lunedì 23 luglio 2007

Modello economico del Fascismo

La difficoltà principale nell’affrontare i temi inerenti al fascismo è che si è trattato di un fenomeno estremamente sfaccettato, che ha avuto una dimensione quotidiana ed una ideale spesso molto distanti, per cui c’è una grande diversità tra ciò che il fascismo è stato, ciò che avrebbe voluto essere, ciò che avrebbero voluto fosse stato quelli che l’hanno vissuto e quelli che sono venuti dopo. In poco più di venti anni il fascismo si trasforma da piccolo movimento politico a regime, attraversando quindi fasi diverse che gli storici si sono applicati ad etichettare in vario modo: età del consenso, periodo delle guerre e via dicendo. Quindi a seconda dell’aspetto e del periodo che si considera troviamo un fascismo un po’ diverso, anche perché mentre Mussolini era impegnato a rafforzare il regime ed a fascistizzare l’Italia, succedeva che la società italiana in qualche modo italianizzava il fascismo, lo normalizzava, in una qualche misura lo svuotava sia degli elementi di innovazione, di cui era portatore, sia di quelli più esecrabili.
Spesso si citano i regimi totalitari del XX secolo e vi si accosta anche il fascismo. In effetti (scusate la contraddizione in termini), il fascismo è stato totalitario solo in parte; ha cioè organizzato in modo autoritario tutta una serie di aspetti della vita individuale: istruzione, organizzazione politica, informazione ecc, ma a differenza dei regimi totalitari tout court, che non concepiscono al loro interno alcuna espressione indipendente dal regime, il fascismo ha permesso la sopravvivenza, o perlomeno Mussolini non ha avuto il coraggio o la forza di eliminare, di organizzazioni, non fasciste. Tra questi elementi che anno convissuto con il regime, partecipandovi ma senza esserne inglobati, ricordiamo la monarchia, parte delle forze armate, la Chiesa cattolica, le cui espressioni politico – sindacali sono state smantellate dallo squadrismo ma che, soprattutto dopo i Patti Lateranensi, hanno potuto ritagliarsi un po’ di spazi per continuare a vivere. Queste forze non hanno saputo comunque frenare i comportamenti più deleteri del fascismo: l’uso della violenza, la censura, il razzismo e nel momento della caduta di Mussolini non hanno saputo impedire lo sfascio del paese.

Il Fascismo non ha un vero modello economico di riferimento, perlomeno non nasce propugnandone uno precisamente definito. Il Fascismo rivoluzionario delle origini si rifà genericamente alla categoria dei produttori, ma in ogni caso il riscatto economico promesso è presentato più come un riflesso derivante dall’edificazione di uno Stato Nuovo, che non il nucleo centrale della nuova ideologia. I valori ed i caratteri che emergono come parole d’ordine del Fascismo toccano marginalmente gli aspetti economici: c’è il nazionalismo, il reducismo, il cameratismo, il militarismo. C’è l’ordine, il dovere, ci sono gli arditi, i futuristi, i dannunziani… il programma economico è meno variegato: il Fascismo nasce come movimento militante antibolscevico. L’uso della violenza è parte integrante di questo obiettivo minimale. Il Fascismo si presenta come garante della proprietà privata, in anni in cui una rivoluzione sovietica sembra plausibile anche in Europa occidentale. Una volta preso il potere, mentre alcuni temi, come l’instaurazione della repubblica, il federalismo, l’anticlericalismo vengono messi da parte, si procede prioritariamente alla costruzione di un sistema fascista all’interno delle strutture esistenti.

Nel frattempo con la Carta del Lavoro il Fascismo esplicita un proprio modello economico che vuole essere una terza via tra Capitalismo e Comunismo. E’ lo Stato Corporativo, nel quale lo Stato ha l’autorità di dirigere e dirimere tutte le questioni relative al mondo produttivo, si afferma tuttavia che “Lo Stato corporativo considera l'iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell'interesse della Nazione” (art. 7), si chiarisce inoltre all’articolo 9 che:
“L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l'iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato”.
La gestione dell’economia diventa la parte più urgente da affrontare soprattutto quando, alla fine degli anni Venti la recessione colpisce il mondo intero.
Si innesta quindi il processo che porta alla creazione dell’IRI e a un coinvolgimento maggiore dello Stato nella gestione diretta di attività produttive. Questo spostamento verso una statalizzazione avviene però senza che sia elaborato concettualmente un nuovo modello di riferimento.
Il Corporativismo “taglia” la società in modo verticale, respingendo la divisione in classi (bassa, media, alta), propugna invece delle Corporazioni che racchiudano in sé lavoratori, operatori, dirigenti e imprenditori di uno stesso settore produttivo. Di fatto il Corporativismo più che un modello economico è un modello che attiene ai rapporti di lavoro ed alle relazioni sindacali.
Esso appare come un sistema rigido, ma bisogna dire che nasce in un’economia che si evolveva in modo molto meno rapido di oggi, l’Italia degli anni Venti e Trenta è un paese agricolo, basta guardare qualche foto d’epoca delle nostre città e cittadine, un po’ ovunque (non solo in via Gluck!), dove oggi ci sono quartieri all’epoca c’era l’erba, o meglio orti.

5 commenti:

IlPizzino. ha detto...

complimenti!

Starsandbars ha detto...

Mi aggiungo a quello scritto da Pizzì:

finalmente una descrizione lucida e che assolutamente si aggiunge alla descrizione della complessità del fenomeno Fascismo, non relegandolo nella cerchia socialista come vorrebbero certe testoline liberal/libertarie, ma spiega come in realtà aderirono molteplici componenti, dai Nazionalisti ai Monarchici, passando sì anche dal socialismo ma anche attraverso il liberalismo,il Cattolicesimo, finanche un anarchismo dannunziano, superando, di fatto, il vetero sistema parlamentare; riproponendo attraverso il Corporativismo, il dialogo sociale e non lo scontro tra le parti e la lotta di classe.

Freeman ha detto...

grazie dell'attenzione, anch'io vi seguo con interesse.

Riccardo F. ha detto...

Complimenti vivissimi pure da parte mia!
Un post davvero ottimo e concordo con gli altri due commenti.. GRAZIE!:-))

Freeman ha detto...

grazie a te Riccardo.
PS. Hai fatto bene nel tuo blog a parlare dell'Europa dei popoli. Quello sì sarebbe un grande risultato, forse parliamo del futuro remoto, ma intanto ci proviamo. Anche per distrarci un pò dalla triste conta quotidiana dei senatori...