Ogni tanto devo fare la parte dell’antipatico saccente, sia perché mi riesce bene, sia perché alcune occasioni sono troppo ghiotte per essere sprecate, allora piccola segnalazione autocelebrativa: oggi un articolo su Repubblica riprende l’interessante tema dell’etanolo da cellulosa da me affrontato nel post del 23 settembre; sempre oggi, un articolo del Corriere della Sera descrive il primo viaggio di un cargo mercantile (il “Beluga”) equipaggiato con un “aquilone” prodotto dalla Skysails, da me citata nel post del 21 agosto, nella versione online l’illustrazione è la stessa che avevo messo io nel mio post, peccato, perché adesso sul sito della Skysails ci sono foto molto più belle.
Comunque un plauso ai due importanti quotidiani che, con un po’ di ritardo, propongono interessanti novità ecologiche del futuro.
lunedì 17 dicembre 2007
domenica 16 dicembre 2007
Uomo e lavoro
“…mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai…”
da Adamo in poi il rapporto tra l’uomo ed il lavoro è stato sempre ambivalente. C’è il lavoro che fornisce ricchezza, soddisfazione e c’è il lavoro forzato, che viene vissuto come un peso ineludibile.
Esistono tre fattori per giudicare il lavoro: il guadagno che procura, la piacevolezza nel farlo ed il tempo libero che permette di avere.
Se un lavoro ha almeno una di queste caratteristiche è un lavoro accettabile.
Se ne ha due è un lavoro ottimo. Averne tre è superfluo perché nel momento in cui un lavoro viene svolto volentieri, viene meno la necessità assoluta che sia un lavoro che lascia del tempo per altre cose.
Però se ti fai un mazzo così tutto il giorno, il lavoro fa schifo e non guadagni un cazzo (ci stava anche la rima) allora è propria una vitaccia.
Ed allora chiudo con un passo della novella intitolata “Il treno ha fischiato” del sempre grandissimo Pirandello:
“….Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!.
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua
soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste...”
da Adamo in poi il rapporto tra l’uomo ed il lavoro è stato sempre ambivalente. C’è il lavoro che fornisce ricchezza, soddisfazione e c’è il lavoro forzato, che viene vissuto come un peso ineludibile.
Esistono tre fattori per giudicare il lavoro: il guadagno che procura, la piacevolezza nel farlo ed il tempo libero che permette di avere.
Se un lavoro ha almeno una di queste caratteristiche è un lavoro accettabile.
Se ne ha due è un lavoro ottimo. Averne tre è superfluo perché nel momento in cui un lavoro viene svolto volentieri, viene meno la necessità assoluta che sia un lavoro che lascia del tempo per altre cose.
Però se ti fai un mazzo così tutto il giorno, il lavoro fa schifo e non guadagni un cazzo (ci stava anche la rima) allora è propria una vitaccia.
Ed allora chiudo con un passo della novella intitolata “Il treno ha fischiato” del sempre grandissimo Pirandello:
“….Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!.
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua
soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste...”
lunedì 3 dicembre 2007
La precarietà è un problema
Un mese fa il corteo, poi la mobilitazione dell’estrema sinistra è finita, il Governo non ha fatto nulla ed il lavoro precario continua ad esserci. Intendiamoci: da un lato meglio così, visto che le ricette proposte dai partiti comunisti renderebbero peggiore il problema; però le normative che riguardano i rapporti di lavoro sono uno dei fattori decisivi per il benessere di un paese e sarebbe più che giusto assistere ad una discussione pubblica su come rendere migliore il nostro sistema.
Il riordino contenuto nella Legge Biagi ha consentito l’emersione di una fetta consistente di lavoro sommerso, ma il mercato del lavoro ha ancora bisogno di essere migliorato. Innanzitutto ci vuole un po’ di verità: promettere un sistema in cui vengono applicate a tutti le attuali norme del contratto a tempo indeterminato significa illudersi ed illudere, o più semplicemente mentire. Siccome non si è voluto o potuto modificare tale normativa, l’unico modo per consentire agli esclusi di avere un lavoro in regola è stato quello di inventare altre forme contrattuali estremamente flessibili.
Ciò che rende deboli oggi noi lavoratori è la mancanza di un mercato dinamico: oggi il lavoratore non ha alternative al proprio posto, questa mancanza, oltre a complicare il progredire della propria professionalità, rende drammatiche le scadenze dei contratti a termine. Non solo, ma anche l’indissolubilità del contratto a tempo indeterminato diventa illusoria quando un’azienda entra in crisi e deve chiudere. In quest’ultimo caso assistiamo alle proteste disperate dei lavoratori, ai colloqui quasi sempre inutili dei sindacati ed ai giornalisti che cercano il colpevole. Ma le crisi si combattono prima, si prevengono, costruendo un sistema in cui le aziende sane possano crescere e quindi anche assumere. Abbiamo un fisco punitivo, una giustizia lentissima, energia cara, scuola e università inadeguate e pretendiamo che le imprese, in un impeto di ottimismo assumano le persone a vita! Il contratto a tempo indeterminato, almeno per i nuovi assunti va rivisto, così come il sistema di protezione sociale per chi perde il lavoro, perché è chiaro che in un sistema flessibile l’indennità di disoccupazione diventa lo strumento centrale di intervento.
L’obiezione che esce fuori a questo punto è sempre la stessa: ma così torniamo indietro, inseguiamo il modello cinese… ma, dico io, forse Londra sta in Cina o nel Terzo Mondo. Il problema di questi che agitano lo spettro cinese è che hanno la coda di paglia, perché loro la Cina l’hanno inseguita e propagandata fino ad ieri, quando il modello era quello maoista.
E’ il loro modello mentale che è incorreggibile, pensano sempre che basti fare una legge più restrittiva, più coercitiva per risolvere i problemi, come se una volta che la formula magica è iscritta nella Gazzetta Ufficiale per incanto la realtà si ridisegna automaticamente. Un po’ come è avvenuto per la sicurezza sul lavoro: chi rispetta le regole ha più costi, tempi più lunghi e tonnellate di carta da compilare; per chi lavora in nero non cambia nulla: stessa emarginazione, stessi rischi sul lavoro, stessa precarietà.
Il riordino contenuto nella Legge Biagi ha consentito l’emersione di una fetta consistente di lavoro sommerso, ma il mercato del lavoro ha ancora bisogno di essere migliorato. Innanzitutto ci vuole un po’ di verità: promettere un sistema in cui vengono applicate a tutti le attuali norme del contratto a tempo indeterminato significa illudersi ed illudere, o più semplicemente mentire. Siccome non si è voluto o potuto modificare tale normativa, l’unico modo per consentire agli esclusi di avere un lavoro in regola è stato quello di inventare altre forme contrattuali estremamente flessibili.
Ciò che rende deboli oggi noi lavoratori è la mancanza di un mercato dinamico: oggi il lavoratore non ha alternative al proprio posto, questa mancanza, oltre a complicare il progredire della propria professionalità, rende drammatiche le scadenze dei contratti a termine. Non solo, ma anche l’indissolubilità del contratto a tempo indeterminato diventa illusoria quando un’azienda entra in crisi e deve chiudere. In quest’ultimo caso assistiamo alle proteste disperate dei lavoratori, ai colloqui quasi sempre inutili dei sindacati ed ai giornalisti che cercano il colpevole. Ma le crisi si combattono prima, si prevengono, costruendo un sistema in cui le aziende sane possano crescere e quindi anche assumere. Abbiamo un fisco punitivo, una giustizia lentissima, energia cara, scuola e università inadeguate e pretendiamo che le imprese, in un impeto di ottimismo assumano le persone a vita! Il contratto a tempo indeterminato, almeno per i nuovi assunti va rivisto, così come il sistema di protezione sociale per chi perde il lavoro, perché è chiaro che in un sistema flessibile l’indennità di disoccupazione diventa lo strumento centrale di intervento.
L’obiezione che esce fuori a questo punto è sempre la stessa: ma così torniamo indietro, inseguiamo il modello cinese… ma, dico io, forse Londra sta in Cina o nel Terzo Mondo. Il problema di questi che agitano lo spettro cinese è che hanno la coda di paglia, perché loro la Cina l’hanno inseguita e propagandata fino ad ieri, quando il modello era quello maoista.
E’ il loro modello mentale che è incorreggibile, pensano sempre che basti fare una legge più restrittiva, più coercitiva per risolvere i problemi, come se una volta che la formula magica è iscritta nella Gazzetta Ufficiale per incanto la realtà si ridisegna automaticamente. Un po’ come è avvenuto per la sicurezza sul lavoro: chi rispetta le regole ha più costi, tempi più lunghi e tonnellate di carta da compilare; per chi lavora in nero non cambia nulla: stessa emarginazione, stessi rischi sul lavoro, stessa precarietà.
lunedì 26 novembre 2007
Sarkozy vende due reattori ai Cinesi
Niente di meglio di un esempio per chiarire un ragionamento ed allora colgo una notizia di oggi per ricollegarmi al mio post del 14 novembre su Tremonti ed il mercatismo. La notizia è che il presidente francese Sarkozy ha firmato accordi commerciali in Cina che prevedono, tra l'altro, la vendita di 160 Airbus, nonchè di due reattori nucleari di terza generazione. Solo quest'ultima operazione vale 8 miliardi di euro. Era proprio questo che intendevo quando scrivevo che la crescita economica cinese non è solo una minaccia, ma può portare con sè anche delle opportunità e dipende solo da noi essere in grado di coglierle. Pensiamoci, prima di invocare dazi protezionistici, perchè in un futuro molto prossimo potremmo essere noi italiani ad aver bisogno del loro mercato più di quanto i cinesi non avranno bisogno del nostro.
martedì 20 novembre 2007
Le due facce di Berlusconi
Quella dell’entusiasmo in piazza San Babila, quella scura nella conferenza stampa del giorno dopo.
Forse bastano le espressioni del volto per comprendere una mossa a sorpresa (ma sicuramente preparata a lungo) che cambia lo scenario e mette fine (per il momento?) alla Casa delle Libertà così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.
Berlusconi spiega ai giornalisti il nuovo partito ed accenna ai motivi positivi che spingono all’unità, ricorda le vittorie elettorali, la manifestazione del 2 dicembre 2006, ma in modo serio ed un po’ amaro spiega che le ragioni che l’hanno spinto a questo passo sono più che altro negative: la fatica di trattare con gli alleati, un sistema politico che non è maturo per il bipolarismo. Il partito unitario lui l’ha sempre promosso, ma dalla faccia che aveva si capisce che non avrebbe voluto farlo nascere con uno strappo così traumatico.
L’apertura a sorpresa al proporzionale puro assomiglia molto ad una fine del sogno, ad un ritorno a quell’Italia che dal ’48 a Tangentopoli ha convissuto con un sistema di partiti che facevano il bello e cattivo tempo a prescindere dagli elettori. Certo la transizione verso un sistema più democratico non è riuscita anche perché, senza cambiare la Costituzione, si possono provare tutte le leggi elettorali del mondo ma non avremo mai Governi veramente stabili e responsabili; però dal ’94 ad oggi gli italiani hanno provato la sensazione di scegliere il proprio capo del Governo e non voglio credere che si possa semplicemente tornare indietro al tempo in cui si votava e poi si aspettavano gli esiti degli incontri riservati dentro e fuori il Quirinale. Da inguaribile appassionato di storia devo trovare un parallelo ed allora mi viene in mente il Congresso di Vienna dove si pensò di risistemare tutto com’era un quarto di secolo prima, ma la storia non si cancella con una firma su un trattato. Spero che, allo stesso modo, chi ha creduto nella possibilità di un centrodestra che si candida unitariamente alla guida del paese continui a lavorare in questo senso, anche se milita nei partiti che stanno rifiutando la proposta di Berlusconi.
Il passaggio più interessante è quello in cui sottolinea che nel futuro partito ci sarà un forte collegamento tra la base ed il vertice e che gli incarichi dovranno essere elettivi. Non ci vuole molta malizia per notare che implicitamente è un riconoscimento che Forza Italia fino ad oggi non ha funzionato in questo modo, si tratta comunque di una lodevole intenzione in un panorama italiano dove la prima preoccupazione dei dirigenti di partito è quella di bloccare sul nascere l’emergere di qualche intruso.
Berlusconi ha fatto molti errori, ma ha anche subito molte scorrettezze dai suoi alleati per cui, oggi, trovare i colpevoli ed attribuire le colpe di questa rottura della CDL è un’impresa difficile e tutto sommato poco utile e comunque ci vorrebbe un libro intero.
L’unica cosa certa adesso è che la situazione è nuova, fluida, nessuno sa quando voteremo, con che sistema elettorale e quali partiti si presenteranno, vorrei che però fossimo tutti consapevoli di una cosa: prima si inizia a discutere (e magari litigare) di quali scelte concrete ha bisogno il paese, meglio è. (ma inizieranno mai???).
Forse bastano le espressioni del volto per comprendere una mossa a sorpresa (ma sicuramente preparata a lungo) che cambia lo scenario e mette fine (per il momento?) alla Casa delle Libertà così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.
Berlusconi spiega ai giornalisti il nuovo partito ed accenna ai motivi positivi che spingono all’unità, ricorda le vittorie elettorali, la manifestazione del 2 dicembre 2006, ma in modo serio ed un po’ amaro spiega che le ragioni che l’hanno spinto a questo passo sono più che altro negative: la fatica di trattare con gli alleati, un sistema politico che non è maturo per il bipolarismo. Il partito unitario lui l’ha sempre promosso, ma dalla faccia che aveva si capisce che non avrebbe voluto farlo nascere con uno strappo così traumatico.
L’apertura a sorpresa al proporzionale puro assomiglia molto ad una fine del sogno, ad un ritorno a quell’Italia che dal ’48 a Tangentopoli ha convissuto con un sistema di partiti che facevano il bello e cattivo tempo a prescindere dagli elettori. Certo la transizione verso un sistema più democratico non è riuscita anche perché, senza cambiare la Costituzione, si possono provare tutte le leggi elettorali del mondo ma non avremo mai Governi veramente stabili e responsabili; però dal ’94 ad oggi gli italiani hanno provato la sensazione di scegliere il proprio capo del Governo e non voglio credere che si possa semplicemente tornare indietro al tempo in cui si votava e poi si aspettavano gli esiti degli incontri riservati dentro e fuori il Quirinale. Da inguaribile appassionato di storia devo trovare un parallelo ed allora mi viene in mente il Congresso di Vienna dove si pensò di risistemare tutto com’era un quarto di secolo prima, ma la storia non si cancella con una firma su un trattato. Spero che, allo stesso modo, chi ha creduto nella possibilità di un centrodestra che si candida unitariamente alla guida del paese continui a lavorare in questo senso, anche se milita nei partiti che stanno rifiutando la proposta di Berlusconi.
Il passaggio più interessante è quello in cui sottolinea che nel futuro partito ci sarà un forte collegamento tra la base ed il vertice e che gli incarichi dovranno essere elettivi. Non ci vuole molta malizia per notare che implicitamente è un riconoscimento che Forza Italia fino ad oggi non ha funzionato in questo modo, si tratta comunque di una lodevole intenzione in un panorama italiano dove la prima preoccupazione dei dirigenti di partito è quella di bloccare sul nascere l’emergere di qualche intruso.
Berlusconi ha fatto molti errori, ma ha anche subito molte scorrettezze dai suoi alleati per cui, oggi, trovare i colpevoli ed attribuire le colpe di questa rottura della CDL è un’impresa difficile e tutto sommato poco utile e comunque ci vorrebbe un libro intero.
L’unica cosa certa adesso è che la situazione è nuova, fluida, nessuno sa quando voteremo, con che sistema elettorale e quali partiti si presenteranno, vorrei che però fossimo tutti consapevoli di una cosa: prima si inizia a discutere (e magari litigare) di quali scelte concrete ha bisogno il paese, meglio è. (ma inizieranno mai???).
mercoledì 14 novembre 2007
Tremonti, il mercatismo e la globalizzazione
Giulio Tremonti nelle sue apparizioni televisive concentra i propri interventi su alcuni argomenti economici di portata generale: la globalizzazione, le nuove potenze economiche asiatiche, il libero commercio. Le sue considerazioni e le sue ricette appaiono abbastanza eretiche rispetto all’ortodossia liberista.
Semplificando il discorso, Tremonti imputa alla crescita economica asiatica, le difficoltà e l’impoverimento della nostra economia e propone di ripensare il libero commercio internazionale stabilendo delle norme che rendano più difficile per le economie emergenti fare concorrenza grazie al basso costo della manodopera ed all’assenza di regolamenti in tema di ambiente, tutela dei lavoratori, sicurezza ecc….
Esporrò per prime le mie perplessità su questo schema, per finire invece con gli aspetti che reputo meritevoli di essere sostenuti.
La prima obiezione è che i problemi denunciati sono piuttosto peculiari della situazione italiana, le difficoltà della nostra economia sono molto più accentuate rispetto alla realtà dei nostri partner europei, che soffrono molto meno di noi le conseguenze della globalizzazione. Non è necessario inventare nulla di trascendentale, è sufficiente guardare ai punti di forza dei paesi simili al nostro e possiamo trovare dei modelli in grado di invertire la decadenza del nostro paese: Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna sono stati in grado di aumentare il proprio benessere anche in questa epoca di concorrenza globale.
Il “mercatismo”, inteso da Tremonti come il dogma che impone il libero commercio, è visto come il meccanismo che ci fa “importare povertà”. In realtà la delocalizzazione delle strutture produttive e l’acquisto all’estero di merci a buon mercato di per sé non significa automaticamente una diminuzione del livello di vita nei paesi economicamente maturi. Il problema è di avere una struttura dinamica in grado di adattarsi, mutando il genere di lavoro svolto ed il genere di impresa. Sappiamo che l’euro ha introdotto una rigidità importante: abbiamo un tasso di cambio prefissato verso l’Europa e non possiamo svalutare verso il resto del mondo quindi è necessario flessibilizzare gli altri fattori.
Il governo dell’Euro segue logiche più o meno discutibili, ma certamente non tarate sulle nostre necessità; questo aspetto non deve però essere enfatizzato: l’Italia è un paese economicamente disomogeneo ed anche governando la lira si doveva tenere insieme esigenze inconciliabili, basti pensare allo squilibrio nord-sud.
Tutto il nostro sistema è debole e deve essere rafforzato sotto tutti i punti di vista: formazione dei lavoratori, evasione fiscale, ammortizzatori sociali…. Tutto deve essere tarato per rendere il sistema competitivo ed in grado di generare benessere diffuso.
Si parla tanto di globalizzazione, ma non bisogna dimenticare che il commercio mondiale è molto lontano dall’essere un sistema di libero scambio e che il liberismo o il neoliberismo va per la maggiore in teoria, ma è poco applicato nella pratica, soprattutto nel nostro paese.
Le economie più libere sono quelle più sviluppate, questo è il dato da cui non si può prescindere. Prima di parlare di dazi o di guerre doganali riflettiamo attentamente: noi dipendiamo disperatamente dalle esportazioni, soprattutto negli ultimi anni la nostra economia ha saputo crescere solo grazie alle esportazioni, rischiamo di scatenare guerre commerciali che ci vedrebbero come i più danneggiati. Altro aspetto da tenere presente in questa ottica: siamo terribilmente piccoli, non illudiamoci di poter imporre la nostra visione o i nostri modelli; negli anni '60 eravamo ancora uno dei paesi più popolati, ma oggi moltissimi paesi ci hanno superato, rappresentiamo meno dell’1% della popolazione mondiale e con un’economia ferma.
La Cina, paese-simbolo degli emergenti percepiti come una minaccia, inonda il mondo con merci a basso costo e spesso scarso valore, ma sta diventando una potenza e lo sviluppo di settori avanzati è dietro l’angolo.
Detto questo è giusto aggiungere che gli squilibri denunciati da Tremonti sono reali, in particolare il deficit commerciale e l’indebitamento privato degli USA sono gravi e possono generare crisi profonde.
Quindi ha ragione su questo: studiare bene la struttura dell’interscambio, il vantaggio che deriva dal commercio internazionale c’è se si importa la stessa merce ad un prezzo inferiore, non se si importa roba di scarsa qualità. In altre parole che vantaggio abbiamo ad importare giocattoli da 1 euro, che si rompono dopo una settimana o bianchetti precotti surgelati che vengono rivenduti da ristoranti alla moda come fossero pesce fresco.
Inoltre il sistema finanziario e monetario appare inadeguato, un mercato funziona bene se c’è un accesso paritario e regole comuni, soprattutto per quello che riguarda i movimenti di capitali, la convertibilità delle valute, le emissioni e l’accessibilità ai titoli. Qui c’è molto da fare e non bastano certi i dazi a metterci al riparo dalle bolle speculative innescate dalla marea di liquidità che circola.
Semplificando il discorso, Tremonti imputa alla crescita economica asiatica, le difficoltà e l’impoverimento della nostra economia e propone di ripensare il libero commercio internazionale stabilendo delle norme che rendano più difficile per le economie emergenti fare concorrenza grazie al basso costo della manodopera ed all’assenza di regolamenti in tema di ambiente, tutela dei lavoratori, sicurezza ecc….
Esporrò per prime le mie perplessità su questo schema, per finire invece con gli aspetti che reputo meritevoli di essere sostenuti.
La prima obiezione è che i problemi denunciati sono piuttosto peculiari della situazione italiana, le difficoltà della nostra economia sono molto più accentuate rispetto alla realtà dei nostri partner europei, che soffrono molto meno di noi le conseguenze della globalizzazione. Non è necessario inventare nulla di trascendentale, è sufficiente guardare ai punti di forza dei paesi simili al nostro e possiamo trovare dei modelli in grado di invertire la decadenza del nostro paese: Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna sono stati in grado di aumentare il proprio benessere anche in questa epoca di concorrenza globale.
Il “mercatismo”, inteso da Tremonti come il dogma che impone il libero commercio, è visto come il meccanismo che ci fa “importare povertà”. In realtà la delocalizzazione delle strutture produttive e l’acquisto all’estero di merci a buon mercato di per sé non significa automaticamente una diminuzione del livello di vita nei paesi economicamente maturi. Il problema è di avere una struttura dinamica in grado di adattarsi, mutando il genere di lavoro svolto ed il genere di impresa. Sappiamo che l’euro ha introdotto una rigidità importante: abbiamo un tasso di cambio prefissato verso l’Europa e non possiamo svalutare verso il resto del mondo quindi è necessario flessibilizzare gli altri fattori.
Il governo dell’Euro segue logiche più o meno discutibili, ma certamente non tarate sulle nostre necessità; questo aspetto non deve però essere enfatizzato: l’Italia è un paese economicamente disomogeneo ed anche governando la lira si doveva tenere insieme esigenze inconciliabili, basti pensare allo squilibrio nord-sud.
Tutto il nostro sistema è debole e deve essere rafforzato sotto tutti i punti di vista: formazione dei lavoratori, evasione fiscale, ammortizzatori sociali…. Tutto deve essere tarato per rendere il sistema competitivo ed in grado di generare benessere diffuso.
Si parla tanto di globalizzazione, ma non bisogna dimenticare che il commercio mondiale è molto lontano dall’essere un sistema di libero scambio e che il liberismo o il neoliberismo va per la maggiore in teoria, ma è poco applicato nella pratica, soprattutto nel nostro paese.
Le economie più libere sono quelle più sviluppate, questo è il dato da cui non si può prescindere. Prima di parlare di dazi o di guerre doganali riflettiamo attentamente: noi dipendiamo disperatamente dalle esportazioni, soprattutto negli ultimi anni la nostra economia ha saputo crescere solo grazie alle esportazioni, rischiamo di scatenare guerre commerciali che ci vedrebbero come i più danneggiati. Altro aspetto da tenere presente in questa ottica: siamo terribilmente piccoli, non illudiamoci di poter imporre la nostra visione o i nostri modelli; negli anni '60 eravamo ancora uno dei paesi più popolati, ma oggi moltissimi paesi ci hanno superato, rappresentiamo meno dell’1% della popolazione mondiale e con un’economia ferma.
La Cina, paese-simbolo degli emergenti percepiti come una minaccia, inonda il mondo con merci a basso costo e spesso scarso valore, ma sta diventando una potenza e lo sviluppo di settori avanzati è dietro l’angolo.
Detto questo è giusto aggiungere che gli squilibri denunciati da Tremonti sono reali, in particolare il deficit commerciale e l’indebitamento privato degli USA sono gravi e possono generare crisi profonde.
Quindi ha ragione su questo: studiare bene la struttura dell’interscambio, il vantaggio che deriva dal commercio internazionale c’è se si importa la stessa merce ad un prezzo inferiore, non se si importa roba di scarsa qualità. In altre parole che vantaggio abbiamo ad importare giocattoli da 1 euro, che si rompono dopo una settimana o bianchetti precotti surgelati che vengono rivenduti da ristoranti alla moda come fossero pesce fresco.
Inoltre il sistema finanziario e monetario appare inadeguato, un mercato funziona bene se c’è un accesso paritario e regole comuni, soprattutto per quello che riguarda i movimenti di capitali, la convertibilità delle valute, le emissioni e l’accessibilità ai titoli. Qui c’è molto da fare e non bastano certi i dazi a metterci al riparo dalle bolle speculative innescate dalla marea di liquidità che circola.
mercoledì 7 novembre 2007
U.R.S.S. e Giappone nella Seconda Guerra Mondiale
Uno degli aspetti più oscuri della Seconda Guerra Mondiale è il rapporto tra Giappone e URSS. Formalmente appartenenti ai due blocchi contrapposti, nonostante fossero confinanti si sono praticamente ignorati per quasi tutta la durata della guerra.
In realtà, il primo episodio bellico di vasta portata tra le potenze della II Guerra Mondiale coinvolse proprio questi due paesi. Nell’agosto del 1939 infatti, nella regione di Nomonhan, sul confine tra Mongolia e Cina, i sovietici guidati dal generale Zukov si scontrarono con i giapponesi, sconfiggendoli duramente. Questa battaglia, ricordata come la battaglia del fiume Khalkha, ha posto fine agli scontri sporadici che perduravano nella zona dall’anno precedente. Da allora il Giappone, che già aveva invaso la Cina nel 1937, rivolgerà la propria attenzione verso sud e verso il Pacifico.
La prima osservazione che viene in mente è l’assoluta mancanza di coordinamento delle forze dell’Asse, che durerà per tutta la guerra e che sarà uno dei motivi che le porterà alla rovina: mentre il Giappone si scontra con l’URSS in Estremo Oriente, la Germania firma il patto di non aggressione Ribbentrop- Molotov, con cui si spartisce la Polonia; nel 1941 invece di concentrare le forze contro gli inglesi in Nord Africa per espellerli dal Mediterraneo, i tedeschi invadono l’Unione Sovietica, nello stresso anno giapponesi firmano un trattato di pace con i sovietici ed attaccano gli USA; questi sono gli esempi più eclatanti, per tacere dell’assurda invasione della Grecia da parte dell’Italia….
In realtà nei primi anni di guerra gli assetti delle alleanze non erano così rigidi come sembrò successivamente, vi furono ad esempio le forti tensioni tra Regno Unito e Francia, ci fu anche l’invasione della Finlandia da parte dell’Armata Rossa che sembrò scatenare la reazione degli inglesi, poi però Churchill scelse la priorità: abbattere Hitler e la perseguì ad ogni costo, mettendo tutto il resto in subordine.
L’attacco agli USA da parte della marina nipponica è l’evento che determinerà la sorte finale del conflitto; al momento dell’entrata in guerra gli Stati Uniti sono, in confronto alle altre potenze, un paese praticamente smilitarizzato, ma il loro potenziale industriale li mette in brevissimo tempo in condizione di produrre più armamenti di tutto il resto del mondo messo assieme.
Nel periodo tra il ’39 e il ’45, mentre la guerra infuria su tutti i fronti, l’URSS ed il Giappone rispettano la propria tregua, le ostilità riprendono solo nell’agosto del 1945, Stalin ha il tempo di trasferire le sue forze in oriente e dichiarare guerra: il Giappone ormai stremato e sotto lo choc dei bombardamenti atomici , non opporrà praticamente resistenza, cedendo tutti i territori sul continente.
Così il destino di questi due strani contraenti non belligeranti è opposto: uno perde non solo l’effimero impero conquistato, ma diventa praticamente un paese a sovranità limitata, l’altro si prende ben oltre quanto fosse immaginabile.
Grazie all’arrendevolezza di Roosvevelt i sovietici fagocitano mezza Europa, grazie all’intransigenza di Truman nel Pacifico si prendono anche la Manciuria.
In realtà, il primo episodio bellico di vasta portata tra le potenze della II Guerra Mondiale coinvolse proprio questi due paesi. Nell’agosto del 1939 infatti, nella regione di Nomonhan, sul confine tra Mongolia e Cina, i sovietici guidati dal generale Zukov si scontrarono con i giapponesi, sconfiggendoli duramente. Questa battaglia, ricordata come la battaglia del fiume Khalkha, ha posto fine agli scontri sporadici che perduravano nella zona dall’anno precedente. Da allora il Giappone, che già aveva invaso la Cina nel 1937, rivolgerà la propria attenzione verso sud e verso il Pacifico.
La prima osservazione che viene in mente è l’assoluta mancanza di coordinamento delle forze dell’Asse, che durerà per tutta la guerra e che sarà uno dei motivi che le porterà alla rovina: mentre il Giappone si scontra con l’URSS in Estremo Oriente, la Germania firma il patto di non aggressione Ribbentrop- Molotov, con cui si spartisce la Polonia; nel 1941 invece di concentrare le forze contro gli inglesi in Nord Africa per espellerli dal Mediterraneo, i tedeschi invadono l’Unione Sovietica, nello stresso anno giapponesi firmano un trattato di pace con i sovietici ed attaccano gli USA; questi sono gli esempi più eclatanti, per tacere dell’assurda invasione della Grecia da parte dell’Italia….
In realtà nei primi anni di guerra gli assetti delle alleanze non erano così rigidi come sembrò successivamente, vi furono ad esempio le forti tensioni tra Regno Unito e Francia, ci fu anche l’invasione della Finlandia da parte dell’Armata Rossa che sembrò scatenare la reazione degli inglesi, poi però Churchill scelse la priorità: abbattere Hitler e la perseguì ad ogni costo, mettendo tutto il resto in subordine.
L’attacco agli USA da parte della marina nipponica è l’evento che determinerà la sorte finale del conflitto; al momento dell’entrata in guerra gli Stati Uniti sono, in confronto alle altre potenze, un paese praticamente smilitarizzato, ma il loro potenziale industriale li mette in brevissimo tempo in condizione di produrre più armamenti di tutto il resto del mondo messo assieme.
Nel periodo tra il ’39 e il ’45, mentre la guerra infuria su tutti i fronti, l’URSS ed il Giappone rispettano la propria tregua, le ostilità riprendono solo nell’agosto del 1945, Stalin ha il tempo di trasferire le sue forze in oriente e dichiarare guerra: il Giappone ormai stremato e sotto lo choc dei bombardamenti atomici , non opporrà praticamente resistenza, cedendo tutti i territori sul continente.
Così il destino di questi due strani contraenti non belligeranti è opposto: uno perde non solo l’effimero impero conquistato, ma diventa praticamente un paese a sovranità limitata, l’altro si prende ben oltre quanto fosse immaginabile.
Grazie all’arrendevolezza di Roosvevelt i sovietici fagocitano mezza Europa, grazie all’intransigenza di Truman nel Pacifico si prendono anche la Manciuria.
giovedì 1 novembre 2007
Libri
John Keegan - La grande storia della guerra *****
Kenneth O.Morgan (a cura di) - Storia dell'Inghilterra ***
Ludovico Gatto - Il Feudalesimo ***
Ludovico Gatto - Le invasioni barbariche **
Plutarco - Vita di Coriolano e Alcibiade ***
Romolo Staccioli - Gli Etruschi **
Aurelio Lepre - Mussolini l'Italiano ***
Hans Georg Behr - I Moghul imperatori dell'India ***
Steven Pressfield - Le porte di fuoco *****
Tom Clancy - Ogni uomo è una tigre ***
Viviana Zabro - Storia del Far West **
Richard Fletcher - El Cid storia del nobile cavaliere Rodrigo Diaz ***
Le Goff - Il Medioevo. Alle origini dell'identità europea **
Bjorn Kurten - Il primo uomo **
Sabatino Moscati - Italia punica **
Aldo Schiavone - La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno ***
Gianni Granzotto - Annibale ****
Henry Troyat - Alessandro I. Lo zar della Santa Alleanza **
Peter Brown - La formazione dell'Europa cristiana **
Colin Wells - L'Impero Romano **
Kenneth O.Morgan (a cura di) - Storia dell'Inghilterra ***
Ludovico Gatto - Il Feudalesimo ***
Ludovico Gatto - Le invasioni barbariche **
Plutarco - Vita di Coriolano e Alcibiade ***
Romolo Staccioli - Gli Etruschi **
Aurelio Lepre - Mussolini l'Italiano ***
Hans Georg Behr - I Moghul imperatori dell'India ***
Steven Pressfield - Le porte di fuoco *****
Tom Clancy - Ogni uomo è una tigre ***
Viviana Zabro - Storia del Far West **
Richard Fletcher - El Cid storia del nobile cavaliere Rodrigo Diaz ***
Le Goff - Il Medioevo. Alle origini dell'identità europea **
Bjorn Kurten - Il primo uomo **
Sabatino Moscati - Italia punica **
Aldo Schiavone - La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno ***
Gianni Granzotto - Annibale ****
Henry Troyat - Alessandro I. Lo zar della Santa Alleanza **
Peter Brown - La formazione dell'Europa cristiana **
Colin Wells - L'Impero Romano **
sabato 27 ottobre 2007
I nostri cugini Neanderthal
Da qualche anno l’analisi del DNA viene compiuta, quando possibile, anche su reperti fossili e questo ha aiutato molto le ricerche sul complicato cammino che ha portato alla comparsa della nostra specie.
L’ultima notizia riguarda la scoperta di un gene, proveniente dal DNA di un uomo di Neanderthal, che indica come il colorito dei capelli di quell’individuo fosse rossiccio. Lo scarso irraggiamento solare delle latitudini europee avrebbe reso questo tipo di mutazione un vantaggio evolutivo, esattamente come per i nostri antenatii. Il tipo particolare di mutazione riscontrato nei Neanderthal è però di tipo diverso e non riscontrato negli uomini moderni. Questo fatto si aggiunge quindi a tutta una serie di indizi che, negli ultimi anni, hanno portato ad escludere una discendenza diretta di uomini moderni dai Neanderthal.
Sostanzialmente appare confermata l’ipotesi che l’Homo Erectus uscì dall’Africa in epoca remota, probabilmente più di un milione anni fa, i suoi discendenti sparsi per il mondo (ma non in America, dove non ci sono reperti così antichi) hanno dato origine a varie “culture”, ma tutte sembrano essersi estinte. Gli Erectus giunti in Europa hanno dato appunto origine ai Neanderthal che sono sopravvissuti fino a circa 25.000 anni fa. Questo significa che hanno avuto il tempo di incontrare i nostri progenitori (Homo Sapiens Sapiens) giunti in Europa 50.000 anni fa. L’Homo Sapiens Sapiens, che appare in tutto simile a noi, discende da alcuni Erectus rimasti in Africa ed esciti dal continente africano meno di 100.000 anni fa. Non sappiamo se questo incontro tra lontani cugini sia stato pacifico o meno, sappiamo che il Sapiens Sapiens produce manufatti che sembrano più avanzati, in ogni caso i Neanderthal sono comunque assai simili ai nostri antenati: usano il fuoco, costruiscono attrezzi, seppelliscono i morti, non sono “umani” dal punto di vista genetico, ma lo sono dal punto di vista del comportamento.
Anche se gli indizi sono contrari non possiamo escludere con certezza che le due specie, anche se differenti, non potessero dare vita ad “incroci”. A complicare il quadro c’è infatti lo scheletro rinvenuto nel 1999 nella zona di Leiria, in Portogallo. Questo scheletro, di un bambino dell’apparente età di 4 anni, mostra caratteristiche ibride. E’ anche possibile del resto, come avviene in altri casi, che le due specie fossero in grado di procreare, ma dando alla luce individui sterili.
L’ultima notizia riguarda la scoperta di un gene, proveniente dal DNA di un uomo di Neanderthal, che indica come il colorito dei capelli di quell’individuo fosse rossiccio. Lo scarso irraggiamento solare delle latitudini europee avrebbe reso questo tipo di mutazione un vantaggio evolutivo, esattamente come per i nostri antenatii. Il tipo particolare di mutazione riscontrato nei Neanderthal è però di tipo diverso e non riscontrato negli uomini moderni. Questo fatto si aggiunge quindi a tutta una serie di indizi che, negli ultimi anni, hanno portato ad escludere una discendenza diretta di uomini moderni dai Neanderthal.
Sostanzialmente appare confermata l’ipotesi che l’Homo Erectus uscì dall’Africa in epoca remota, probabilmente più di un milione anni fa, i suoi discendenti sparsi per il mondo (ma non in America, dove non ci sono reperti così antichi) hanno dato origine a varie “culture”, ma tutte sembrano essersi estinte. Gli Erectus giunti in Europa hanno dato appunto origine ai Neanderthal che sono sopravvissuti fino a circa 25.000 anni fa. Questo significa che hanno avuto il tempo di incontrare i nostri progenitori (Homo Sapiens Sapiens) giunti in Europa 50.000 anni fa. L’Homo Sapiens Sapiens, che appare in tutto simile a noi, discende da alcuni Erectus rimasti in Africa ed esciti dal continente africano meno di 100.000 anni fa. Non sappiamo se questo incontro tra lontani cugini sia stato pacifico o meno, sappiamo che il Sapiens Sapiens produce manufatti che sembrano più avanzati, in ogni caso i Neanderthal sono comunque assai simili ai nostri antenati: usano il fuoco, costruiscono attrezzi, seppelliscono i morti, non sono “umani” dal punto di vista genetico, ma lo sono dal punto di vista del comportamento.
Anche se gli indizi sono contrari non possiamo escludere con certezza che le due specie, anche se differenti, non potessero dare vita ad “incroci”. A complicare il quadro c’è infatti lo scheletro rinvenuto nel 1999 nella zona di Leiria, in Portogallo. Questo scheletro, di un bambino dell’apparente età di 4 anni, mostra caratteristiche ibride. E’ anche possibile del resto, come avviene in altri casi, che le due specie fossero in grado di procreare, ma dando alla luce individui sterili.
giovedì 25 ottobre 2007
Le bugie sulle pensioni
L’informazione è caratterizzata da tormentoni che ciclicamente ci assillano.
Sulle pensioni ci sono due affermazioni che vanno attualmente per la maggiore e che mirano a tranquillizzare i giovani circa il loro futuro. La prima è che con il nuovo accordo sul welfare ai giovani è garantita una pensione pari almeno al 60% del loro stipendio, l’altra è che le pensioni future saranno calcolate sulla base dei contributi versati e quindi un aumento dei contributi è una misura che favorisce i giovani.
Purtroppo si tratta di una presa in giro: stabilire il metodo di calcolo della pensione non garantisce nulla!
Puoi calcolare la pensione come vuoi, ma se non ci saranno i fondi per erogarla, le regole del calcolo verranno inevitabilmente cambiate, come è già successo in passato.
Un tempo l’importo veniva calcolato sulla base della retribuzione ricevuta negli ultimi anni lavorativi, poi il sistema non lo consentiva più e la regola è stata cambiata. Il sistema oggi funziona ancora in questo modo: i contributi versati da coloro che lavorano vengono usati per pagare coloro che sono in pensione. Quindi quando si dice che in Italia è stato introdotto il metodo contributivo si sta parlando solo del metodo di calcolo della pensione. Il sistema contributivo propriamente detto dovrebbe infatti funzionare così: chi lavora mette da parte anno per anno i propri contributi e poi li usa per pagarsi la pensione.
Oggi chi è in pensione si sente dire che è mantenuto dai giovani e giustamente si arrabbia e ribatte: ma io i miei contributi li ho versati! E magari per 40 anni. Però quei soldi sono già stati spesi, usati, dati a qualcun altro. La cosa grave è che, tra l’altro, sono serviti a pagare pensioni di invalidità a falsi invalidi, pensioni agricole a chi non ha mai visto un campo e così via.
C’è poi il capitolo delle pensioni baby: tutti a buttare la croce addosso a questi pensionati quarantenni, ma i pensionati baby non hanno truffato nessuno, la legge gli consentiva di andare in pensione e loro ci sono andati. Lo scandalo è la legge, scandaloso è chi l’ha fatta, scandaloso è che i sindacati non si siano opposti con tutte le loro forze. Sempre pronti alla protesta, quando si è trattato di tutelare e difendere i contributi dei lavoratori hanno preferito sorvolare comodamente sulla questione, tanto qualcuno ci avrebbe pensato in futuro, ecco ci stiamo pensando noi, oggi.
Sulle pensioni ci sono due affermazioni che vanno attualmente per la maggiore e che mirano a tranquillizzare i giovani circa il loro futuro. La prima è che con il nuovo accordo sul welfare ai giovani è garantita una pensione pari almeno al 60% del loro stipendio, l’altra è che le pensioni future saranno calcolate sulla base dei contributi versati e quindi un aumento dei contributi è una misura che favorisce i giovani.
Purtroppo si tratta di una presa in giro: stabilire il metodo di calcolo della pensione non garantisce nulla!
Puoi calcolare la pensione come vuoi, ma se non ci saranno i fondi per erogarla, le regole del calcolo verranno inevitabilmente cambiate, come è già successo in passato.
Un tempo l’importo veniva calcolato sulla base della retribuzione ricevuta negli ultimi anni lavorativi, poi il sistema non lo consentiva più e la regola è stata cambiata. Il sistema oggi funziona ancora in questo modo: i contributi versati da coloro che lavorano vengono usati per pagare coloro che sono in pensione. Quindi quando si dice che in Italia è stato introdotto il metodo contributivo si sta parlando solo del metodo di calcolo della pensione. Il sistema contributivo propriamente detto dovrebbe infatti funzionare così: chi lavora mette da parte anno per anno i propri contributi e poi li usa per pagarsi la pensione.
Oggi chi è in pensione si sente dire che è mantenuto dai giovani e giustamente si arrabbia e ribatte: ma io i miei contributi li ho versati! E magari per 40 anni. Però quei soldi sono già stati spesi, usati, dati a qualcun altro. La cosa grave è che, tra l’altro, sono serviti a pagare pensioni di invalidità a falsi invalidi, pensioni agricole a chi non ha mai visto un campo e così via.
C’è poi il capitolo delle pensioni baby: tutti a buttare la croce addosso a questi pensionati quarantenni, ma i pensionati baby non hanno truffato nessuno, la legge gli consentiva di andare in pensione e loro ci sono andati. Lo scandalo è la legge, scandaloso è chi l’ha fatta, scandaloso è che i sindacati non si siano opposti con tutte le loro forze. Sempre pronti alla protesta, quando si è trattato di tutelare e difendere i contributi dei lavoratori hanno preferito sorvolare comodamente sulla questione, tanto qualcuno ci avrebbe pensato in futuro, ecco ci stiamo pensando noi, oggi.
domenica 21 ottobre 2007
Post-italiani
“Post-italiani” di Edmondo Berselli vuole essere un’analisi a tutto campo sul mondo politico e sulla società italiana contemporanea.
Ironia e sarcasmo alleggeriscono ovunque l’amarezza dell’analisi ed il tono complessivo è leggero, il libro risulta di piacevole lettura, con alcuni passaggi, quello sul cinema italiano su tutti, davvero divertenti.
L’autore cerca di non fare sconti a nessuno e picchia duro sia a destra che a sinistra.
I problemi del paese ed i difetti dei suoi abitanti sono elencati impietosamente, però l’impressione generale alla fine della lettura è quella di aver affrontato solo il mezzo vuoto del bicchiere. L’Italia descritta da Berselli è quella che leggi sui quotidiani, è quella che vedi in televisione, un’Italia che assomiglia molto ad un circo di freak; nella realtà, per ora, esiste anche il paese delle persone comuni, delle persone positive, certamente mille motivi, o alibi, tengono queste persone lontane dalla vita pubblica, magari la pensano tutti allo stesso modo ma non credono possibile mettersi assieme per ottenere qualcosa. Mi viene in mente quello che mi diceva tempo fa un caro amico che ha lavorato e vissuto molto tempo all’estero, ultimamente in Germania: “qui, presi singolarmente, non trovi persone più capaci di quelle che trovi nelle aziende italiane, anzi spesso in Italia trovi persone più preparate, che lavorano di più, in grado di svolgere molti compiti… ma qui in Germania fanno sistema, fanno gruppo… e le cose funzionano, tornando in Italia il paragone è sconfortante…”
Tornando al libro anche Berselli, come tutti i commentatori colti, descrivendo il popolo di centrodestra non riesce a sfuggire alla tentazione di fare lo snob ed appiccicare tutte le etichette trite e ritrite già sentite in questi anni: evasori, ignoranti, teleipnotizzati, egoisti, poi il solito sondaggio per cui l’elettore più scolarizzato vota a sinistra (che cosa vuol dimostrare? Fatemi fare il cinico: lo dico da anni che scuola e università italiane sono le peggiori d’Europa, qui anch’io dovrei abbinare il solito sondaggio che dimostra come gli studenti italiani sono asini in matematica…).
Il centrodestra com’è oggi non è il massimo, no sicuramente, e Berlusconi sarà anche un nano, ma i voti li prende, ha vinto due elezioni e ne ha perse altrettante, quindi gli elettori scelgono, giudicano e votano. Ovvio, votano tra le scelte che hanno a disposizione.
Ironia e sarcasmo alleggeriscono ovunque l’amarezza dell’analisi ed il tono complessivo è leggero, il libro risulta di piacevole lettura, con alcuni passaggi, quello sul cinema italiano su tutti, davvero divertenti.
L’autore cerca di non fare sconti a nessuno e picchia duro sia a destra che a sinistra.
I problemi del paese ed i difetti dei suoi abitanti sono elencati impietosamente, però l’impressione generale alla fine della lettura è quella di aver affrontato solo il mezzo vuoto del bicchiere. L’Italia descritta da Berselli è quella che leggi sui quotidiani, è quella che vedi in televisione, un’Italia che assomiglia molto ad un circo di freak; nella realtà, per ora, esiste anche il paese delle persone comuni, delle persone positive, certamente mille motivi, o alibi, tengono queste persone lontane dalla vita pubblica, magari la pensano tutti allo stesso modo ma non credono possibile mettersi assieme per ottenere qualcosa. Mi viene in mente quello che mi diceva tempo fa un caro amico che ha lavorato e vissuto molto tempo all’estero, ultimamente in Germania: “qui, presi singolarmente, non trovi persone più capaci di quelle che trovi nelle aziende italiane, anzi spesso in Italia trovi persone più preparate, che lavorano di più, in grado di svolgere molti compiti… ma qui in Germania fanno sistema, fanno gruppo… e le cose funzionano, tornando in Italia il paragone è sconfortante…”
Tornando al libro anche Berselli, come tutti i commentatori colti, descrivendo il popolo di centrodestra non riesce a sfuggire alla tentazione di fare lo snob ed appiccicare tutte le etichette trite e ritrite già sentite in questi anni: evasori, ignoranti, teleipnotizzati, egoisti, poi il solito sondaggio per cui l’elettore più scolarizzato vota a sinistra (che cosa vuol dimostrare? Fatemi fare il cinico: lo dico da anni che scuola e università italiane sono le peggiori d’Europa, qui anch’io dovrei abbinare il solito sondaggio che dimostra come gli studenti italiani sono asini in matematica…).
Il centrodestra com’è oggi non è il massimo, no sicuramente, e Berlusconi sarà anche un nano, ma i voti li prende, ha vinto due elezioni e ne ha perse altrettante, quindi gli elettori scelgono, giudicano e votano. Ovvio, votano tra le scelte che hanno a disposizione.
giovedì 11 ottobre 2007
Adriano di Mario Attilio Levi
Questo libro di Mario Attilio Levi più che essere una biografia è un’analisi degli aspetti della politica e del contesto in cui l’imperatore Adriano ha operato.
L’autore rifiuta l’immagine classica dell’imperatore che guarda con un occhio di riguardo al mondo ellenico, anzi ne sottolinea la volontà di recuperare alcune peculiarità del mondo romano e, più in generale, occidentale. L’epoca di Adriano sancisce definitivamente però la riduzione dell’Italia a rango di provincia ormai uguale alle altre, anche se è ancora sede del Senato e dell’imperatore.
L’impero ha già la sua fisionomia compiuta da un punto di vista territoriale, da un punto di vista linguistico si è determinata quella divisione a metà tra sfera latina e greca che, alla fine del secolo successivo, segnerà il confine tra parte occidentale e parte orientale.
All’inizio del libro c’è un breve riassunto delle vicende sociali dei secoli precedenti, in questa parte è interessante la tesi secondo cui la divisione tra patrizi e plebei deriverebbe dal fatto che i plebei vivevano nel nucleo cittadino di Roma, mentre i patrizi vivano nelle campagne circostanti. In origine quindi sarebbe stata una distinzione tra mercanti di varia provenienza e possidenti terrieri autoctoni. Questa distinzione è così tenace e profonda da resistere per tutta l’epoca repubblicana, anche quando si è persa memoria di come è nata e ha dato quindi materiale agli studiosi per formulare le ipotesi più varie.
Un altro passaggio da segnalare è quello relativo al malcontento degli italici per le alte imposte pagate che andavano a favore dei residenti dell’Urbe, scontato ma inevitabile il riferimento ai ricorsi storici….
L’autore rifiuta l’immagine classica dell’imperatore che guarda con un occhio di riguardo al mondo ellenico, anzi ne sottolinea la volontà di recuperare alcune peculiarità del mondo romano e, più in generale, occidentale. L’epoca di Adriano sancisce definitivamente però la riduzione dell’Italia a rango di provincia ormai uguale alle altre, anche se è ancora sede del Senato e dell’imperatore.
L’impero ha già la sua fisionomia compiuta da un punto di vista territoriale, da un punto di vista linguistico si è determinata quella divisione a metà tra sfera latina e greca che, alla fine del secolo successivo, segnerà il confine tra parte occidentale e parte orientale.
All’inizio del libro c’è un breve riassunto delle vicende sociali dei secoli precedenti, in questa parte è interessante la tesi secondo cui la divisione tra patrizi e plebei deriverebbe dal fatto che i plebei vivevano nel nucleo cittadino di Roma, mentre i patrizi vivano nelle campagne circostanti. In origine quindi sarebbe stata una distinzione tra mercanti di varia provenienza e possidenti terrieri autoctoni. Questa distinzione è così tenace e profonda da resistere per tutta l’epoca repubblicana, anche quando si è persa memoria di come è nata e ha dato quindi materiale agli studiosi per formulare le ipotesi più varie.
Un altro passaggio da segnalare è quello relativo al malcontento degli italici per le alte imposte pagate che andavano a favore dei residenti dell’Urbe, scontato ma inevitabile il riferimento ai ricorsi storici….
mercoledì 10 ottobre 2007
Underworld
Piccola divagazione cinematografica.Film: Underworld.
La storia, pur utilizzando le figure strausate dei vampiri e dei licantropi, riesce ad essere originale. Anche il ritmo è buono, su tutti giganteggia la vampira Selene, interpretata da Kate Beckinsale sensuale come non mai. L’unica cosa che non si riesce a comprendere è come mai gli autori abbiano bistrattato così tanto il protagonista, un ignaro ibrido delle due razze, discendente del progenitore di entrambe.
Mentre i vampiri sono tutti affascinanti, con un look curatissimo ed i licantropi quando si trasformano diventano delle specie di muscolosissimi pastori del Caucaso, il protagonista quando si trasforma sembra un ramarro, diciamo che non ci si sono applicati molto.
Come personalità poi è del tutto apatico, cioè scopre di avere dei superpoteri incredibili, subisce trasformazioni terrorizzanti e ha un flirt con una bellissima vampira, nonostante tutto ha sempre un’aria da ebete vagamente annoiato.
In pratica è l’unico film che potrebbe stare tranquillamente in piedi anche senza il protagonista.
domenica 7 ottobre 2007
Ancora libri
un altro piccolo elenco con la mia personale valutazione:
Jack Lindasay - I Normanni **
Robert Graves - I miti greci ***
Paul Faure - Alessandro Magno ***
Fritz Shachermeyer - Pericle **
David Fraser - Rommel ****
Albert Soboul - Storia della Rivoluzione Francese ***
Giuseppe Antonelli - Scipione l'Africano ***
Andrew Robert Burn - Storia dell'antica Grecia ***
John Julius Norwich - Bisanzio ****
Arrigo Petacco - La nostra guerra 1940-1945 ***
Gianpiero Carocci - Storia della Guerra Civile Americana **
Ludovico Gatto - Il Federalismo **
Massimo Teodori - Il sistema politico americano **
Napoleone Colajanni - La Cina contemporanea **
Alfonso di Nola - Maometto ***
Henri Favre - Gli Inca **
Jacques Soustelle - Gli Aztechi **
Sergio Romano - Storia dell'Italia dal Risorgimento ai nostri giorni ***
Jack Lindasay - I Normanni **
Robert Graves - I miti greci ***
Paul Faure - Alessandro Magno ***
Fritz Shachermeyer - Pericle **
David Fraser - Rommel ****
Albert Soboul - Storia della Rivoluzione Francese ***
Giuseppe Antonelli - Scipione l'Africano ***
Andrew Robert Burn - Storia dell'antica Grecia ***
John Julius Norwich - Bisanzio ****
Arrigo Petacco - La nostra guerra 1940-1945 ***
Gianpiero Carocci - Storia della Guerra Civile Americana **
Ludovico Gatto - Il Federalismo **
Massimo Teodori - Il sistema politico americano **
Napoleone Colajanni - La Cina contemporanea **
Alfonso di Nola - Maometto ***
Henri Favre - Gli Inca **
Jacques Soustelle - Gli Aztechi **
Sergio Romano - Storia dell'Italia dal Risorgimento ai nostri giorni ***
lunedì 1 ottobre 2007
Guerra e pace
In politica estera dovrebbero valere i principi o le convenienze?
E’ una questione vecchia come il mondo ma che le democrazie non solo non riescono a risolvere ma preferiscono non affrontare del tutto.
Le Costituzioni di tutti i paesi democratici sono ricche di enunciazioni sui valori che stanno alla base dello Stato, valori che si rifanno alla libertà individuale, all’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ed alle varie forme di governo, che traggono legittimazione dal fatto di essere espressione di un voto popolare.
Questi principi valgono solo per noi o valgono per tutti?
A parole sono universali, nei fatti però non sembra proprio.
Oggi è la Birmania ad inscenare la tragedia di un popolo condannato al silenzio, ed alla miseria, da una dittatura spietata; ma si può continuare a lungo, con molti esempi, fino ad arrivare a veri e propri genocidi come quello del Darfur in Sudan.
Non si può fare la guerra al mondo, l’Italia in ogni caso non ne avrebbe le risorse, ma l’impressione è che rispetto ad un basso profilo, che sa tanto di ambiguo, qualcosa di più si potrebbe fare.
Nel nostro paese il problema di porsi di fronte a queste tragedie si intreccia con il problema di porsi di fronte all’uso della forza. Perché nel momento in cui si decide che qualcosa bisogna fare, spesso quel qualcosa è la guerra. Ma la parola guerra è diventata un tabù, e quindi le frasi di comodo di sprecano: i nostri soldati fanno solo missioni di pace, non esistono guerre giuste, c’è l’articolo della Costituzione e via dicendo.
La guerra è qualcosa che deve fare orrore, ma se si decide che in Afghanistan non ci devono essere campi di addestramento per terroristi, la guerra bisogna farla. Ci sono tanti modi per farla, si possono valutare i modi per avere il consenso, o almeno la neutralità della popolazione, ma pur sempre guerra rimane.
Mentre in Italia, ma possiamo dire in Europa, in generale c’è una rimozione collettiva della guerra, negli USA l’uso della forza è contemplato tra le opzioni possibili.
Forse perché la guerra più sanguinosa combattuta dagli americani, cioè la Guerra di Secessione, è ormai lontana nel tempo, forse perché c’è un diverso rapporto con le armi, o per altre ragioni culturali, ma nell’iconografia americana la funzione militare resta legata a quella di patriottismo e di dovere, pur con tutte le autocritiche tipiche di una società abituata a mettersi in discussione senza censure.
Oggi l’interventismo è legato al Partito Repubblicano ma è una posizione recente, tradizionalmente l’interventismo americano è di sinistra: i due presidenti delle guerre mondiali Woodrow Wilson e Franklin Roosvelt erano democratici e tipicamente legata al Partito Democratico era l’idea che gli Stati Uniti dovessero intervenire per difendere e promuovere la democrazia. Idea questa riproposta in tempi recenti da Clinton e dai suoi epigoni dell’”Ulivo mondiale”.
La posizione della destra americana era invece legata al cosiddetto isolazionismo: gli USA non dovevano immischiarsi nei conflitti altrui, tra l’altro anche per non importare in casa scontri tra immigrati di provenienze diverse, l’idea è che dovevano al più tutelare i propri interessi commerciali, soprattutto nel continente americano.
C’è quindi alla base una sostanziale divisione tra idealismo e realismo.
L’inversione di tendenza avviene durante il conflitto in Vietnam, nascono i movimenti pacifisti ed il Partito Democratico ne viene influenzato o certa comunque di cavalcarli; all’opposto l’intransigente anticomunismo dei Repubblicani sfocia in un abbandono definitivo del vecchio isolazionismo.
Oggi si usa il termine neoconservatore come sinonimo di ultraconservatore ma in realtà i neocon propriamente detti hanno una posizione analoga al vecchio interventismo del Partito Democratico, da cui infatti alcuni provengono. L’idea di esportare la democrazia è qualcosa che somiglia molto all’arsenale delle democrazie di roosveltiana memoria.
L’11 settembre ha reso terribilmente attuale e urgente una sistemazione che renda il Medioriente meno minaccioso, di conseguenza l’idea di creare democrazie dove c’erano dittature è sembrata una soluzione definitiva praticabile.
Credo sia necessaria una nuova sintesi tra idealismo e realismo nelle politiche estere occidentali.
L’iper pragmatismo della Guerra Fredda, quando si sosteneva qualunque regime impresentabile purchè alleato, è un modello che non deve tornare in auge. Nello stesso tempo però, prima di voler imporre il metodo parlamentare a caro prezzo anche a chi non lo desidera, è giusto valutare se ci sono scorciatoie possibili.
In ogni caso la nostra sicurezza va difesa senza indulgenze; dove è presente una minaccia, dove si preparano azioni ostili nei nostri confronti, dove si proteggono o foraggiano i terroristi, abbiamo il diritto di intervenire con le armi. Non si tratta di usare il processo alle intenzioni come alibi per qualunque azione bellica, ma semplicemente con i nemici di oggi non si può aspettare che sparino per primi per reagire, né si può contare sulla loro benevolenza.
La carota funziona solo quando il bastone è credibile.
E’ una questione vecchia come il mondo ma che le democrazie non solo non riescono a risolvere ma preferiscono non affrontare del tutto.
Le Costituzioni di tutti i paesi democratici sono ricche di enunciazioni sui valori che stanno alla base dello Stato, valori che si rifanno alla libertà individuale, all’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ed alle varie forme di governo, che traggono legittimazione dal fatto di essere espressione di un voto popolare.
Questi principi valgono solo per noi o valgono per tutti?
A parole sono universali, nei fatti però non sembra proprio.
Oggi è la Birmania ad inscenare la tragedia di un popolo condannato al silenzio, ed alla miseria, da una dittatura spietata; ma si può continuare a lungo, con molti esempi, fino ad arrivare a veri e propri genocidi come quello del Darfur in Sudan.
Non si può fare la guerra al mondo, l’Italia in ogni caso non ne avrebbe le risorse, ma l’impressione è che rispetto ad un basso profilo, che sa tanto di ambiguo, qualcosa di più si potrebbe fare.
Nel nostro paese il problema di porsi di fronte a queste tragedie si intreccia con il problema di porsi di fronte all’uso della forza. Perché nel momento in cui si decide che qualcosa bisogna fare, spesso quel qualcosa è la guerra. Ma la parola guerra è diventata un tabù, e quindi le frasi di comodo di sprecano: i nostri soldati fanno solo missioni di pace, non esistono guerre giuste, c’è l’articolo della Costituzione e via dicendo.
La guerra è qualcosa che deve fare orrore, ma se si decide che in Afghanistan non ci devono essere campi di addestramento per terroristi, la guerra bisogna farla. Ci sono tanti modi per farla, si possono valutare i modi per avere il consenso, o almeno la neutralità della popolazione, ma pur sempre guerra rimane.
Mentre in Italia, ma possiamo dire in Europa, in generale c’è una rimozione collettiva della guerra, negli USA l’uso della forza è contemplato tra le opzioni possibili.
Forse perché la guerra più sanguinosa combattuta dagli americani, cioè la Guerra di Secessione, è ormai lontana nel tempo, forse perché c’è un diverso rapporto con le armi, o per altre ragioni culturali, ma nell’iconografia americana la funzione militare resta legata a quella di patriottismo e di dovere, pur con tutte le autocritiche tipiche di una società abituata a mettersi in discussione senza censure.
Oggi l’interventismo è legato al Partito Repubblicano ma è una posizione recente, tradizionalmente l’interventismo americano è di sinistra: i due presidenti delle guerre mondiali Woodrow Wilson e Franklin Roosvelt erano democratici e tipicamente legata al Partito Democratico era l’idea che gli Stati Uniti dovessero intervenire per difendere e promuovere la democrazia. Idea questa riproposta in tempi recenti da Clinton e dai suoi epigoni dell’”Ulivo mondiale”.
La posizione della destra americana era invece legata al cosiddetto isolazionismo: gli USA non dovevano immischiarsi nei conflitti altrui, tra l’altro anche per non importare in casa scontri tra immigrati di provenienze diverse, l’idea è che dovevano al più tutelare i propri interessi commerciali, soprattutto nel continente americano.
C’è quindi alla base una sostanziale divisione tra idealismo e realismo.
L’inversione di tendenza avviene durante il conflitto in Vietnam, nascono i movimenti pacifisti ed il Partito Democratico ne viene influenzato o certa comunque di cavalcarli; all’opposto l’intransigente anticomunismo dei Repubblicani sfocia in un abbandono definitivo del vecchio isolazionismo.
Oggi si usa il termine neoconservatore come sinonimo di ultraconservatore ma in realtà i neocon propriamente detti hanno una posizione analoga al vecchio interventismo del Partito Democratico, da cui infatti alcuni provengono. L’idea di esportare la democrazia è qualcosa che somiglia molto all’arsenale delle democrazie di roosveltiana memoria.
L’11 settembre ha reso terribilmente attuale e urgente una sistemazione che renda il Medioriente meno minaccioso, di conseguenza l’idea di creare democrazie dove c’erano dittature è sembrata una soluzione definitiva praticabile.
Credo sia necessaria una nuova sintesi tra idealismo e realismo nelle politiche estere occidentali.
L’iper pragmatismo della Guerra Fredda, quando si sosteneva qualunque regime impresentabile purchè alleato, è un modello che non deve tornare in auge. Nello stesso tempo però, prima di voler imporre il metodo parlamentare a caro prezzo anche a chi non lo desidera, è giusto valutare se ci sono scorciatoie possibili.
In ogni caso la nostra sicurezza va difesa senza indulgenze; dove è presente una minaccia, dove si preparano azioni ostili nei nostri confronti, dove si proteggono o foraggiano i terroristi, abbiamo il diritto di intervenire con le armi. Non si tratta di usare il processo alle intenzioni come alibi per qualunque azione bellica, ma semplicemente con i nemici di oggi non si può aspettare che sparino per primi per reagire, né si può contare sulla loro benevolenza.
La carota funziona solo quando il bastone è credibile.
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