E’ difficile pensare che sono passati 20 anni dal giorno in
cui Giovanni Falcone venne ucciso facendo saltare letteralmente in aria
l’autostrada. 57 giorni dopo sempre con una potente bomba fu ucciso anche Paolo
Borsellino. E’ difficile anche spiegare cosa significarono per me e per la
maggior parte degli italiani quegli omicidi. La mafia aveva già ucciso in
passato molti uomini delle istituzioni, giudici, forze dell’ordine, ma Falcone
e Borsellino avevano dimostrato che la mafia poteva essere battuta, avevano
portato i mafiosi alla sbarra e li avevano fatti condannare, per questo la loro
morte sembrò la fine perfino della speranza di poter cambiare le cose.
Oggi bisogna ricordare questi uomini coraggiosi e bisogna
ricordare anche che da vivi dovettero operare in mezzo a mille difficoltà e
ostilità anche di chi avrebbe dovuto stare al loro fianco.
Gli ostacoli che vennero frapposti alla loro attività e gli
attacchi che dovettero subire, non erano solo invidia per l’autorevolezza che
si erano conquistati nell’opinione pubblica, ma l’eterno vizio italiano del
dividersi per appartenenze politiche e in guerre fratricide. Falcone vicino al
partito socialista e Borsellino vicino alla destra missina, collaboravano perché
non facevano politica, non si approfittavano del proprio ruolo per farlo e
perciò erano fuori dal giro che conta della magistratura.
Il CSM gli negò a Falcone la guida del pool antimafia di
Palermo, poi non venne ritenuto idoneo a guidare l’appena costituito Alto
Commissariato per la lotta alla mafia. Il clima intorno a lui si fece sempre
più pesante, fu persino accusato di aver inscenato da solo l’attentato alla sua
abitazione all’Addaura. Come ebbe a dire Ilda Boccassini, una delle poche ad
avere il coraggio di esprimersi in questi termini, anche contro i propri
compagni di corrente: “Non c'è stato uomo
in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E' stato
sempre "trombatissimo". Bocciato come consigliere istruttore.
Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe
stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato
ucciso”
Ma non erano solo i suoi colleghi magistrati a contrastarlo,
anche i media davano risalto a figure come Leoluca Orlando che non perdevano
occasione di infangarlo, inventandosi accuse come quella di proteggere i politici
collusi con la mafia, di “tenere chiuse le carte nel cassetto”.
Ma semplicemente Falcone era troppo serio per mettere in
piedi un processo senza avere in mano le prove per inchiodare gli accusati.
Falcone utilizzava i pentiti per raccogliere elementi di prova, coloro che sono
venuti dopo di lui li hanno utilizzati per altri scopi, mandandoli davanti alle
telecamere e facendosi a volte strumentalizzare da loro, da questi mafiosi
cosiddetti “pentiti”, che hanno fatto mettere sotto processo persino gli
esponenti più in vista dei ROS dei carabinieri, che tanti successi hanno
riportato contro la mafia.
Nell’ultima parte della sua vita Falcone andò a lavorare
presso il Ministero di Giustizia retto all’epoca dal socialista Claudio
Martelli, un’aggravante e una conferma agli occhi dei suoi accusatori.
Anche gli americani, di solito avari di riconoscimenti verso
gli stranieri, oggi ricordano solennemente quest’uomo che aveva collaborato
proficuamente con loro contro la mafia. Grazie a quell’esperienza Falcone portò
in Italia nuove idee per migliorare la giustizia, per il superamento dell’obbligatorietà
dell’azione penale e per la separazione delle carriere, naturale compimento del
nuovo rito accusatorio introdotto nell’ordinamento. Ma anche questo fece di lui
un uomo sempre più isolato.
Gli accusatori di un tempo, senza la minima autocritica, si
sono repentinamente messi in prima fila nelle commemorazioni, grazie anche al
silenzio degli organi di (dis)informazione. Anche la morte di Falcone e Borsellino,
come altri tragici eventi italiani, è servita come scusa per cercare di
riscrivere la storia a loro piacimento. La più chiara conseguenza politica fu l’elezione
a sorpresa di Scalfaro alla Presidenza della Repubblica, sicuramente non c’è un
nesso ma è un fatto. Alcuni filoni di indagini di Falcone e Borsellino furono
immediatamente chiusi dopo la lor uccisione, tra cui quello che vedeva la mafia
siciliana, grande esperta di riciclaggio di capitali provenienti dal traffico
di droga, contattata dal KGB che stava facendo uscire enormi capitali dall’URSS
che collassava e che avevano necessità di essere ripuliti. Tutti notano che le
modalità degli attentati di Capaci e di via D’Amelio sono anomale rispetto alle
abitudini della mafia e che sembrano più simili alle operazioni condotte dai
servizi segreti, nessuno ricorda quale servizio segreto beneficiò di più da
quelle morti.
Eppure in qualche modo la società italiana riuscì a reagire
ed oggi rispetto ad allora si sono registrati dei successi significativi. Le
organizzazioni criminali più potenti esercitano ancora un controllo notevole
sul territorio e sull’economia, però il fenomeno dei latitanti imprendibili sta
scomparendo, molti capi non riescono più a sfuggire per decenni come avveniva
prima. La memoria sfugge invece ancora troppo spesso.