mercoledì 9 gennaio 2008

Congratulazioni a McCain

Espongo sul mio blog l’appoggio alla campagna per le presidenziali di Rudolph Giuliani.
Francamente non conosco che superficialmente le differenze fra i vari candidati alla Casa Bianca, che sono sottoposti dai giornalisti alle domande più varie, comunque sempre molto concrete tipo: volete trivellare l’Alaska? Continuerete a sussidiare il grano? La pena di morte aiuta a diminuire i crimini? E così via, cose dell’altro mondo viste da qui dove si discute del nulla e anche se si decide di fare qualcosa qualcuno si oppone e tutto si ferma.

La mia preferenza per Giuliani nasce dal fatto che ha combattuto duramente il crimine sia prima di diventare sindaco di New York, sia durante il suo mandato, quando ha legato il suo nome a quella Tolleranza Zero che auspico (sicuramente invano) anche per l’Italia. Mi viene naturale sostenerlo, con quel cognome italiano, per l’orgoglio di sentirlo un po’ nostro.

Detto questo, la vittoria di McCain in New Hampshire mi ha fatto piacere per tutta una serie di motivi: è l’outsider con pochi fondi a disposizione. Non è un imboscato: ha fatto la guerra in Vietnam e si è fatto pure 5 anni di prigionia in mano ai comunisti nordvietnamiti.
Non ha mai avuto paura di prendere posizioni anche in contrasto con il proprio partito e con le lobby dominanti. Sembra aver avuto una vita ricca di alti e bassi, ma ha trovato il tempo di fare 7 figli.
Le primarie vanno avanti e con gli Stati più grandi diventa difficile fare campagna elettorale senza finanziatori pesanti, per il vecchio John la strada diventerà in salita. Ma non è uno che si scoraggia, era già dato per spacciato ed invece è ancora in pista! Forza John McCain and God Bless USA.

sabato 5 gennaio 2008

I salari scendono, il debito pubblico sale, un paese in declino e le solite bugie.

I salari e gli stipendi sono fermi, quindi erosi di fatto dall’aumento dei prezzi. C’è chi dice che questo calo è andato a vantaggio dei profitti, ma si tratta purtroppo di una mezza verità, buona per fare facile propaganda al sindacalista di turno. La realtà è leggermente diversa, quello che è cresciuto a danno dei salari sono le rendite. Ma non basta, se si va a vedere i profitti delle aziende, si vede che sono cresciuti quelli delle aziende che godono di rendite di posizione, aziende che non sottostanno ad un regime di concorrenza ma possono aumentare a danno dei clienti e dei consumatori le proprie tariffe, a cominciare da quelle municipalizzate che sono gestite dai partiti politici e che servono a comprare voti.

Quello che fa comodo dimenticare è che la rendita più cospicua da attaccare che c’è in Italia è il nostro abnorme debito pubblico. Ogni anno, per pagare gli interessi su questo debito i contribuenti italiani pagano più di 70 miliardi di euro di interessi. Una cifra colossale. Denaro che viene preso dai lavoratori, eppure nessuno sciopero generale è mai stato indetto per chiedere la fine di questa malagestione del denaro pubblico, che rappresenta la penalizzazione più grande per le classi economicamente svantaggiate del nostro paese.

L’altro effetto deleterio del nostro debito pubblico è la grande fetta di risparmio che va ad assorbire.
Metà del nostro debito è in mano estere, il resto è rappresentato dai risparmi degli italiani che hanno investito in Bot, Btp, Cct e negli altri titoli di Stato. Tutta questa massa di denaro viene prestata allo Stato che, come sappiamo, ne fa un pessimo uso e comunque viene utilizzato in gran parte per le spese correnti e non per investimenti strutturali. Invece il risparmio dovrebbe essere il motore dello sviluppo di un sistema sano. Il risparmio dovrebbe trasformarsi in investimento produttivo e generare reddito.

Il lavoro genera ricchezza, è il motore del benessere, lo diceva anche Marx, solo che i comunisti lo hanno dimenticato. In Italia ci sono 13 milioni di lavoratori del settore privato. Con i prelievi dai loro redditi si pagano 16 milioni di pensioni; si pagano inoltre 3 milioni di stipendi dei dipendenti pubblici. Ci stupiamo che i salari sono bassi?
Se sommiamo le entrate delle famiglie italiane ne esce fuori che affitti, interessi e pensioni sono maggiori dei salari!!
Oggi è ricco chi detiene ricchezza finanziaria, titoli in banca o ancora meglio case da affittare, chi lavora non è ricco.
Tutto questo non basta, i partiti dei lavoratori lamentano i bassi salari, però difendono la tassazione progressiva, che è un disincentivo a guadagnare di più! Disincentivo per chi percepisce lo stipendio e per chi lo paga.

Intanto quest’anno, come ogni anno negli ultimi decenni, lo Stato spende più di quello incassa. Quello che manca? Semplice, come sempre lo chiede a prestito, emette un Titolo di Stato e qualcuno gli darà i propri soldi per tappare il buco. E il debito aumenta. E gli interessi da pagare pure.
Però avremo rispettato il limite imposto dall’Europa: il 3% del PIL. Peccato che per una situazione come la nostra il 3% è un deficit enorme. Infatti sarebbe sostenibile (cioè neutrale) solo se l’economia crescesse a sua volta del 3% (anzi a voler essere pignoli quella crescita dovrebbe essere reale cioè al netto dell’inflazione, quindi con l’inflazione al 2,6%, la crescita nominale del PIL dovrebbe essere del 5,6%).
Ma non si parla di questo, perché la gente odia le cattive notizie, preferisce illudersi ed allora i giornali ed i politici la accontentano alla grande, infatti per mesi si è parlato di tesoretto!
Purtroppo non c’era nessun tesoro, a meno che non consideriate tesoro questa situazione: pensavamo di perdere 40 miliardi di euro, invece ne abbiamo perso solo 30. Ecco quel 10 di differenza lo hanno chiamato tesoretto, e se lo sono speso, tanto per comprare un po’ di consenso, visto che scarseggia.

Quindi, oltre il danno la beffa.

Ma le prese in giro non finiscono mai, ogni stagione ha la sua; ieri il tesoretto, oggi abbiamo la polemica sul sorpasso spagnolo. C’è chi dice ci hanno sorpassato, c’è chi dice non è vero.
La situazione è questa: immaginatevi una gara di corsa. Noi avevamo dei kilometri di vantaggio. Adesso siamo praticamente alla pari, solo che loro stanno viaggiando su una Ferrari, noi con un carretto trainato da un mulo. Vi sembra furbo discutere se ci hanno già sorpassato o no?
Ma loro hanno Zapatero. L’ultimo messia, l’idolo dei comici, cantanti, presentatori, attori che ci spiegano sempre come votare. Solo che si dimenticano sempre di dire che Zapatero non ha modificato nulla delle riforme liberiste di Aznar. Come Blair non modificò quelle della Thatcher.
Ai comici, cantanti, presentatori, attori, che invece di fare il loro mestiere ci spiegano sempre come votare, interessa solo il matrimonio gay, sul resto censura.
Ma poi, perché tante discussioni sul sorpasso? Ci ha sorpassato anche l’Irlanda (governata dal Fianna Fail) e nessuno ha detto niente. I casi sono due: o è passata troppo veloce e non c’è stato il tempo, oppure diamo per scontato che i paesi nordici siano superiori e quindi non ce la prendiamo.
Attendiamo il sorpasso dell’Estonia e vedremo.
Intanto il debito aumenta e i salari scendono.
E io pago.

martedì 1 gennaio 2008

60 anni della Costituzione italiana

Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la nostra Costituzione. L’Italia di allora era un paese ancora prevalentemente agricolo, uscito da una guerra traumatica, soprattutto perché ha visto crollare le proprie certezze, le proprie istituzioni, un’Italia sconfitta, amputata territorialmente e, cosa più gravida di conseguenze, divisa da una guerra civile, specchio di un mondo diviso.
Questa è la composizione dei seggi dell’assemblea costituente: Democrazia Cristiana 207, Partito Socialista 115, Partito Comunista 104, Partito Liberale 41, Uomo Qualunque 30, Partito Repubblicano 23, Blocco Nazionale 16, Partito d’Azione 7.

Le divisioni ideologiche dei costituenti non possono non dare vita ad un testo che è tutto un compromesso, pieno di dichiarazioni vaghe, che si prestano ad interpretazioni molto distanti tra loro. Un testo molto lungo che intende regolare tutto il possibile ma con molti articoli che restano inapplicati ed un equivoco di fondo mai risolto.
L’equivoco è la debolezza istituzionale che la Costituzione sancisce, l’immobilismo del nostro paese, la sua incapacità di decidere trae origine dalla scelta dei costituenti di avere dei governi deboli e dei poteri in grado di paralizzarsi a vicenda. Questo assetto nasce dalla paura, spesso sottolineata, di un ritorno a forme di regime come quello fascista appena abbattuto. Ma non è solo questo: la paura principale è di mettere troppo potere nelle mani degli avversari politici, le sinistre non vogliono dare ai democristiani la possibilità di governare e viceversa. La prevalenza assoluta del Parlamento sul Governo è il seme della partitocrazia. I partiti politici diventano i veri dominus della Repubblica, gli aspetti formali della Costituzione mascherano una realtà, forse non prevista, ma che si manifesta precocemente: le decisioni avvengono all’interno delle segreterie partitiche; i dibattiti reali, le trattative e i mercanteggiamenti non avvengono nelle sedi istituzionali, ma tra quei soggetti forti in grado di dialogare o imporre le proprie decisioni ai vertici dei partiti o a correnti degli stessi.

C’è un altro elemento decisivo che muta i partiti, dalla loro funzione di mediatori del consenso sociale, in concessionari del potere. Questo elemento è lo statalismo che la Costituzione promuove senza indugi.
Le culture prevalenti nell’assemblea costituente non hanno alcuna fiducia nella libertà individuale, né nel mercato, né nell’iniziativa privata, considerano il cittadino un elemento da tenere sotto tutela, da indirizzare, da educare. Ritengono che lo Stato sia in grado di fare tutto e di fare meglio.
Danno vita dunque a questo paradosso: rifiutano l’autoritarismo fascista; disciplina, doveri e responsabilità (e anche Patria) sono parole bandite dal nuovo lessico politico; ma nello stesso tempo non adottano una filosofia liberale, che metta al centro la libera scelta individuale. Adottano una terza via: la spartizione del potere, della ricchezza ed in definitiva del potere, usando il denaro pubblico per comprare il consenso ed accontentare le clientele.
Uno Stato autorevole e forte è lo Stato che adempie con efficacia ai propri compiti, pochi o tanti che siano. Lo Stato italiano nasce debole e diventa nel tempo un pachiderma che occupa ogni spazio, portando con sé, ovunque mette piede, i veri centri del potere costituito: i partiti.
L’unico accorgimento che avrebbe limitato questa degenerazione poteva essere di mettere delle norme costituzionali per obbligare i partiti ad avere una democrazia interna. Ma non fu fatto e del resto anche la norma analoga che riguarda i sindacati è rimasta lettera morta.

C’è anche un motivo esogeno che ha impedito all’assetto istituzionale di funzionare, l’Italia era un paese a sovranità limitata, come nei secoli passati terreno di scontro di altre potenze. Una delle grandi forze politiche esistenti, cioè il PCI, non poteva governare, né imporre i propri progetti, perché l’Italia era assegnata all’altro campo. L’altra grossa forza, la DC, era destinata a governare sempre e comunque. Questo blocco del sistema ha reso inevitabile il malfunzionamento della democrazia e l’approdo ad una spartizione, piuttosto che ad un’alternanza.
La fine della Guerra Fredda ci ha lasciato soli con i nostri problemi. Non siamo nemmeno più terreno di scontro, perché siamo un paese ai margini della nuova geografia delle potenze odierne.
Nonostante ciò e nonostante i tentativi di modifica fatti, la Costituzione è sempre quella. Il motivo principale è che anche le riforme costituzionali sono diventate parte della propaganda, bandiere da sventolare, slogan che vengono bene per la retorica, ma nel concreto non sono coerentemente portate avanti con convinzione.
Il Centrosinistra ha modificato in modo disastroso il Titolo V solo per cercare di prendere qualche voto al nord. Il Centrodestra ha messo in campo quelle riforme che, nella sostanza se non nella forma, avrebbero consentito di fare un passo avanti. Però i leader hanno dato l’impressione di subire il percorso di riforma come un compito fastidioso da espletare, piuttosto che una necessità per il paese. La riforma non è stata adeguatamente spiegata e difesa e non ha retto l’esame del referendum.

D’altro canto anche la difesa dell’attuale Costituzione viene fatta in modo del tutto acritico. Durante la campagna per il referendum se ne sbandierava la sacralità, come se fossero messi in discussione i principi di democrazia e libertà. Chi ieri gridava all’attentato ai diritti costituzionali, oggi propone le stesse modifiche che ha condannato e che ha contribuito a far bocciare.

Non c’è una panacea per i mali dell’Italia, ci sono tanti tasselli da mettere a posto. Uno di questi è la Costituzione.
Possibilmente prima dei prossimi 60 anni.

domenica 30 dicembre 2007

Pillole di Storia

Il poco tempo a disposizione mi impedisce di sviscerare molti argomenti interessanti, propongo quindi 3 temi di storia, per stimolare la curiosità dei lettori, che magari decideranno di approfondire quello che ritengono più meritevole.

Il primo argomento riguarda il Pakistan e le origini della presenza islamica nel subcontinente indiano. La prima spedizione è datata 644 d.C., si deve essere trattato di una missione di carattere esplorativo ed i territori visitati non devono aver impressionato gli Arabi che, per alcuni decenni, non vi faranno ritorno; questo è il resoconto che riportano le fonti: “l’acqua è poca, la frutta scadente, i predoni audaci; se si mandano truppe scarse verranno trucidate, se ingenti moriranno di fame”. Si tratta di una descrizione fedele dei territori desertici del Sind, dove anche Alessandro Magno, di ritorno dall’India, perse quasi tutto il suo esercito.
Ma l’espansione degli Arabi era troppo forte e le rotte verso l’India troppo preziose per essere disturbate dai pirati alle foci dell’Indo. Nel 711 il governatore Ommayade dell’Iraq armò una spedizione guidata da Muhammad bin Qasim che conquistò il Sind e pose la propria residenza a Brahmanabad.
La porta per il cuore dell’India è però molto più a nord al confine con l’attuale Afghanistan e da lì che nei secoli sono passati numerosissimi conquistatori. Già nel 724 la Valle dell’Indo fino a Multan venne sottoposta ad un governatore arabo. Furono però i Turchi, che dall’Asia Centrale avevano preso possesso di numerosi territori islamici, a penetrare profondamente nei territori indiani, dapprima con incursioni che avevano lo scopo di razziare, successivamente occupando stabilmente i territori. Il primo di questi conquistatori fu Mahmud di Ghazni che nel 997 devastò il Punjab. Vi ritornerà per altre sedici volte seminando distruzione e morte. Fu poi la volta dei Turchi Ghuridi che nel 1186 conquistarono Lahore e nel 1193 Delhi, dove il sultano Muhamad di Ghur lasciò il proprio luogotenente Qutb-ad-Din Aibak a consolidarne il possesso, fu quest’ultimo nel 1206 a proclamarsi sultano di Dehli, dando inizio ad una presenza definiva del potere islamico in India.


Facendo un salto spaziale e temporale passiamo alla grande varietà di entità “statali” che incontriamo in Medio Oriente intorno al XXV e XXVI secolo a.C.
L’epoca, che ricolleghiamo alla IV dinastia egiziana, quella di Cheope e delle grandi piramidi di Giza, vede molte realtà avanzate anche nel polo mesopotamico ed in quello siriano.
Le principale sono: Kish con il sovrano Mesalima; Ur con Mesanepada, Meskiagnuna, Balulu; Lagash con Enkhengal, Urnanse, Akurgal, Eannatum, Eannatum II, Lugalanda, Urukagina; Umma con Us, Enakale, Urlumma, Lugalzagesi ed altri centri ancora come Accad, Hamazi e soprattutto Ebla con la sua particolare istituzione delle regine madri (su cui esistono pareri discordi e che curiosamente non viene mai citato come esempio di antico matriarcato, soppiantato dall’egemonia maschile) e del conteggio dei regni.


Ultima pillola l’episodio di guerra asimmetrica (diremmo oggi) che coinvolse i persiani contro gli Sciti. L’imperatore persiano Dario voleva impossessarsi dei territori abitati dagli Sciti. Questo popolo, che tra l’altro parlava una lingua imparentata con l’iranico, viveva ancora in modo seminomade, reagì di fronte all’invasione persiana rifiutando lo scontro diretto, ma piuttosto con rapidi attacchi ed altrettanto rapide ritirate, sfruttando la propria abilità di cavalieri e di arcieri. Esasperato dal prolungarsi della campagna Dario inviava ambasciate in cui chiedeva o la sottomissione o la battaglia, ma invano. Fino a quando il re scita Idantirso mandò un messaggero che portava dei doni: un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. Dario interpretò i doni come una volontà di sottomissione, ma il suo consigliere Gobria capì il vero senso, gli Sciti volevano dire: “Se voi, Persiani, non diventate uccelli e volate in cielo, o non diventate topi e andate sotto terra, o rane e saltate nelle paludi, sarete colpiti da queste frecce e non tornerete mai in patria.”
I Persiani si ritirarono e continuarono a regnare sui popoli sedentari, gli Sciti continuarono a vivere nei loro territori, prima di essere sommersi da migrazioni di altri popoli della steppa euroasiatica.

sabato 29 dicembre 2007

Sempre libri

Man mano che faccio ordine e metto via i miei libri, ve li propongo con relative stellette di giudizio. Ecco i consigli di lettura di oggi:

Mario Liverani - Le Civiltà Mesopotamiche
****
Domenico Musti - La Grecia Classica
***
Indro Montanelli - Storia di Roma
***
Vittorio Di Cesare - Gli Aborigeni australiani
**
Mario Polia - Gli Indios dell'Amazzonia
***
Guido Luigi Buffo - L'Aikido
***
Marilia Albanese - Lo Yoga
***
Francesco Cossiga - Abecedario
***
Murray Newton Rothbard - Diritto, natura e ragione
***
Albert Speer - Memorie del Terzo Reich
***
Lao Petrilli - Embedded
****
Romano Canosa, Isabella Colonnello - Spionaggio a Palermo
**
Desmond Morris - L'occhio nudo
***
Giovanni Tabacco, Grado Merlo - Il Medioevo
**
Heinrich Fichtenau - L'Età di Carlo Magno
***
Mario Attilio Levi - Adriano
**
Leonardo Maugeri - L'era del petrolio
****
Michael Prawdin - Gengis Khan
*****
Eric John Hobsbawm - L'Età della Rivoluzione
***
Denis Mack Smith - Il Risorgimento italiano
***
Denis Mack Smith - Garibaldi
****
Tucidide - La Guerra del Peloponneso
*****
Senofonte - Anabasi
*****
Osho - Yoga: la scienza dell'anima
***
Massimo Campanini - Il Corano e la sua interpretazione
**
Franz Herre - Metternich
**
Guglielmo Ferrero - Il Congresso di Vienna
***
Tim Severin - Il Vichingo
**
Brad Meltzer - I milionari
***
Cavalli Sforza, Menozzi, Piazza - Storia e Geografia dei geni umani
*****
Giordano Bruno Guerri - Antistoria degli italiani
*****
Niccolò Machiavelli - Il Principe
*****
Conrad - Tifone
***
Erasmo da Rotterdam - Elogio della follia
***
Edward Luttwak - La grande strategia dell'Impero Romano
*****
Bruno Vespa - L'Italia spezzata
****
Alida Alabiso - I Samurai
**
Robert Ogilvie, Michael Crawford - Roma dalle origini all'età repubblicana
***
Nicolas Grimal - L'antico Egitto
****
Paul Jordan - Neandertal, l'origine dell'uomo
****
Herbert Wilhelmy - La civiltà dei Maya
***
Matteo Sanfilippo - Historic Park. La Storia e il cinema
****

domenica 23 dicembre 2007

I film peggiori che abbia mai visto

Quando giudico un libro assegnandogli le stellette evito di mettere quelli che considero illeggibili o da stroncare senza pietà, perché considero un libro un’opera personale. Preferisco citare solo quelli che meritano di essere letti. Il fatto che io non lo apprezzi può dipendere da molti fattori, magari non mi interessa l’argomento, oppure lo stile di scrittura mi è ostico, semplicemente non ho la preparazione adeguata per poter seguire alcuni ragionamenti o valutare alcune nozioni, insomma tendo ad essere indulgente e poi prima di acquistare un libro ti puoi documentare, ti leggi l’indice e se lo compri in libreria puoi sfogliarlo, leggere qualche riga.
Invece sui film sono più drastico: intanto un film è un’opera cui concorrono molte persone e quindi mi urta maggiormente il fatto che in tanti non si rendono conto della boiata pazzesca che stanno producendo. Poi i film vengono pubblicizzati con brevi trailer che ti possono trarre abilmente in inganno.
Ci tengo quindi a fare questa classifica dei film peggiori che io abbia mai visto:

1 – The Avengers. Il peggiore in assoluto. La povera Uma Thurman e Ralph Fiennes in un’opera che non si capisce se è una parodia o no, comunque se lo è non fa ridere. E’ talmente brutto che mi viene il dubbio di non averlo mai visto ma di aver fatto un incubo in cui sognavo di vederlo.

2 – Tom Raider. Angelina Jolie viene sempre bene ed anche nei panni di Lara Croft fa la sua figura. Detto questo, aggiungo però: peccato che il mio cane non sappia parlare, altrimenti poteva suggerire almeno qualche idea prima di iniziare a girare. Un fermo immagine di Angelina di un’ora e mezza sarebbe stato meglio.

3 – Signs. Dopo la mezza boiata di Unbreakable dovevo presagire il peggio, ma non so come mai ci sono cascato. Come è possibile che sia lo stesso regista de “Il sesto senso”? O si è bruciato il cervello, oppure si voleva divertire a prenderci per il culo. Fatto sta che Signs parte anche discretamente bene, ma come molti film, dopo un buon inizio non sa dove andare a parare e, non avendo il coraggio di mandare a casa il pubblico dopo il primo tempo, rovina tutto. Per onestà devo dire che al cinema c’erano molti che si sbellicavano letteralmente dalle risate, soprattutto alla scena della carta stagnola in testa, non so se si aspettavano un film comico, ma un po’ di divertimento l’hanno avuto.

4 – Il quinto elemento. Anche in questo caso come potevo evitare la trappola? Non pretendo che Luc Besson faccia tutti film belli come Leon, ma insomma questo polpettone, non me l’aspettavo.
Milla Jovovich è l’unica del cast che sembra crederci e si impegna, si vede che era proprio innamorata…. Dopo aver visto l’esito decide di divorziare.

5 - Alien 4 - Qui ho proprio il dente avvelenato. Dovete capirmi, per me Alien è uno dei migliori film di sempre e questo già sarebbe sufficiente, ma c’è di peggio: normalmente i sequel non sono mai all’altezza del primo episodio, capita invece che il seguito (Alien 2) sia un ottimo film, del resto Cameron non è l’ultimo arrivato. Lo stesso Alien³ senza pretendere di inventare nulla, mantiene il canovaccio e si lascia guardare piacevolmente. Invece questo Jean Pierre Jeunet si permette di stravolgere l’atmosfera della serie, mettendo in piedi una storia tra il surreale ed il grottesco, tirando fuori un prodotto né carne né pesce, personaggi senza un minimo di spessore e scene francamente fuori luogo. Essendo per natura capace solo di perdonare gli amici, agli altri riservo rancori eterni, per cui mi ero ripromesso di boicottare per sempre qualunque altra produzione di questo regista. Sotto minaccia e ricatto da parte della fidanzata dovetti recarmi a vedere la storia di Amelie, del quale devo ammettere che sia un buon film, quindi caro Jean Pierre mantieniti su quel tipo di storielle e non deturpare le serie di altri generi.

Doverosa precisazione: questa piccola carrellata degli orrori comprende tutti film di fantascienza, ma questo non deve trarre in inganno. Proprio perché è uno dei miei generi preferiti, che me la prendo a male quando vedo una produzione inguardabile.
Infatti alcuni film di fantascienza sono tra i miei preferiti in assoluto: L’esercito delle 12 scimmie; Blade runner; Minority Report; Matrix (questo è un buon esempio di sequel che era meglio si risparmiassero); Gattaca; Terminator; Starship Troopers, Strange days.

sabato 22 dicembre 2007

Commento all'esilarante articolo di Barbara Spinelli

L’articolo “La festa è finita” di Barbara Spinelli, pubblicato il 16 dicembre su “La Stampa” è talmente ricco di spunti divertenti che non posso non citarne qualcuno.
La Spinelli chiarisce subito il tono esordendo così: “L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro (e fin qui niente da dire, ognuno ha i suoi incubi) cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo…””la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale della società”. Ora, che la globalizzazione sia un fantasma non saprei dire, di sicuro io non l’ho mai sentita parlare ai poveri, comunque se anche fosse, diciamo che negli ultimi 10 anni a qualche centinaio di milioni di asiatici la promessa l’ha mantenuta; non sarà il massimo, ma come mantenimento delle promesse è già molto di più dei nostri politici. Quanto all’impoverimento della società si riferisce alla nostra, perché se vai in Germania, o in Spagna, o in Gran Bretagna, per non parlare dell’Irlanda o della Danimarca di questo impoverimento non è che se ne vede molto.

“Se continua lo scioglimento dei ghiacci antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia” come spot per il Mose non è male, peccato che non risulta che i ghiacci antartici si stiano sciogliendo, casomai si stanno sciogliendo quelli artici, che però essendo già dentro l’acqua oceanica non ne provocano l’innalzamento. Comunque a New York non ci sono mai stato e se il ghiaccio della Groenlandia sciolto la sommerge la cosa mi preoccupa, bisogna fare qualcosa; vediamo cosa suggerisce Barbara Spinelli: “urge tagliare l’% del PIL mondiale, per decenni”: una ricetta geniale, ma dico io perché diluire nei decenni, tagliamolo subito di un 50% e non se ne parla più. In effetti questo tipo di soluzione ha solo una piccola controindicazione, con un livello inferiore di prodotto globale il pianeta non potrebbe mantenere gli attuali 7 miliardi di abitanti, qualche miliardo di persone alla fame mi sembra, così ad occhio e croce un prezzo un po’ elevato, forse prima di rassegnarsi a cotanto è meglio provare a costruire qualche grattacielo sui monti Appalachi e cominciare trasferirvi gli uffici di Manhattan (almeno quelli dei piani bassi).
A onor del vero, non è che la Spinelli ignori il problema: “ma quell’1% del PIL nel mondo resta pur sempre gravoso…. Significa più tasse e posti di lavoro perduti…Avremo case meno scaldate…smetteremo la costruzione frenetica degli aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica….si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima”, personalmente non è che questo quadro sia poi così drammatico, se il clima sarà più caldo non ci sarà bisogno di scaldare le case, l’aereo purtroppo l’ho preso poche volte e non sarà una grande rinuncia, quanto ai Suv non avrò mai i soldi per comprarne uno e se anche li avessi non ho la passione per i motori e quindi non li spenderei in un’automobile. Però c’è una cosa che mi preoccupa, secondo una ricerca condotta da un’associazione ambientalista inglese i vituperati Suv inquinano quanto un server aziendale, non vorrei mi togliessero internet, ormai mi ci sono abituato.

Gira che ti rigira alla fine la Spinelli individua il vero obiettivo, sentite un po’: “anche la festa liberista è finita…il mercato lasciato a se stesso a generato catastrofi”; un vero peccato, qui da noi in Italia la festa liberista non è nemmeno mai cominciata! Ecco come il concetto viene meglio specificato: “per questo c’è di nuovo bisogno dello Stato…tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente” ok e chi lo decide? Se facciamo che decido io, siamo d’accordo mi sta bene.
Il concetto viene ribadito: “sparirà anche la retorica sulla libertà (dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo” questa è la più convinta apologia del totalitarismo che ho mai letto, cioè se una cosa del genere l’avesse detta Storace, sarebbero già fioccate le denunce, gli avvisi di garanzia e le scomuniche, ma si sa che a certi intellettuali è permesso tutto, in fondo lo fanno per il nostro bene, vogliono salvare il pianeta. La cosa buffa è che siccome lo statalismo ha fallito nell’obiettivo di creare benessere e uguaglianza, allora ecco che viene scelta un’altra giusta causa per somministrarcelo. Solo che viene riproposto in forma ancora più pesante: cioè non solo lo Stato si prende i miei soldi con le tasse e ci fa i suoi comodi, ma mi obbliga anche a spendere quelli che mi rimangono secondo delle direttive stabilite dall’alto.
L’argomento tasse le sta veramente a cuore, come un’ossessione ripete: “Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente”, cara la mia scrittrice quella certezza l’abbiamo persa da un pezzo, se c’è una cosa difficile è tagliare le tasse, infatti tutti lo promettono, nessuno lo mantiene (almeno nel Belpaese).
Tenetevi forte perché questa fa veramente ridere: “in fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa”; ma quale ciclopica impresa? Ci riesce benissimo anche ora, anzi mi sa tanto che qualcuno di sua stretta conoscenza la sta prendendo fin troppo alla lettera! Quanto all’impoverimento mirato, per piacere toglietemi dal mirino, perché sono un po’ di anni che faccio la mia parte, ora tocca a qualcun altro, cominciamo ad esempio dai ministri dell’economia….
Cara Barbara Spinelli se vuoi vietare le emissioni, vietale pure, ma le tasse ed i carrozzoni statali non servono a salvare il clima, ma solo a salvare chi si intasca i nostri soldi.

Attenzione perché la buona Barbara non vuole che traiamo le conclusioni sbagliate dal suo ragionamento: “il ritorno della politica (che evidentemente per lei è sinonimo di Stato) è colmo di pericoli autoritari”, innanzitutto faccio notare che la politica non deve tornare, perché non se n’è mai andata, anzi è fin troppo presente ovunque; quanto ai pericoli autoritari, mi sembra un ammonimento patetico: lei pensa che di fronte ad un disastro imminente si può annullare completamente le più elementare libertà, si può razionare gli alimenti e l’energia, limitare i movimenti, cioè tutto questo senza che la situazione non comporti una militarizzazione della società??? No, forse pensa che si può fare tutto questo semplicemente dando il controllo in mano agli intellettuali come lei, che dai giornali ci dicono come comportarci e come pensare. Ma mi facci il piacere, avrebbe detto qualcuno.

Come in un tutti gli articoli di questo genere, non manca l’attacco di routine agli USA, definiti in questo caso la più inerte e retrograda delle potenze. Non sono in realtà tanto inerti, infatti successivamente scrive: “c’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno dell’indipendenza energetica”. Ergo: non vogliono continuare a dipendere dalle importazioni petrolifere, saluto con sollievo questa presa di posizione dopo aver letto per anni scritti di ambientalisti che descrivono le guerre per il petrolio. Quanto all’etanolo, tenetevi forte, concordo con la Spinelli: usare il mais non ha grande futuro, peccato che lei si scordi di dire che infatti il futuro sarà dell’etanolo derivato da prodotti non agricoli, che non sottrae terreni adatti alle colture.

Il finale è grandioso, perché dopo averci terrorizzato con queste agghiaccianti visioni (oddio un mondo senza Suv), ecco che ci rassicura con una calda fiammella di speranza: “La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’Apocalisse le vie sono due. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione”. La Spinelli pensa che le sue proposte si ascrivano alla seconda ipotesi, a me sembrano invece appartenere ad una terza via: siccome in futuro moriremo, allora suicidiamoci subito.
Preparare il futuro è l’alternativa che scelgo io, questa alternativa significa, ricerca, innovazione, significa investimenti e gli investimenti discendono dai profitti e dal risparmio, che a sua volta deriva dal reddito, a sua volta generato dal lavoro.
Lavoro, opere, studio, questo è un modo di affrontare i problemi; non lo è invece dire: paghiamo più tasse e prendiamo le briciole che qualcuno farà cadere dal tavolo.
Se poi sarà apocalisse ugualmente, così sia, la affronteremo, indosseremo la corazza, ci metteremo l’elmo e cercheremo di essere all’altezza dei nostri progenitori che nei millenni se la sono vista brutta tante volte.

Comunque i consigli di Barbara Spinelli non vanno fatti cadere nel vuoto, quindi comincino pure gli Al Gore, gli Agnolotti, i Casarecci, le star di Hollywood, i cantanti, insomma tutti quelli che ci fanno la predica, comincino a dare il buon esempio: niente aerei, niente riscaldamento, niente barche, niente cocaina (per esportarla dalla Colombia ci vuole un sacco di petrolio), niente sigarette (al posto del tabacco piantiamo il mais che scarseggia a causa di Bush). Dimenticavo: ci vorrebbero anche un po’ di spettacoli e musica gratis, così tanto per abbassare un po’ il pil.

PS: anche su cocaina e sigarette, io faccio già la mia parte. Tanto per ribadire, come dicono a Genova: emmu za daetu!

lunedì 17 dicembre 2007

Un pò di autocelebrazione

Ogni tanto devo fare la parte dell’antipatico saccente, sia perché mi riesce bene, sia perché alcune occasioni sono troppo ghiotte per essere sprecate, allora piccola segnalazione autocelebrativa: oggi un articolo su Repubblica riprende l’interessante tema dell’etanolo da cellulosa da me affrontato nel post del 23 settembre; sempre oggi, un articolo del Corriere della Sera descrive il primo viaggio di un cargo mercantile (il “Beluga”) equipaggiato con un “aquilone” prodotto dalla Skysails, da me citata nel post del 21 agosto, nella versione online l’illustrazione è la stessa che avevo messo io nel mio post, peccato, perché adesso sul sito della Skysails ci sono foto molto più belle.
Comunque un plauso ai due importanti quotidiani che, con un po’ di ritardo, propongono interessanti novità ecologiche del futuro.

domenica 16 dicembre 2007

Uomo e lavoro

“…mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai…”

da Adamo in poi il rapporto tra l’uomo ed il lavoro è stato sempre ambivalente. C’è il lavoro che fornisce ricchezza, soddisfazione e c’è il lavoro forzato, che viene vissuto come un peso ineludibile.

Esistono tre fattori per giudicare il lavoro: il guadagno che procura, la piacevolezza nel farlo ed il tempo libero che permette di avere.

Se un lavoro ha almeno una di queste caratteristiche è un lavoro accettabile.

Se ne ha due è un lavoro ottimo. Averne tre è superfluo perché nel momento in cui un lavoro viene svolto volentieri, viene meno la necessità assoluta che sia un lavoro che lascia del tempo per altre cose.

Però se ti fai un mazzo così tutto il giorno, il lavoro fa schifo e non guadagni un cazzo (ci stava anche la rima) allora è propria una vitaccia.

Ed allora chiudo con un passo della novella intitolata “Il treno ha fischiato” del sempre grandissimo Pirandello:

“….Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!.
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua
soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste...”

lunedì 3 dicembre 2007

La precarietà è un problema

Un mese fa il corteo, poi la mobilitazione dell’estrema sinistra è finita, il Governo non ha fatto nulla ed il lavoro precario continua ad esserci. Intendiamoci: da un lato meglio così, visto che le ricette proposte dai partiti comunisti renderebbero peggiore il problema; però le normative che riguardano i rapporti di lavoro sono uno dei fattori decisivi per il benessere di un paese e sarebbe più che giusto assistere ad una discussione pubblica su come rendere migliore il nostro sistema.
Il riordino contenuto nella Legge Biagi ha consentito l’emersione di una fetta consistente di lavoro sommerso, ma il mercato del lavoro ha ancora bisogno di essere migliorato. Innanzitutto ci vuole un po’ di verità: promettere un sistema in cui vengono applicate a tutti le attuali norme del contratto a tempo indeterminato significa illudersi ed illudere, o più semplicemente mentire. Siccome non si è voluto o potuto modificare tale normativa, l’unico modo per consentire agli esclusi di avere un lavoro in regola è stato quello di inventare altre forme contrattuali estremamente flessibili.
Ciò che rende deboli oggi noi lavoratori è la mancanza di un mercato dinamico: oggi il lavoratore non ha alternative al proprio posto, questa mancanza, oltre a complicare il progredire della propria professionalità, rende drammatiche le scadenze dei contratti a termine. Non solo, ma anche l’indissolubilità del contratto a tempo indeterminato diventa illusoria quando un’azienda entra in crisi e deve chiudere. In quest’ultimo caso assistiamo alle proteste disperate dei lavoratori, ai colloqui quasi sempre inutili dei sindacati ed ai giornalisti che cercano il colpevole. Ma le crisi si combattono prima, si prevengono, costruendo un sistema in cui le aziende sane possano crescere e quindi anche assumere. Abbiamo un fisco punitivo, una giustizia lentissima, energia cara, scuola e università inadeguate e pretendiamo che le imprese, in un impeto di ottimismo assumano le persone a vita! Il contratto a tempo indeterminato, almeno per i nuovi assunti va rivisto, così come il sistema di protezione sociale per chi perde il lavoro, perché è chiaro che in un sistema flessibile l’indennità di disoccupazione diventa lo strumento centrale di intervento.
L’obiezione che esce fuori a questo punto è sempre la stessa: ma così torniamo indietro, inseguiamo il modello cinese… ma, dico io, forse Londra sta in Cina o nel Terzo Mondo. Il problema di questi che agitano lo spettro cinese è che hanno la coda di paglia, perché loro la Cina l’hanno inseguita e propagandata fino ad ieri, quando il modello era quello maoista.
E’ il loro modello mentale che è incorreggibile, pensano sempre che basti fare una legge più restrittiva, più coercitiva per risolvere i problemi, come se una volta che la formula magica è iscritta nella Gazzetta Ufficiale per incanto la realtà si ridisegna automaticamente. Un po’ come è avvenuto per la sicurezza sul lavoro: chi rispetta le regole ha più costi, tempi più lunghi e tonnellate di carta da compilare; per chi lavora in nero non cambia nulla: stessa emarginazione, stessi rischi sul lavoro, stessa precarietà.

lunedì 26 novembre 2007

Sarkozy vende due reattori ai Cinesi

Niente di meglio di un esempio per chiarire un ragionamento ed allora colgo una notizia di oggi per ricollegarmi al mio post del 14 novembre su Tremonti ed il mercatismo. La notizia è che il presidente francese Sarkozy ha firmato accordi commerciali in Cina che prevedono, tra l'altro, la vendita di 160 Airbus, nonchè di due reattori nucleari di terza generazione. Solo quest'ultima operazione vale 8 miliardi di euro. Era proprio questo che intendevo quando scrivevo che la crescita economica cinese non è solo una minaccia, ma può portare con sè anche delle opportunità e dipende solo da noi essere in grado di coglierle. Pensiamoci, prima di invocare dazi protezionistici, perchè in un futuro molto prossimo potremmo essere noi italiani ad aver bisogno del loro mercato più di quanto i cinesi non avranno bisogno del nostro.

martedì 20 novembre 2007

Le due facce di Berlusconi

Quella dell’entusiasmo in piazza San Babila, quella scura nella conferenza stampa del giorno dopo.
Forse bastano le espressioni del volto per comprendere una mossa a sorpresa (ma sicuramente preparata a lungo) che cambia lo scenario e mette fine (per il momento?) alla Casa delle Libertà così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.
Berlusconi spiega ai giornalisti il nuovo partito ed accenna ai motivi positivi che spingono all’unità, ricorda le vittorie elettorali, la manifestazione del 2 dicembre 2006, ma in modo serio ed un po’ amaro spiega che le ragioni che l’hanno spinto a questo passo sono più che altro negative: la fatica di trattare con gli alleati, un sistema politico che non è maturo per il bipolarismo. Il partito unitario lui l’ha sempre promosso, ma dalla faccia che aveva si capisce che non avrebbe voluto farlo nascere con uno strappo così traumatico.
L’apertura a sorpresa al proporzionale puro assomiglia molto ad una fine del sogno, ad un ritorno a quell’Italia che dal ’48 a Tangentopoli ha convissuto con un sistema di partiti che facevano il bello e cattivo tempo a prescindere dagli elettori. Certo la transizione verso un sistema più democratico non è riuscita anche perché, senza cambiare la Costituzione, si possono provare tutte le leggi elettorali del mondo ma non avremo mai Governi veramente stabili e responsabili; però dal ’94 ad oggi gli italiani hanno provato la sensazione di scegliere il proprio capo del Governo e non voglio credere che si possa semplicemente tornare indietro al tempo in cui si votava e poi si aspettavano gli esiti degli incontri riservati dentro e fuori il Quirinale. Da inguaribile appassionato di storia devo trovare un parallelo ed allora mi viene in mente il Congresso di Vienna dove si pensò di risistemare tutto com’era un quarto di secolo prima, ma la storia non si cancella con una firma su un trattato. Spero che, allo stesso modo, chi ha creduto nella possibilità di un centrodestra che si candida unitariamente alla guida del paese continui a lavorare in questo senso, anche se milita nei partiti che stanno rifiutando la proposta di Berlusconi.
Il passaggio più interessante è quello in cui sottolinea che nel futuro partito ci sarà un forte collegamento tra la base ed il vertice e che gli incarichi dovranno essere elettivi. Non ci vuole molta malizia per notare che implicitamente è un riconoscimento che Forza Italia fino ad oggi non ha funzionato in questo modo, si tratta comunque di una lodevole intenzione in un panorama italiano dove la prima preoccupazione dei dirigenti di partito è quella di bloccare sul nascere l’emergere di qualche intruso.
Berlusconi ha fatto molti errori, ma ha anche subito molte scorrettezze dai suoi alleati per cui, oggi, trovare i colpevoli ed attribuire le colpe di questa rottura della CDL è un’impresa difficile e tutto sommato poco utile e comunque ci vorrebbe un libro intero.
L’unica cosa certa adesso è che la situazione è nuova, fluida, nessuno sa quando voteremo, con che sistema elettorale e quali partiti si presenteranno, vorrei che però fossimo tutti consapevoli di una cosa: prima si inizia a discutere (e magari litigare) di quali scelte concrete ha bisogno il paese, meglio è. (ma inizieranno mai???).

mercoledì 14 novembre 2007

Tremonti, il mercatismo e la globalizzazione

Giulio Tremonti nelle sue apparizioni televisive concentra i propri interventi su alcuni argomenti economici di portata generale: la globalizzazione, le nuove potenze economiche asiatiche, il libero commercio. Le sue considerazioni e le sue ricette appaiono abbastanza eretiche rispetto all’ortodossia liberista.
Semplificando il discorso, Tremonti imputa alla crescita economica asiatica, le difficoltà e l’impoverimento della nostra economia e propone di ripensare il libero commercio internazionale stabilendo delle norme che rendano più difficile per le economie emergenti fare concorrenza grazie al basso costo della manodopera ed all’assenza di regolamenti in tema di ambiente, tutela dei lavoratori, sicurezza ecc….
Esporrò per prime le mie perplessità su questo schema, per finire invece con gli aspetti che reputo meritevoli di essere sostenuti.
La prima obiezione è che i problemi denunciati sono piuttosto peculiari della situazione italiana, le difficoltà della nostra economia sono molto più accentuate rispetto alla realtà dei nostri partner europei, che soffrono molto meno di noi le conseguenze della globalizzazione. Non è necessario inventare nulla di trascendentale, è sufficiente guardare ai punti di forza dei paesi simili al nostro e possiamo trovare dei modelli in grado di invertire la decadenza del nostro paese: Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna sono stati in grado di aumentare il proprio benessere anche in questa epoca di concorrenza globale.
Il “mercatismo”, inteso da Tremonti come il dogma che impone il libero commercio, è visto come il meccanismo che ci fa “importare povertà”. In realtà la delocalizzazione delle strutture produttive e l’acquisto all’estero di merci a buon mercato di per sé non significa automaticamente una diminuzione del livello di vita nei paesi economicamente maturi. Il problema è di avere una struttura dinamica in grado di adattarsi, mutando il genere di lavoro svolto ed il genere di impresa. Sappiamo che l’euro ha introdotto una rigidità importante: abbiamo un tasso di cambio prefissato verso l’Europa e non possiamo svalutare verso il resto del mondo quindi è necessario flessibilizzare gli altri fattori.
Il governo dell’Euro segue logiche più o meno discutibili, ma certamente non tarate sulle nostre necessità; questo aspetto non deve però essere enfatizzato: l’Italia è un paese economicamente disomogeneo ed anche governando la lira si doveva tenere insieme esigenze inconciliabili, basti pensare allo squilibrio nord-sud.
Tutto il nostro sistema è debole e deve essere rafforzato sotto tutti i punti di vista: formazione dei lavoratori, evasione fiscale, ammortizzatori sociali…. Tutto deve essere tarato per rendere il sistema competitivo ed in grado di generare benessere diffuso.
Si parla tanto di globalizzazione, ma non bisogna dimenticare che il commercio mondiale è molto lontano dall’essere un sistema di libero scambio e che il liberismo o il neoliberismo va per la maggiore in teoria, ma è poco applicato nella pratica, soprattutto nel nostro paese.
Le economie più libere sono quelle più sviluppate, questo è il dato da cui non si può prescindere. Prima di parlare di dazi o di guerre doganali riflettiamo attentamente: noi dipendiamo disperatamente dalle esportazioni, soprattutto negli ultimi anni la nostra economia ha saputo crescere solo grazie alle esportazioni, rischiamo di scatenare guerre commerciali che ci vedrebbero come i più danneggiati. Altro aspetto da tenere presente in questa ottica: siamo terribilmente piccoli, non illudiamoci di poter imporre la nostra visione o i nostri modelli; negli anni '60 eravamo ancora uno dei paesi più popolati, ma oggi moltissimi paesi ci hanno superato, rappresentiamo meno dell’1% della popolazione mondiale e con un’economia ferma.
La Cina, paese-simbolo degli emergenti percepiti come una minaccia, inonda il mondo con merci a basso costo e spesso scarso valore, ma sta diventando una potenza e lo sviluppo di settori avanzati è dietro l’angolo.
Detto questo è giusto aggiungere che gli squilibri denunciati da Tremonti sono reali, in particolare il deficit commerciale e l’indebitamento privato degli USA sono gravi e possono generare crisi profonde.
Quindi ha ragione su questo: studiare bene la struttura dell’interscambio, il vantaggio che deriva dal commercio internazionale c’è se si importa la stessa merce ad un prezzo inferiore, non se si importa roba di scarsa qualità. In altre parole che vantaggio abbiamo ad importare giocattoli da 1 euro, che si rompono dopo una settimana o bianchetti precotti surgelati che vengono rivenduti da ristoranti alla moda come fossero pesce fresco.
Inoltre il sistema finanziario e monetario appare inadeguato, un mercato funziona bene se c’è un accesso paritario e regole comuni, soprattutto per quello che riguarda i movimenti di capitali, la convertibilità delle valute, le emissioni e l’accessibilità ai titoli. Qui c’è molto da fare e non bastano certi i dazi a metterci al riparo dalle bolle speculative innescate dalla marea di liquidità che circola.

mercoledì 7 novembre 2007

U.R.S.S. e Giappone nella Seconda Guerra Mondiale

Uno degli aspetti più oscuri della Seconda Guerra Mondiale è il rapporto tra Giappone e URSS. Formalmente appartenenti ai due blocchi contrapposti, nonostante fossero confinanti si sono praticamente ignorati per quasi tutta la durata della guerra.
In realtà, il primo episodio bellico di vasta portata tra le potenze della II Guerra Mondiale coinvolse proprio questi due paesi. Nell’agosto del 1939 infatti, nella regione di Nomonhan, sul confine tra Mongolia e Cina, i sovietici guidati dal generale Zukov si scontrarono con i giapponesi, sconfiggendoli duramente. Questa battaglia, ricordata come la battaglia del fiume Khalkha, ha posto fine agli scontri sporadici che perduravano nella zona dall’anno precedente. Da allora il Giappone, che già aveva invaso la Cina nel 1937, rivolgerà la propria attenzione verso sud e verso il Pacifico.

La prima osservazione che viene in mente è l’assoluta mancanza di coordinamento delle forze dell’Asse, che durerà per tutta la guerra e che sarà uno dei motivi che le porterà alla rovina: mentre il Giappone si scontra con l’URSS in Estremo Oriente, la Germania firma il patto di non aggressione Ribbentrop- Molotov, con cui si spartisce la Polonia; nel 1941 invece di concentrare le forze contro gli inglesi in Nord Africa per espellerli dal Mediterraneo, i tedeschi invadono l’Unione Sovietica, nello stresso anno giapponesi firmano un trattato di pace con i sovietici ed attaccano gli USA; questi sono gli esempi più eclatanti, per tacere dell’assurda invasione della Grecia da parte dell’Italia….
In realtà nei primi anni di guerra gli assetti delle alleanze non erano così rigidi come sembrò successivamente, vi furono ad esempio le forti tensioni tra Regno Unito e Francia, ci fu anche l’invasione della Finlandia da parte dell’Armata Rossa che sembrò scatenare la reazione degli inglesi, poi però Churchill scelse la priorità: abbattere Hitler e la perseguì ad ogni costo, mettendo tutto il resto in subordine.

L’attacco agli USA da parte della marina nipponica è l’evento che determinerà la sorte finale del conflitto; al momento dell’entrata in guerra gli Stati Uniti sono, in confronto alle altre potenze, un paese praticamente smilitarizzato, ma il loro potenziale industriale li mette in brevissimo tempo in condizione di produrre più armamenti di tutto il resto del mondo messo assieme.

Nel periodo tra il ’39 e il ’45, mentre la guerra infuria su tutti i fronti, l’URSS ed il Giappone rispettano la propria tregua, le ostilità riprendono solo nell’agosto del 1945, Stalin ha il tempo di trasferire le sue forze in oriente e dichiarare guerra: il Giappone ormai stremato e sotto lo choc dei bombardamenti atomici , non opporrà praticamente resistenza, cedendo tutti i territori sul continente.
Così il destino di questi due strani contraenti non belligeranti è opposto: uno perde non solo l’effimero impero conquistato, ma diventa praticamente un paese a sovranità limitata, l’altro si prende ben oltre quanto fosse immaginabile.
Grazie all’arrendevolezza di Roosvevelt i sovietici fagocitano mezza Europa, grazie all’intransigenza di Truman nel Pacifico si prendono anche la Manciuria.

giovedì 1 novembre 2007

Libri

John Keegan - La grande storia della guerra *****
Kenneth O.Morgan (a cura di) - Storia dell'Inghilterra ***
Ludovico Gatto - Il Feudalesimo ***
Ludovico Gatto - Le invasioni barbariche **
Plutarco - Vita di Coriolano e Alcibiade ***
Romolo Staccioli - Gli Etruschi **
Aurelio Lepre - Mussolini l'Italiano ***
Hans Georg Behr - I Moghul imperatori dell'India ***
Steven Pressfield - Le porte di fuoco *****
Tom Clancy - Ogni uomo è una tigre ***
Viviana Zabro - Storia del Far West **
Richard Fletcher - El Cid storia del nobile cavaliere Rodrigo Diaz ***
Le Goff - Il Medioevo. Alle origini dell'identità europea **
Bjorn Kurten - Il primo uomo **
Sabatino Moscati - Italia punica **
Aldo Schiavone - La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno ***
Gianni Granzotto - Annibale ****
Henry Troyat - Alessandro I. Lo zar della Santa Alleanza **
Peter Brown - La formazione dell'Europa cristiana **
Colin Wells - L'Impero Romano **