per i ‘ggiovani). La Germania è piena di debiti, è un sistema un po’ più solido degli altri, ma ampiamente vulnerabile e traballante; pensiamo che un sistema traballante possa puntellare un sistema fallito?

Lezione n.2: L’austerity. Quindi se avete rimosso i paraocchi dovreste aver capito che le cose andranno male. Purtroppo credo che non andranno solo male, andranno peggio, soprattutto in Italia, perché?  Ma perché si persevera nelle vecchie ricette! Ebbene sì signore e signori, tutti parlano di austerità e indovinate un po’ nel 2012 lo Stato italiano avrà….. più debiti!! Esattamente come con Berlusconi, Prodi, Craxi e Andreotti, cambiano i cuochi ma la ricetta è sempre quella! Tutti questi vanno in piazza a manifestare contro qualcosa che non c’è! Tutti a manifestare per chiedere le politiche che sono già state ampiamente attuate: più spesa pubblica, più tasse, più debiti!  Quando dico che se le raccontano e se le credono.

Lezione n.3: perché il governo Monti merita voto zero? Perché sta uccidendo l’unica risorsa alla quale possiamo aggrapparci in Italia mentre affondiamo: i lavoratori e le aziende che producono. Già moribondi in un Paese ostile, stanno ricevendo i colpi di grazia. Monti insegue il miraggio del pareggio di bilancio a colpi di tasse, ma se chiudono 1000 imprese al giorno come può lo Stato sopravvivere? Arriverà comunque al fallimento, solo che anche del settore privato non saranno rimaste che le briciole e ripartire sarà molto più difficile. Bisognerebbe cambiare strada in fretta, perché quando i miraggi e le illusioni che si raccontano questi signori svaniranno, vedremo la realtà per quello che è: un deserto desolato.

mercoledì 1 febbraio 2012

La crisi è finita. Comprate BTP.

La crisi è finita: comincia la stagnazione.

Arrivati a un passo dal baratro la politica ha preso la (non) decisione più scontata: nessun Stato europeo deve fallire. Tutti i buoni propositi con cui era nata la BCE sono stati rinnegati ed è chiaro che la BCE interverrà in modo sempre più massiccio per cui non mancheranno compratori per i Titoli di Stato. Questo è quello che è accaduto negli ultimi mesi e sarà così anche in futuro.

Senza l’intervento della BCE, l’Italia e gli altri Stati più deboli sarebbero già falliti e con loro molte banche.

Tutto sommato potrebbe essere anche la scelta giusta, soprattutto se veramente si rinuncerà anche alla politica dei deficit di bilancio perenni e dei debiti statali in costante aumento.

Restano però due problemi principali:

1 – La creazione di liquidità da parte della BCE ha salvato la situazione ma è un frutto avvelenato, porterà a scompensi futuri e comunque è un impoverimento generale. Basta fare benzina per accorgersene. Eppure non basta mai, un coro incessante chiede a Draghi di allargare sempre più i cordoni, fare il prestatore di ultima istanza (cosa che in pratica già fa), stimolare la crescita come la FED (i soldi che “presta” all’1% alle banche non rientrano nella categoria?) , salvo poi piangere pensando a quanto costavano le cose prima dell’Euro (peraltro anche qui dimenticandosi che con la lira il potere d’acquisto diminuiva ancora più velocemente). Comunque non si può prevendere la portata di questi scompensi e delle bolle future, poniamo che questi danni collaterali potrebbero anche essere limitati, resta il secondo fardello da sopportare:

2 – Ancora più preoccupante è infatti il secondo problema: anche se l’Italia e gli altri paesi europei riusciranno a giungere al pareggio di bilancio, stabilizzando la situazione sui mercati finanziari e scongiurando per il momento guai peggiori al sistema bancario, lo faranno con un livello di pressione fiscale e di spesa pubblica elevatissimo. Un livello tale da risultare incompatibile con uno sviluppo economico che possa portare a benefici diffusi. Soprattutto in uno scenario mondiale che si va complicando e con le materie prime sempre più costose.

La nostra Italia ne è l’esempio più eclatante. Occorre ripensare il modello economico e creare uno Stato sociale che sia tale non solo di nome come quello attuale. Per adesso non vedo segnali in questo senso, anzi proprio i più accaniti critici della casta dei partiti, sono quelli che ne chiedono ad ogni occasione l’ampliamento dei poteri.

lunedì 16 gennaio 2012

La vera colpa delle agenzie di rating

Dallo scoppio della crisi si fa un gran parlare delle agenzie di rating, ma di tutte le accuse che vengono mosse a Standard & Poor’s e simili, manca la più importante: non aver fatto l’abbassamento del rating prima e con prima intendo anni fa. Molti economisti denunciavano l’insostenibilità dei debiti e del sistema finanziario, eppure le agenzie di rating confermavano l’affidabilità assoluta degli emittenti. L’hanno fatto per incapacità o per interesse? Probabilmente per entrambe le ragioni. Sia come sia, non sono state in grado di fare il proprio lavoro, così come ampiamente dimostrato in passato (caso Lehman Brothers su tutti), declassare oggi è come fare un pronostico su una partita durante i minuti di recupero: sono capaci tutti e ci si azzecca quasi sempre.

Queste agenzie operano in regime di oligopolio, sancito talvolta dalla legge, operano in conflitto di interessi, perché non possono essere chiaramente indipendenti da coloro che ne sono proprietari e arrivano sempre in ritardo. Però tutto ciò non può essere una scusa per dire che i paesi dell’euro meritino voti migliori! Si può affermare semmai che i voti riferiti ad altri sono ancora troppo generosi.

C’è un altro aspetto dell’ultimo declassamento che non viene colto: potrebbe anche essere un segnale che il peggio è passato. Supponiamo che chi può influenzare i rating, in questi mesi si sia alleggerito il portafoglio titoli vendendo bond italiani, spagnoli, francesi. Se questi grandi investitori ritengono che tutto sommato non si arriverà al default, quale mossa migliore che un doppio declassamento per ricomprarsi i titoli a prezzo più basso e (in tempi di tassi vicini allo zero!) incamerare ricche cedole.

E’ una ricostruzione di fantasia, ma più logica di tanti improbabili complotti che si celerebbero dietro la crisi. I ricchi e potenti hanno uno scopo principale: guadagnare. Altre finalità, come distruggere l’Euro o cambiare governi sono tuttalpiù effetti collaterali, magari a volte graditi e auspicati, ma sui quali non credo qualcuno sia disposto a rischiare il proprio (ingente) patrimonio.

Intendiamoci, è ovvio che i complotti esistano, ma di solito operano cogliendo le occasioni che si presentano. Sicuramente il governo Berlusconi dava fastidio a qualcuno, ma pensare che si possa creare dal nulla la crisi finanziaria o la rivolta libica per abbatterlo non è credibile, che si sia approfittato degli eventi per dargli una spinta, fa parte del gioco.

Viene spesso riportata la Rivoluzione Arancione come esempio di rivoluzione creata a tavolino, ma le Rivoluzioni non si creano a tavolino, ci devono essere delle precondizioni e poi si possono appoggiare, incoraggiare, alimentare ma non inventare.

Comunque, complotti o no, le agenzie di rating non sono credibili. Purtroppo, i politici che le criticano, nemmeno.

lunedì 5 dicembre 2011

Cosa non ha capito Monti, una tassa in più, un cantiere in meno.


Coincidenza significativa, nel giorno in cui si annunciano nuove tasse sulle barche, fallisce l’ennesimo cantiere navale.

La nautica italiana, letteralmente massacrata dalla crisi, ha visto la chiusura in questi anni di moltissimi cantieri, alcuni dei quali marchi storici, con il relativo corollario di posti di lavoro persi, fornitori non pagati, ripercussioni sull’indotto. Per fortuna del fisco le case non si muovono, invece per sua sfortuna le barche sì. Pensare di tassare un bene che può essere agevolmente spostato in qualunque porto del Mediterraneo, dove viene accolto a braccia aperte e immatricolato senza alcun problema, è un’idea infantile.

La crisi della nautica in qualche modo è esemplare per descrivere la crisi finanziaria attuale: leasing per tutti, si compra a rate, ci si indebita per comprare la barca ed allora nascono nuovi cantieri come funghi, un caso classico di cattivi investimenti indotti da una politica creditizia espansiva. Poi i primi problemi ed una produzione troppo grande per essere assorbita, i clienti hanno problemi, le banche che hanno concesso i leasing si trovano piene di barche che non riescono a rivendere (un po’ come quelle americane sono piene di case).

Da questa tassa sul lusso non si ricaverà granché, anzi è probabile che lo Stato perderà introiti. Ma sicuramente Monti questo lo sa bene, però doveva concedere qualcosa a quei partiti che avevano abolito lo “scalone” e ora si trovano a dover approvare una manovra sulle pensioni che fa impallidire tutte quelle precedenti.

Quello che il Governo Monti non ha capito è che la situazione economica italiana è così deteriorata che la sua cura rischia di ucciderla. Durante la conferenza stampa ha detto che ha più importanza la qualità che la quantità della tassazione. E qui sbaglia. Sono d’accordo con lui che le tasse sulle imprese e il lavoro sono quelle più recessive e difatti ha cercato di limare l’impatto negativo dell’IRAP, su questo non si può che approvarlo. Ma la quantità è molto più importante della qualità. Se lo Stato si prende metà del mio reddito, che lo faccia direttamente in busta paga, che lo faccia con l’IVA sulla pizza che mangio o sulla casa che abito, sempre metà si sempre. E se questa metà è insostenibile, il Paese si impoverisce. Non si può tacere nemmeno la colossale iniquità del blocco della rivalutazione delle pensioni, illustrando la manovra, persino il ministro Fornero si è messa a piangere arrivando a questo punto . Non dico che non si potesse fare, anzi l’intervento sulle pensioni era inevitabile, siamo in emergenza, tutti dobbiamo dare, d’accordo. Ma allora si deve tener conto di chi ha già dato e chi no. Uno lavora 35 anni in fabbrica e gli blocchi la pensione? Allora in proporzione devi prendere di più a chi ha lavorato la metà di quel tempo. Inoltre non è la stessa cosa essere bloccati a 1100 euro al mese o a 5000 euro al mese.

Sono anni che, controvoglia, vado gufando su questo blog. I fatti, purtroppo mi hanno dato ragione, la crisi è peggiorata di mese in mese. Sono un ottimista di natura e sono veramente stufo di prevedere il peggio. Spero solo che i mancati tagli alla spesa pubblica siano dovuti al poco tempo a disposizione avuto dal Governo. Altrimenti le lacrime versate e l’ennesimo sangue che verrà succhiato al contribuente non salveranno lo Stato-vampiro dal fallimento.


mercoledì 30 novembre 2011

Uscire dalla crisi con gli euro della BCE

Sovranità monetaria, prestatore di ultima istanza, eurobond… le ricette per curare l’economia malata rimbalzano freneticamente da un dibattito all’altro.

PREMESSO CHE

Non esiste un modo gratis di uscire dalla crisi, si dovrebbe scegliere il modo più veloce, perché arrivati a questo punto non affrontare i nodi della questione allunga solo l’agonia, moltiplicando i danni

La monetizzazione del debito è un furto legalizzato, che impoverisce tutti. Quindi invocare il fatto che la BCE possa prestare quantità illimitate di denaro semplicemente creandolo, è uno dei modi di risolvere la questione, ma non è indolore, inoltre è ingiusta perché fa pagare indiscriminatamente, anche i cittadini di quei paesi che sono stati meno spreconi

CONSTATATO CHE

La BCE ha già acquistato quantità imponenti di Titoli di Stato italiani e di altri paesi, quindi in pratica ha già fatto quello che le si chiede, lo ha fatto sul mercato secondario, cosa che ne limita l’efficacia rispetto ad una sottoscrizione diretta, comunque è evidente che senza questi interventi alcuni Stati sarebbero già falliti

Anche la Germania ha incontrato difficoltà a trovare compratori per i propri bund; questo significa che loro sono i primi della classe solo perché stanno in una classe di asini, ma non sono immuni dall’aver abusato dell’indebitamento pubblico. Alla luce di questo è chiaro che c’è una ragione in più per dubitare che gli eurobond siano una soluzione: due zoppi che si mettono insieme non fanno uno sano.

Non c’è alcuna ragione di credere che l’unione fiscale e politica dei paesi dell’Euro, avrebbe evitato la crisi. Chi ci assicura che un unico governo non avrebbe abusato della spesa pubblica espandendola oltre il tollerabile? Chi ci dice che il debito sarebbe minore? Ci siamo già dimenticati che Francia e Germania, che dovevano essere i più virtuosi, violarono i limiti di deficit che tutti avevano promesso di rispettare a Maastricht? Del resto gli Stati Uniti d’America hanno l’unione politica, la Federal Reserve è prestatore illimitato di ultima istanza, stampa dollari a ritmo forsennato da più di un decennio e questo non li ha salvati, anzi sono stati epicentro e l’origine della crisi.

DETTO QUESTO

in effetti SI PUO’ USCIRE DALLA CRISI dicendo: cara BCE, crea nuovi euro con i quali sottoscrivere i debiti pubblici e non far fallire gli Stati. Ma è un’uscita duratura solo se in cambio di questo sacrificio collettivo dei cittadini europei, ci sarà l’impegno della politica ad abbandonare la bulimia dei bilanci pubblici (chiamatelo se volete pareggio di bilancio e limiti all’indebitamento) ed a prelevare per i propri scopi una quantità ragionevole di soldi dalle tasche dei cittadini, (chiamatelo se volete limite alla pressione fiscale). In questo modo si potrebbe anche evitare l’azzeramento dei tassi di interesse che danneggia il risparmio, già duramente colpito in ogni sua forma e stimola ulteriore indebitamento “facile”, fonte di futuri guai.

Dovrebbe essere un intervento limitato per far rientrare l’emergenza, escludendo qualsiasi ruolo futuro della BCE come creditore infinito di ultima istanza o panacee del genere che invece si rivelano sempre frutti avvelenati.

Più che una soluzione della crisi è un puntello per evitare nuovi crolli. Ricordo che quando frequentavo l’Università, alcune parti dell’edificio, avevano i ponteggi all’interno, per evitare che scale e pianerottoli crollassero, ecco un intervento come quello prospettato sarebbe una soluzione del genere, invece per risolvere definitivamente il problema, nel caso dell’edificio avranno dovuto fare una bella ristrutturazione, nel caso dell’Europa ci vorrebbe una bella costituzione monetaria cui vincolare la BCE, rivedere la formazione dei tassi di interesse, i meccanismi del mercato finanziario, agenzie di rating, governance aziendali ecc. ma intanto si ferma l’agonia.

Certo le promesse dei politici valgono quello che valgono, perché alla fine chi spende i propri soldi di solito è oculato, chi spende quelli degli altri lo è meno, quindi prima di tutto dovrebbe cambiare la mentalità comune per cui le persone preferiscono restare bambini che delegano ad un’autorità superiore (lo Stato) aspetti sempre maggiori della propria esistenza, snaturando la funzione stessa dello Stato.

PER CONCLUDERE: se hai una cancrena puoi prendere un anestetico e certamente per un po’ ti aiuta, ma se non amputi, muori. Quindi l’intervento della Banca Centrale insieme con un’azione concertata di questo tipo può dare dei risultati, altrimenti il suo intervento sarà inutile e sarà solo la premessa per futuri squilibri.

domenica 16 ottobre 2011

Indignati sì, illusi no, attenti il Governo vi darà quello che cercate.

La crisi non la paghiamo noi! Questa è l’idea che esprime la posizione degli indignati nei confronti di varie istituzioni, sistema finanziario, politica. Bisognerebbe spiegare chi deve pagarla e come. Purtroppo non c’è modo di evitare che questa crisi coinvolga tutti: è come avere un braccio incastrato in un enorme ingranaggio, se non fai niente muori dissanguato, puoi smontare il macchinario e tenerti il braccio maciullato, oppure puoi amputare, ma NON C’È UN MODO INDOLORE DI USCIRE DALLA SITUAZIONE. Anch’io sono indignato per il fatto di trovarmi una montagna di debito sulla testa che non ho contribuito a creare, ma non sono così stupido da pensare che ci sia un modo di non subire le conseguenze di questa situazione. Vogliono il default? Lo vogliono selettivo? Cioè, magari evitiamo di rimborsare i sottoscrittori stranieri e i ricchi italiani… uhm e secondo voi all’asta successiva si riesce tranquillamente a rinnovare lo stock in scadenza? I piccoli risparmiatori accorreranno, come se niente fosse, per accaparrarsi i titoli di nuova emissione? Ma NEMMENO NEL MONDO DEI PUFFI SI CREDEREBBE A UNA TALE INFANTILE ILLUSIONE. Intendiamoci questo è uno dei modi per uscirne, ma l’effetto a cascata toccherà tutti. Da un certo punto di vista ha un senso, soprattutto per quelli della mia generazione, in fondo NOI ORMAI SIAMO STATI FREGATI: dal lavoro senza mercato, dallo stato asociale, dai sindacati dei non lavoratori, dai pensionati bebè, da quelli che in passato hanno ricevuto redditi che non hanno prodotto, quindi prendiamo tutte le mazzate restanti in una volta sola e i nostri figli potrebbero vivere in un’Italia migliore. Non noi, però.
La crisi finanziaria globale è il conto da pagare per decenni di politiche monetarie e fiscali sbagliate. C’è di buono che si sta facendo strada un po’ ovunque la consapevolezza che anche gli Stati devono seguire le regole del buon padre di famiglia: spendo quello che ho. Ma i debiti accumulati pesano come un macigno e prima che le cose possano andare meglio, i debiti dovranno essere ancora “digeriti”, quindi il mal di stomaco proseguirà ancora parecchio. Default o non default. Non ci sono invece segnali di ripensamento circa il sistema monetario e finanziario e questo porterà facilmente a nuove bolle e nuovi squilibri.
Ma veniamo a noi: il Parlamento italiano si è convertito al rigore di bilancio puntando decisamente al pareggio, peccato che il modo scelto sia decisamente controproducente. Purtroppo TREMONTI RITIENE CHE IN ECONOMIA DUE PIÙ DUE FACCIA QUATTRO, ma l’economia non è ragioneria, né tantomeno matematica. Tremonti pensa che sia sufficiente alzare un’aliquota per aumentare proporzionalmente il gettito e tappare il buco di bilancio, cioè ad esempio se con l’IVA al 20% ricavo 200 miliardi la alzo al 21% e ricavo 210 miliardi, ma la realtà non funziona così.
Ad ogni azione c’è una reazione, aumentare l’imposizione fiscale scoraggia gli investimenti, diminuisce il potere di acquisto, in definitiva è un ostacolo alla creazione di ricchezza.
Ispiriamoci alla metafora di un grande politico: il cavallo robusto che tira un carro pesante; il cavallo trasporta 10 tonnellate in 20 viaggi, il padrone ne vuole di più e ad ogni viaggio gli carica altri 100 kilogrammi, se il cavallo è già al limite delle sue capacità, rallenterà il passo, farà meno viaggi, il padrone non conseguirà il risultato che sperava. Insomma con una pressione fiscale vicina al 50% l’Italia non può che trascinarsi stancamente in un declino che non farà aumentare il gettito e renderà il pareggio di bilancio una chimera irraggiungibile. Anche perché si tratta di ulteriori risorse drenate dal sistema produttivo e messe in una macchina, lo Stato, che produce molto meno o in molti casi nulla. Qualche attività in difficoltà chiuderà, chi potrà andrà all’estero ed ognuno di questi fenomeni ha un effetto a cascata, perché riduce i consumi e quindi i ricavi di altre imprese.
Tremonti fa lo stesso errore di quei giornalisti che si improvvisano economisti e cavano dal cilindro le proprie soluzioni alla crisi: “DOVE SONO FINITI I SOLDI? Se qualcuno li ha spesi qualcun altro li ha incassati, se c’è un debito c’è un credito e così via….” Non sanno che esistono gli investimenti sbagliati, che non producono ricchezza, la carta che gira chiamata soldi è sempre quella, ma quello che ci si scambia è meno, siamo più poveri. A meno che questi giornalisti, indignati e compagnia bella non pensino che al posto del pane si può mangiare la carta (o le brioches…). Insomma gli indignati chiedono il default e grazie al Governo forse ci arriveremo, con il prossimo idem (solo più velocemente), chissà se ci avevano pensato?

venerdì 22 luglio 2011

Abbiamo salvato la Grecia. Noi chi?

La Grecia non può pagare i suoi debiti e bisogna decidere chi deve pagare, perché non so se è chiaro a tutti ma alla fine qualcuno paga, sempre e comunque, volente o nolente.

Allora vediamo:
- se pagano quelli che hanno investito nei titoli greci lo chiamano FALLIMENTO,
- se invece paghiamo noi poveri cristi di contribuenti europei lo chiamano SALVATAGGIO.

Curioso fenomeno di pregiudizio antipopolare. Mi ricorda un po’ quando i politici sperperano i soldi dei contribuenti ampliando il peso dello Stato a dismisura e la crisi che ne consegue la chiamano crisi del mercato. Quale mercato? Quale capitalismo? Qui siamo al capolinea del dirigismo ma torniamo alla cronaca fresca di giornata.
I titoli trionfalistici che sprizzano ottimismo sul salvataggio greco evitano di dire che non è stato lanciato un salvagente, ma che stanno buttando dei soldi. I nostri. Mi si potrebbe obiettare: ma i poveri greci se pagano il 20% di interessi non ce la faranno mai. Quindi siccome nessuno è disposto a rischiare i propri soldi, allora prendono i nostri soldi (ma più che altro i soldi dei tedeschi…) e ci obbligano a prestarli ad un più abbordabile 3,5%.... E’ sempre così: con i soldi degli altri siamo tutti molto buoni, generosi e solidali. Soprattutto se si perseguono grandi disegni e alti fini, che anche in questo caso non mancano: con la Grecia salviamo l’Euro e addirittura l’Europa. Per la cronaca specifichiamo che:

- se la Grecia fallisce non è obbligata a uscire dall’Euro

- se la Grecia esce dall’Euro, la moneta unica e l’Europa possono continuare come prima

- se anche tutti gli Stati dell’Eurozona falliscono questo non implica che si debba rinunciare alla moneta unica, la moneta unica esiste con gli Stati indebitati, può esistere (molto meglio) anche con gli Stati che azzerano il proprio debito

Per inciso: non faccio il tifo per i default, solo che se non si cambia il sistema finanziario e gli Stati non smettono di indebitarsi, il default (o l’inflazione) sono le uniche vie d’uscita e siccome non ho Titoli di Stato ma faccio la spesa, se proprio devo scegliere a livello personale mi conviene il default.
Comunque va bene, dico io, facciamo pure così come hanno deciso i capi di Stato dell’Eurozona, tanto ci siamo promessi che ora basta si volta pagina, basta deficit. Però queste cose le abbiamo già sentite tanti anni fa, i politici sottoscrissero un patto del genere e poi non lo hanno rispettato.

Inoltre non è per essere scettico a tutti i costi ma nel maggio 2010 i giornali titolavano: varato piano di salvataggio da 100 miliardi! Se dopo un anno siamo daccapo mi sembra la prova che questi piani non stanno funzionando molto, anche perché le cause della grande crisi finanziaria che stiamo vivendo sono ancora tutte al loro posto.

La volta scorsa ci ho visto giusto, stavolta spero di essere smentito e non mi lancio in facili previsioni. Piuttosto vorrei che qualche giornalista facesse una semplice domanda a Mario Draghi, prossimo presidente della Banca Centrale Europea: quando i politici verranno a chiederle di emettere euro per acquistare i Titoli di Stato europei che nessuno compra più, lei dottor Draghi risponderà sì o no?

lunedì 11 luglio 2011

Attacchi speculativi, manovre urgenti e Televideo che casca


Televideo casca sull’argomento più importante della giornata: la trattativa tra Obama e la Camera sul debito americano. Secondo la RAI il piano di tagli alla spesa pubblica è di 4 milioni di dollari in 10 anni! In realtà i tagli richiesti dai Repubblicani a Obama sono 4.000 miliardi di dollari… una piccola differenza. Questo confronto tra presidenza e congresso è di capitale importanza per il futuro benessere degli USA e con loro di tutto il mondo libero. Per legge il debito pubblico americano non può superare i 14.300 miliardi di dollari, ormai la cifra è stata raggiunta e Obama chiede di alzare il tetto per evitare il default, ma nelle ultime elezioni molti deputati Repubblicani sono stati eletti con la missione precisa di fermare la spesa pubblica e tengono duro nonostante le pressioni dei media, della FED e di tutti quelli che non hanno ancora capito i danni che produce il debito pubblico.
Notare la differenza: gli elettori repubblicani si sono mobilitati (anche contro i vertici del proprio partito) dando vita al fenomeno dei Tea Party mandando in Parlamento dei rappresentanti intransigenti contro le tasse e la spesa pubblica, in Europa quando si spende nessuno protesta salvo poi inscenare manifestazioni di indignados quando arriva il conto da pagare. In questi decenni il peso dello Stato sulle economie sviluppate è cresciuto costantemente e parimenti sono cresciuti i debiti, sono state spese (quasi sempre sprecate…) le risorse di più generazioni, ma se la battaglia in corso negli USA vedrà prevalere chi si oppone ai deficit infiniti c’è speranza che si possa invertire il trend anche da noi.
Intanto al di qua dell’Atlantico si parla di attacchi speculativi all’Italia, all’Euro, all’Europa, borse che crollano, spread che schizzano. Ma siamo solo all’inizio di una presa di coscienza collettiva: i titoli di Stato non sono sicuri! Non quando rappresentano una montagna di insolvenze, la Grecia è fallita, l’Irlanda è fallita, il Portogallo è fallito, Spagna, Italia, Francia sono fallite o quasi. In Italia la discussione si incrocia con una deludente manovra presentata da Tremonti per raggiungere il pareggio di bilancio nel… 2014, improvvisamente però la manovra è diventata urgente da approvare subito per raggiungere il pareggio… adesso. Ma la manovra era urgente già tre anni fa, anzi era urgente 20 anni fa, scusate ci siamo beatamente addormentati in mezzo a dei binari e adesso il treno ci sta venendo addosso, non era meglio spostarsi prima? Bisognava proprio aspettare l’ultimo istante? E siamo sicuri che la manovra basterà per raggiungere il pareggio? La manovra prevede inasprimenti fiscali che debiliteranno ancora di più un’economia moribonda, nulla consente di pensare che in Italia aumentare le tasse possa far aumentare il gettito fiscale. Ma di cosa ci preoccupiamo in fondo se con 4 milioni di dollari in 10 anni si risolvono le cose negli Stati Uniti d’America in Italia basteranno un po’ di spiccioli….

giovedì 3 marzo 2011

Crisi economica. Quando finirà il videogioco.

Crisi. Crisi. Crisi. Ormai la parola ci accompagna dal 2008 e non ci abbandona ancora. Quando ne usciremo? Ne usciremo? Il ministro Tremonti l’ha definita un videogioco: appena hai ucciso un mostro, passi al livello successivo e ne arriva uno più grosso e cattivo. In realtà non è proprio così, il problema è che i primi mostri non sono stati affatto sconfitti, si è evitato di affrontarli. Innanzi tutto, quindi, c’è già una piccola lezione da trarre: voler rinviare al futuro i costi di una crisi non fa che allungarne e peggiorarne gli effetti. Ci sono stati cattivi investimenti e prestiti che non verranno onorati, sono costi che pagheremo prima o poi, l’unica cosa che possiamo fare è evitare di commettere gli stessi errori che ci hanno portato fino a qui. Ma questo non è stato fatto. Innanzi tutto perché, come dei lemmings verso il baratro, tutti coloro che decidono le sorti economiche dei paesi continuano ad applicare lo stesso fallimentare modello keynesiano e poi perché i politici non vogliono risolvere la situazione. Farlo significherebbe cambiare le regole del gioco, affrontare recessione e deflazione, insolvenze e fallimenti. Le scadenze elettorali non tollerano tutto ciò. L’avessero fatto ne saremmo già fuori, ed invece sono già passati 3 anni inutilmente. Come scrivevo nel 2007 quando c’erano solo alcune nubi a preannunciare la tempesta, non è mai troppo tardi per prendere le misure necessarie. Giudicavo inutili le misure prese a maggio dai leaders europei e purtroppo ho avuto ragione, non mi sembra ci siano oggi motivi per cambiare idea, le prospettive non sono buone, il peggio deve ancora arrivare. Certo il settore privato si adegua, cambia, struttura, ristruttura, taglia, il mondo si evolve, ma gli squilibri e le manipolazioni monetarie, finanziarie, commerciali non sono stati rimossi e continueranno ad appesantire e menomare la creazione di ricchezza.

Per tappare le falle sono intervenuti con i soldi pubblici, ma oramai siamo giunti al limite, anzi qualcuno il limite l’ha superato, quindi gli Stati non si possono indebitare più di così. Neanche la Germania ha altre risorse per soccorrere paesi in difficoltà. E’ rimasta la Cina l’unica ad avere capitali a disposizione, ma mi sembra che non abbia voglia di riempire ulteriormente il suo portafoglio di titoli che potrebbero rivelarsi carta straccia. Piuttosto si sta comprando porti, cantieri, aziende….
Ora si propone l’escamotage degli Eurobond, ma è evidente a tutti che sarebbe solo un modo per far guadagnare un po’ di tempo ai paesi messi peggio, sempre a danno dei risparmiatori, che ricevono tassi da Bund, ma con i soldi che vanno ai PIGS! Ma per pagare il tasso del Bund, non dobbiamo inventare proprio niente: basta non fare deficit, è così semplice, basta che la Grecia e a seguire tutti gli altri spendano solo i soldi che incassano. Impossibile?
Preclusa ormai la strada ad ulteriori salvataggi pubblici, c’erano due opzioni: prendere atto che il sistema non funziona oppure distruggerlo definitivamente inondando ulteriormente di liquidità il mondo. Ovviamente le banche centrali hanno scelto la seconda.
Per il momento non c’è una presa di coscienza della gravità, né tra i politici né soprattutto nella gente, dei danni causati dall’uso dell’inflazione come medicina. Malediciamo i rincari della benzina, del pane, delle bollette, ma non si comprende che tutto questo è il costo che stiamo pagando alla politica demenziale delle banche centrali. Eppure non è difficile da capire: ogni giorno estraiamo 85 milioni di barili di petrolio nel mondo, che restano 85 milioni di barili anche se stampiamo tonnellate di denaro fresco durante la notte! Abbiamo più soldi per comprare, ma il petrolio, il grano, l’acciaio restano quelli che sono, costeranno solo di più impoverendo quelli che non hanno accesso immediato alla nuova liquidità immessa nel sistema.

lunedì 10 maggio 2010

La risposta europea peggiorerà la crisi e aiuta la speculazione

C’erano una volta dei padri di famiglia che avevano dei pollai con cui nutrire i propri figli. Si sa però che le galline non sono eterne, ogni tanto bisogna fare in modo che qualche uovo diventi gallina in modo da sostituire quelle che muoiono; purtroppo i padri di famiglia consumavano tutte le uova e siccome non ne avevano abbastanza, ne prendevano a prestito delle altre per consumarne ancora di più. Un bel giorno uno di questi padri, che chiameremo Elleno, rimase con una sola gallina e si rese conto che le uova della gallina non gli bastavano e neppure poteva restituire le uova che aveva preso a prestito. Gli altri padri di famiglia avevano qualche gallina in più di Elleno, ma non molte, perché da molti anni non sostituivano quelle che morivano, ma preferivano mangiarsi tutte le uova. Quindi gli altri padri di famiglia non hanno le uova per aiutare Elleno ma fanno finta di sì, facendo pure la predica al povero Elleno ed imponendogli di fare tutte quelle cose che loro non hanno la forza di fare: risparmiare qualche uovo per avere la gallina domani.

Le decisioni prese non salveranno l’Euro, ancora una volta si è scelto l’uovo oggi, ma l’unico modo di salvare l’Euro e il nostro futuro è smettere di indebitarsi e smettere di stampare moneta. Le perdite che abbiamo oggi non si possono eludere: qualcuno dovrà pagare il conto, più le rinviamo più diventano grandi, lo so è triste, sarebbe bello credere che non sia così, ma purtroppo le uova sono già state mangiate!

Ho letto che le misure metteranno un freno alla speculazione. Perché secondo voi una borsa che fa -10% è speculazione mentre una che fa +10% non lo è? O forse mi vengono a dire che quelli che oggi hanno operato (e guadagnato) davanti ai terminal non sono gli stessi che venerdì operavano e guadagnavano. Per piacere non insultiamo così spudoratamente il buon senso.

Esiste solo un meccanismo antispeculazione che funziona: spendere i soldi che ci sono e non coprire le perdite indebitandosi. In questo modo nessuna speculazione è possibile sui Titoli di Stato e sulla valuta. Nessun politico vuole però rinunciare alla possibilità di spendere oggi quello che lo Stato incasserà negli anni futuri e quindi continueremo a peggiorare la situazione. Le misure prese dall’Europa servono solo a rinviare nel futuro la resa dei conti ed a impoverirci tutti, perché l’acquisto da parte della BCE dei Titoli di Stato è un modo di monetizzare il debito, anche perché con in conti in disordine non sarà possibile alcuna sterilizzazione, in parole povere ancora una volta, esattamente come negli ultimi decenni, pagheranno lavoratori e imprese, continuando a perdere potere d’acquisto.
ATTENZIONE! NOTA BENE: quando parlano di stimoli monetari o fiscali e sparano cifre di miliardi di Euro dicono di farlo per aiutare l’Economia, ma è falso. Stanno solo aiutando le banche ed i propri amici. Se ci volessero aiutare, quei soldi li metterebbero a disposizione sui nostri conti correnti, per quale ragione farli transitare dalle banche o fare lavori pubblici? Se un lavoro pubblico è utile, e si hanno le risorse, ha senso farlo; invece se si decide di farlo per stimolare allora è una scusa per prendere i soldi ai contribuenti (cioè imprese e lavoratori, cioè quelli che si vorrebbe aiutare!) e darli a qualcun altro.
In alcuni dialetti italiani c’è un proverbio che dice “la toppa è peggio del buco”, in genovese c’è un’unica parola per esprimere il concetto: tappullo, cioè una riparazione che durerà sì e no 5 minuti, ecco queste sono le misure prese. Chi urla contro la speculazione, Capi di Stato inclusi, se è convinto di quello che dice dovrebbe acquistare titoli di Stato greci ed il problema sarebbe risolto.

Ho scritto abbastanza, rinvio quindi la dimostrazione che gli squilibri all’interno dell’area Euro e la mancanza di unità politica sono falsi problemi, tanto, potete scommetterci, avrò molte altre occasioni per scriverne.