martedì 17 luglio 2007

Gran bella cosa il risparmio energetico, ma...

C’è in corso una vasta campagna per sensibilizzarci ad un uso responsabile delle risorse energetiche. Devo dire che qui in zona, in Liguria, il risparmio non è certo una novità, anzi è sempre andato di moda. Mi ricordo, ad esempio, che già parecchi anni fa, quando ero piccolo, i miei genitori mi dicevano di non lasciare la luce accesa nella stanze da cui uscivo. Sono quindi cresciuto con una convinta avversione verso ogni forma di spreco. Lo spreco è antieconomico: un’impresa che spende 1.000 euro di bolletta, quando potrebbe spenderne 500, si priva di risorse impiegabili in altro modo. Il punto debole della campagna è proprio questo: i cosiddetti ecologisti fanno passare il messaggio che il risparmio possa essere la soluzione del problema energetico, cioè usiamo meno la lavastoviglie e così chiudiamo una centrale termoelettrica.
Questa è un’idea priva di senso: il risparmio che realizzo in bolletta o andando in bicicletta invece che in macchina si traduce in maggior reddito disponibile. Ciò significa che avrò più soldi a disposizione con cui posso, ad esempio, comprarmi un condizionatore d’aria, o farmi un week end in vacanza (consumando carburante), o comprarmi qualsiasi oggetto che ha richiesto energia per essere prodotto. Quindi il mio comportamento virtuoso accresce la mia ricchezza ma non riduce il fabbisogno energetico nazionale. Volete la controprova? Negli ultimi decenni l’efficienza energetica degli elettrodomestici, delle centrali, dei motori è andata aumentando eppure la quantità di energia consumata è aumentata ugualmente. L’unica via per ridurre i consumi globali è lavorare meno, guadagnare meno, consumare meno, cioè la recessione, l’impoverimento. Quindi abbasso gli sprechi, viva il risparmio, che ci fa più ricchi, MA non risolve il problema di produrre energia e di decidere come farlo.

domenica 15 luglio 2007

Milton Friedman di Antonio Martino


La biografia di Milton Friedman scritta da Antonio Martino è un vero concentrato di spunti interessanti. Il libro è scritto in modo volutamente semplice e richiede solo una “infarinatura” generale di nozioni economiche per poter essere seguito ed apprezzato, è un testo imperdibile per chiunque voglia mettere alla prova le proprie convinzioni in materia di libero mercato, statalismo, inflazione e benessere economico.

Martino descrive l’ambiente accademico degli anni ’60, in cui i precetti keynesiani erano dogmi indiscussi, sottolineando come l’opera di Friedman abbia riaperto i giochi mettendo in discussione ed in definitiva smentendo quel tipo di approccio. Avendo fatto l’Università negli anni ’90 devo peraltro dire che qui da noi Keynes vandava ancora piuttosto forte.
Non posso non citare dal libro questi passaggi su Keynes che descrivono così bene un atteggiamento mentale molto diffuso ancor oggi nel nostro paese:

“il suo statalismo (di Keynes of course) è paternalistico ed aristocratico, basato sulla concezione che sia diritto e dovere della borghesia colta dirigere gli affari del Paese”

… infatti:

“intento di Keynes è, scopertamente, quello di persuadere le elites, siano esse politiche o accademiche o culturali; ciò in perfetta coerenza con le sue origini ed il suo temperamento aristocratico. Nei suoi scritti politici Friedman invece si rivolge all’opinione pubblica, all’uomo della strada, e questo sia per la sua radicata , profonda sfiducia nei confronti di politici, uomini d’affari, intellettuali, gente che conta, sia per quella sua inclinazione democratica, frutto delle sue umili origini.”

E mentre le politiche suggerite da Friedman mettono a repentaglio le rendite di posizione dei ceti privilegiati, in primis i politici, all’opposto:

“Keynes sosteneva tesi molto gradite all’establishment e ai politici, di cui l’applicazione delle sue ricette di politica economica allargava enormemente il potere”

Il libro affronta il ruolo della moneta, dei cambi, dei tassi di interesse e dei sindacati. Dimostrando che questi ultimi non possono creare inflazione, ma possono invece creare disoccupazione. Per inciso si dimostra anche l’inesistenza del legame inverso tra inflazione e disoccupazione.

Un’obiezione comune alle politiche liberiste è che i mercati non sono in equilibrio lasciati a loro stessi, si tratta però di un’obiezione ad un’argomentazione inesistente, infatti Martino chiarisce che i mercati non raggiungono l’equilibrio automaticamente da soli, dimostra però che le politiche interventiste nel migliore dei casi non servono, ma spesso peggiorano gli squilibri.

Un’ultima citazione: “è sbagliato credere che l’efficienza sia il prodotto di manager qualificati; è esattamente vero il contrario: i manager qualificati sono il risultato di mercati efficienti, che eliminano gradualmente quanti non riescono a rispettare le regole della concorrenza”.

Ambiente competitivo, adattamento, selezione: tutte premesse per lo sviluppo economico.
Ma in Italia, mentre celebriamo la nascita di grandi gruppi bancari, le imprese italiane sono quasi assenti dai settori più innovativi.

sabato 14 luglio 2007

LUPO SOLITARIO

Le sere che mi sento particolarmente stanco, lascio stare il computer e guardo qualcosa in televisione. Spesso la cosa migliore da vedere è qualche vecchio film e quindi mi è capitato di recente di rivedere per l’ennesima volta “Il Santo” con Val Kilmer. Il film è leggero, non si preoccupa certo della verosimiglianza, ma ha tutti gli ingredienti che mi fanno piacere una trama: c’è un po’ di azione, c’è il buono che è anche un po’ cattivo, c’è una fanciulla da conquistare e da salvare. Capita talvolta, quando si rivede un film, di fare caso a particolari o frasi che le altre volte non si erano notate e così aprendo il mio blog mi è venuta in mente la scena in cui il protagonista, per conquistare una bella scienziata, cerca di delinearne la personalità, i sogni, le debolezze e le qualità. Azzecca il profilo facendo colpo, anche perché aveva letto il diario della stessa, introducendosi furtivamente in casa sua e quindi ha avuto gioco facile nel toccare le corde giuste. Lei però prende la palla al balzo e senza trucchi fa una radiografia dell’anima del Santo, cosa che lo colpisce profondamente, facendone vacillare le sicurezze ed il distacco professionale con cui affronta la missione di carpire una formula segreta elaborata dalla scienziata stessa, interpretata da Elisabeth Shue.

Aprendo quindi il mio blog mi sono fatto un po’ di auto-psicoanalisi, soffermandomi in particolare sull’immagine che fa da sfondo alla testata.
Non ricordo esattamente come avevo trovato l’immagine del lupo nel bosco, ma mi era piaciuta subito e quindi l’ho adottata come sfondo. Quel lupo solitario mi rappresenta bene, un lupo solo.

Solo contro tutti, solo contro il mondo. Un lupo che cerca nella penombra del bosco un po’ di pace.
Ti guardo e ti vedo lupo solitario, sei stanco ma non puoi fermarti. Hai un fuoco dentro, sei un lupo che ama la lotta, ma è un fuoco che ti può consumare e se troppo represso non si controlla. Nel branco diventa invece un’energia positiva che si trasmette agli altri.
Il branco però non c’è più, ululi al cielo per la rabbia e perché non ti rassegni ma il branco non c’è più.
Il branco è disperso per il mondo, è troppo indaffarato, come te, ad allevare i propri cuccioli, a svolgere mille compiti, spesso poco eccitanti per valere la pena di essere raccontati. Ma i membri del branco non si dimenticano, tu ti ricordi di loro e loro si ricordano di te; possono essere lontani, possono essere isolati da qualche parte, ma uno del branco è come un fratello. Per questo basta incrociarne anche uno solo per riscoprire lo spirito positivo, che ti fa apprezzare tutto il resto, che ti fa apparire il mondo diverso e migliore.

martedì 3 luglio 2007

Marxismo 3, la lotta di classe

Tra i luoghi comuni(sti) più propagandati c’è sicuramente quello della lotta di classe; affermazione che esce continuamente nei proclami dell’estrema sinistra, quasi che a furia di essere ripetuta possa materializzarsi prima o poi. E’ stata richiamata durante le primarie per l’elezione a sindaco di Genova, dal poeta Edoardo Sanguineti, che ne ha fatto il suo slogan, invitando addirittura a rispolverare l’odio di classe. E’ chiaro che essendo poeta, per lui i sentimenti sono strumenti di lavoro, è quindi naturale che abbia scelto un sentimento per giustificare le proprie idee, peccato che abbia scelto l’odio, ma ha avuto almeno il pregio di essere sincero e di chiamare le cose con il proprio nome, contrariamente a molti dei suoi giovani adepti che mascherano l’odio dietro altri termini come ad esempio pace, Palestina, poveri del mondo e via dicendo.
Io, che poeta non sono, più modestamente affronterò l’argomento da un punto di vista più ragionato.

Il concetto di classe è naturalmente molto antico e nei secoli si evolve incessantemente. Nell’antichità era spesso collegato a differenziazioni funzionali; il concetto adoperato dalla sinistra comunista risale invece agli inizi della Rivoluzione Industriale e sostanzialmente si rifà al pensiero di Karl Marx.
Questo studioso, osservando la realtà del tempo, aveva elaborato la seguente divisione: ci sono i lavoratori da una parte ed i capitalisti dall’altra. I lavoratori producono la ricchezza, una parte viene riconosciuta loro con la corresponsione del salario, il resto chiamato profitto viene intascato, per Marx in pratica rubato, dal capitalista.
Se questa analisi fosse corretta o meno all’epoca della formulazione è una questione sulla quale ora voglio sorvolare per giungere nel nostro terzo millennio e vedere come stanno le cose.

Intanto è bene chiarire che la figura del Capitalista racchiude in sé due funzioni diverse, che spesso sono svolte da due persone diverse: una è quella di direzione/organizzazione dell’azienda; l’altra è quella di avere la proprietà dell’azienda.
Può darsi che il proprietario si occupi della sua azienda o che se ne disinteressi del tutto; in quest’ultimo caso di fatto l’attività imprenditoriale è svolta da colui che comanda, ma non rischia.
Ora il profitto in realtà va a remunerare queste due funzioni, cioè paga il lavoro del direttore/organizzatore/imprenditore e paga il proprietario per il rischio che corre.
Con questo non voglio dire che per definizione gli stipendi degli amministratori delegati sono sempre giustificati, anzi abbiamo molti esempi in cui non lo sono; lo stesso dicasi per la remunerazione del capitale, ad esempio un capitale impiegato in regime di monopolio non è che corre molti rischi, eppure spesso viene remunerato in maniera ingente.
In ogni caso chi possiede un capitale può detenerlo in forma di banconote sotto il cuscino; oppure comprarsi dei titoli di Stato, oppure assumere delle persone comprare dei macchinari esercitare insomma una attività, è ovvio che si tratta di tre opzioni con diverso grado di rischio e di conseguenza dalle quali ci si aspetta un diverso grado di remunerazione.
E’ vero che se uno eredita un ingente capitale si ritrova ricco senza alcun merito e che tutti, io compreso, vorremmo fare cambio con lui assumendoci pure il rischio di impresa, ma ciò non toglie che sono le imprese investendo a creare la ricchezza che poi circola.

La cosa più interessante è analizzare la condizione dei lavoratori e vedere se veramente la classe esiste e se la lotta che devono intraprendere è quella che dicono i marxisti.
Ecco che se Marx si risveglia oggi ha una sorpresa! A decurtare pesantemente il salario non c’è solo il profitto ma il prelievo fiscale, inoltre tale prelievo decurta pesantemente il profitto stesso, che nella logica marxista è dei lavoratori. Lo Stato intasca una quantità ingente del salario, sia in via diretta che indiretta, quindi è del tutto incoerente richiamarsi al marxismo e tradirne il principale fondamento, cioè la difesa del salario; ma la cosa più grave non è il comportamento dei partiti che hanno tale ispirazione, perché in quanto partiti dovrebbero comunque avere un bilanciamento di interessi di natura diversa, ma è più grave l’atteggiamento dei sindacati che non solo non difendono il salario dalle tasse, ma sono ferocemente ostili a quelle forme contrattuali che riportano parte del profitto in busta paga, ad esempio nei modi indicati dal professor Ichino quando descrive forme di contrattazione aziendale in deroga al Contratto Collettivo Nazionale.

Il limite concettuale più grosso della lotta di classe è che non si riesce a definirla, come già faceva notare, tra gli altri Paul Ginsborg nella sua analisi sulla società italiana. L’altro limite è che nella realtà i lavoratori si trovano ad avere interessi economici legittimi contrastanti. Ciò può avvenire tra settori diversi, ad esempio la destinazione di un’area può favorire i lavoratori di certe imprese rispetto ad altre; chi lavora in imprese che lavorano per il mercato nazionale possono essere avvantaggiati da certe politiche che invece danneggiano quelle dedite all’export. Il conflitto fondamentale è poi tra lavoratori del privato e quelli del pubblico, il sindacato pretende di rappresentare entrambi ma è come se un avvocato divorzista rappresentasse in una causa entrambi i coniugi. Un altro esempio è quello di cui si discute in questi giorni circa l’età pensionabile: chi vuole abolire lo scalone sta rappresentando gli interessi economici dei lavoratori che senza scalone andrebbero in pensione a 57 anni, ma non può pretendere di rappresentare anche gli interessi dei lavoratori giovani, perché i soldi se li dai ai pensionati cinquantasettenni, allora li prendi da chi resta al lavoro. Il resto è propaganda o inganno.
Come abbiamo visto il passo dalla lotta di classe all’odio di classe è breve, ma vista la difficoltà ad individuare le classi e di dare delle risposte realistiche per difenderne gli interessi, tutto si converte più banalmente in odio politico.
Il nemico diventa semplicemente chi la pensa diversamente, chi vota diversamente, a questo si riducono le grandi lotte per l’emancipazione delle masse.

martedì 26 giugno 2007

Leggi dello Stato e valori del Vangelo

Il dibattito sull’impegno politico e sociale dei cristiani è cruciale per il nostro paese dove la presenza della Chiesa Cattolica è così importante e non andrebbe ridotto, come avviene, soltanto agli interventi della CEI sulle questioni di attualità.
Di solito viene dato per scontato che le norme della morale cristiana dovrebbero essere, per un cristiano, tradotte in leggi dello Stato.
Chi si oppone a questo afferma di solito che esistono anche persone non cristiane alle quali non è giusto imporre o vietare certi comportamenti.
La mia opinione è che utilizzare la forza coercitiva dello Stato per promuovere la morale cristiana è semplicemente contrario all’impianto di valori dei Vangeli.

Vorrei sviluppare il ragionamento incentrandomi sul caso concreto dell’aborto.
Mi sembra pacifico che la pratica dell’aborto sia contraria alla morale cristiana, direi che gli insegnamenti di Gesù sono tutti incentrati sull’amore e sul rispetto della vita in generale e di quella umana in particolare, da questo punto di vista al di là della discussione se l’embrione o il feto sono persone, discussione che non può avere peraltro mai un risultato finale, certamente sia l’embrione, sia il feto sono vita.
Il comportamento di una persona intimamente persuasa di questo, conseguentemente, è il rifiuto dell’aborto. E’ il passaggio successivo, cioè il divieto legislativo dell’aborto, ad essere discutibile; a mio avviso, infatti, nessun postulato dei Vangeli implica che i comportamenti cristiani debbano essere legge dello Stato.
Non dimentichiamoci che la Legge, implica necessariamente una coercizione, se necessario applicata con la forza; spesso ce ne dimentichiamo, soprattutto in Italia dove il rispetto della Legge è lasciato in gran parte alla buona volontà del singolo cittadino, ma le regole comuni che i Parlamenti sanciscono, prevedono sanzioni pecuniarie o la perdita della libertà.
Il cristiano è esortato da Gesù ad annunciare la propria fede, a predicarla, a testimoniarla con il proprio comportamento, ma mai ad imporla. E su questo punto viene a cadere anche l’obiezione laicista che citavo prima, perché anche in una comunità dove il 100% dei cittadini sono cristiani, di confessione cattolica e praticanti, l’imposizione per legge di tale convinzione è contraria al messaggio evangelico.

So bene che la storia spesso è andata diversamente, so bene che ne ha convertito di più Carlo Magno che San Francesco, non voglio fare dell’utopismo spiccio proponendo una Chiesa avulsa dal contesto politico e legislativo, però la Chiesa per prima riflette su se stessa e i politici che affermano di seguirne i principi dovrebbero fare altrettanto.
Tornando al tema dell’aborto vorrei sgombrare il campo da un equivoco: si può essere contrari all’aborto essendo cristiani, si può essere contrari essendo di un’altra religione, si può essere contrari all’aborto ovviamente anche se si è atei; ogni persona che lo ritiene può battersi per vietare la pratica dell’aborto, mi sembra lecito farlo, ciò che non mi trova d’accordo è farlo autoproclamandosi portabandiera di un conformismo al dettato evangelico che non mi sembra tale.

I Vangeli così ricchi di precetti morali sono privi di leggi; i padri della Chiesa affiancano al Vangelo anche l’Antico Testamento, quasi a voler colmare con i Comandamenti un vuoto normativo che appare forse rivoluzionario, forse difficile da praticare, forse spaventa anche coloro che lo devono testimoniare, del resto sono gli apostoli stessi che sollecitano Gesù a dare loro dei comandamenti, senza i quali si sentono forse un po’ persi; Gesù non si sottrae e dà loro il famoso comandamento dell’amore, che lui stesso del resto pratica con loro. Cosa fa se non amarli, nei loro pregi e nei loro difetti, Gesù stigmatizza le loro debolezze, ma solo per esortarli a superarle; parla alle loro coscienze, ai loro cuori direbbe qualcuno, perché sa che l’unica virtù possibile è quella che l’uomo pratica consapevolmente e volontariamente, cioè coscientemente appunto.

Ma allora un cristiano come tale non ha nulla da chiedere alla politica? Ha moltissimo da fare, da chiedere, da proporre, può occuparsi di tutto e dire la sua su ogni cosa e per prima cosa a mio avviso dovrebbe chiedere di praticare liberamente la propria religione.
Ma se della religione ne fa una bandiera politica o un partito entra in contraddizione con se stesso.

giovedì 21 giugno 2007

Erodoto aveva ragione!

Durante il congresso annuale della Società Europea di Genetica Umana, tenuto a Nizza dal 16 al 19 giugno (http://www.eshg.org/eshg2007/), il professor Piazza, insieme ad altri colleghi, ha presentato uno studio sull'origine degli Etruschi. Gli indizi emersi dall'analisi comparata del cromosoma Y di alcuni individui di Murlo e Volterra, con altri di varie zone del Mediterraneo, hanno mostrato che la teoria di Erodoto sull'origine anatolica degli Etruschi sembra fondata.
Infatti le correlazioni tra i campioni prelevati nel sud della Turchia e quelli toscani sono significative. Erodoto narra la storia di una migrazione guidata dal re Tirreno, proveniente dalla Lidia, ed approdata in Italia centrale. La civiltà etrusca così diversa e per molti versi così matura rispetto ai popoli confinanti veniva così descritta in passato:
"Etrusca era la gioia ai piaceri dell'esistenza, ai conviti, alle donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta dei gladiatori, al circo e alla farsa, all'indolenza, amabile e contemplativa..." (http://www.centrostudilaruna.it/romualdiindoeuropei.html);
però molto nutrita è stata in questi anni anche la schiera degli studiosi che hanno sostenuto la tesi dell'origine autoctona.
La nuova frontiera della ricerca, che muove i primi passi, sarà l'analisi del DNA fossile.
E poi chissà....
Intanto Erodoto rimane sempre un buon punto di partenza.


mercoledì 20 giugno 2007

Evasione fiscale, retorica, propaganda e realtà

Da anni, periodicamente, si discute di evasione fiscale, ma non cambia nulla: in Italia il sommerso vale almeno il doppio degli altri paesi europei. In questi giorni il Governo, messo sulla difensiva su molti fronti, agita le cifre dell’evasione, giustificando così la propria politica fiscale. Prima di tutto viene da chiedersi: ci sono tanti evasori, perché non andate a prenderli? Visto che non ce lo dicono, ve lo spiego io: prendendo in considerazione solo i contribuenti sottoposti al sistema degli studi di settore abbiamo circa 4 milioni di soggetti da controllare. Già detta così è un’impresa titanica, ma il punto centrale è un altro: il sistema italiano è un intrico di numerosissime norme e di numerosi tributi che rendono il controllo del singolo contribuente un lavoro lungo e pieno di insidie. Il sistema è così cavilloso che produce un curioso effetto: anche chi in buona fede intende rispettare ogni prescrizione può facilmente essere colto in fallo; mentre chi in malafede cerca delle scappatoie, ha un molti appigli per occultarsi.

L’altro punto fondamentale è il peso della pressione fiscale: fino a quando lo Stato chiede una quantità così alta di reddito, renderà sempre conveniente a chi vuole evadere correre il rischio. Abbassare le tasse rende più competitivo il soggetto che paga le imposte, favorisce chi paga, compresi i dipendenti e rende non conveniente correre il rischio per chi evade. Semplificare le regole, abbattere le aliquote e cancellare alcuni tipi di imposte è il primo passo per impostare una seria lotta all’evasione, questo nel breve periodo ha delle conseguenze sul bilancio dello Stato ma, a prescindere dalla Curva di Laffer, si può ragionevolmente puntare a recuperare almeno 100 miliardi di imponibile (sui 270 miliardi stimati di imponibile sottratto al fisco). Può darsi che in Italia ci sia un problema culturale nel senso civico e nel modo in cui i cittadini si rapportano con il fisco, ma non penso che gli italiani siano antropologicamente portati all’evasione, se c’è più evasione che negli altri paesi avanzati significa che c’è un problema di regole: adottiamo le regole che ci sono all’estero e vediamo se le cose cambiano. Per inciso: bisogna anche dimostrare al contribuente che i suoi soldi vengono usati con responsabilità: ma si sa, quando pagano gli altri…

Tutti i menestrelli cantori dei luoghi comuni, alla Furio Colombo per intenderci, citano volentieri l’esempio degli USA, sostengono che il modello americano piace molto al centrodestra fuorché per quello che riguarda il fisco, perché negli USA gli evasori vanno in carcere ed in generale il fenomeno dell’evasione è molto più ristretto che in Italia. Facciamo sommessamente notare a tutti costoro qualche precisazione in merito: se negli USA qualcuno provasse ad introdurre un sistema come quello italiano, questo qualcuno verrebbe preso a calci nel sedere; nel caso in cui si riuscisse ad introdurlo, sicuramente l’evasione aumenterebbe e si avvicinerebbe ai tassi italiani; vogliamo il carcere per gli evasori? Benissimo, però adottiamo tutto il sistema fiscale americano, inoltre la severità penale deve essere proporzionale ai vari reati: negli USA ti beccano a guidare ubriaco e vai in galera, ammazzi qualcuno e vai sulla sedia elettrica; da noi non è esattamente così…

Il fisco deve essere efficiente: è inutile mettere centinaia di regole cervellotiche per non fare ingiustizie, perché così facendo si crea un sistema che non funziona e quindi per definizione ingiusto. Le politiche sociali si fanno dal lato della spesa: lo Stato italiano ogni anno incassa più di 400 miliardi di euro, ha quindi le risorse per svolgere i propri compiti e per intervenire nelle aree di difficoltà. L’idea di voler rendere tutti uguali con prelievi fiscali sempre più progressivi è un’idea infantile e impossibile da mettere in pratica, perché chi produce reddito lo fa per il proprio benessere, se gli si chiede di dare tutto il guadagno eccedente al fisco, o se ne va all’estero o smette di lavorare e se ne va a pescare, in ogni caso le entrate tributarie non aumentano.

Sulle complicazioni congenite della mente del legislatore consideriamo l’esempio dell’ICI: sarebbe da abolire per la prima casa, però c’è chi dice che non è giusto perché c’è chi ha come prima casa una villa e chi ha un appartamentino. E’ vero non è giusto, ma se cominciamo ad introdurre parametri legati alla metratura, al numero di componenti, alla zona ecc. il risultato sarà che diventa impossibile controllare se tutti hanno rispettato le regole e quindi chi fa il furbo avrà buone possibilità di farla franca a danno chi coloro che pagano.

E’ proprio così che funziona oggi, quella che chiamano lotta all’evasione: consiste nel bastonare l’unico che beccano, mentre altri cento non possono essere controllati.

Comunque alla fine quello che conta sono i fatti: sarà il gettito 2007 a dire se la strategia governativa di lotta all’evasione funziona. Ho i miei dubbi, penso che, depurato dall’effetto che sta avendo sulle nostre esportazioni il buon andamento dell’economia tedesca, non darà alcun segno di miglioramento; vedremo se Prodi, Padoa Schioppa e Visco mi smentiranno, ma se così non sarà sarebbe bene cambiare tattica… e soprattutto la squadra!

martedì 19 giugno 2007

Kosovo, confini e profughi

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il principio guida dell’intangibilità dei confini degli Stati è sempre stato richiamato in occasione di ogni crisi internazionale.
Questo principio parte dal presupposto che troppe guerre sono state combattute per spostare avanti e indietro dei confini, magari di pochi chilometri e ciò non deve essere ripetuto; si voleva soprattutto impedire che il confine tracciato tra Germania e Polonia, estremamente punitivo per i tedeschi, potesse far sorgere dispute future. L’esistenza delle minoranze doveva essere tutelata all’interno dei vari Stati e non diventare motivo di possibili conflitti. Come tutti i principi rigidi, anche questo si è scontrato in questi decenni con varie realtà che mal vi si adattano, inoltre le potenze mondiali, garanti di questo principio lo hanno interpretato, ovviamente, a seconda delle convenienze.

E’ difficile giudicare se sia un principio veramente utile per prevenire conflitti armati, personalmente credo che ogni Stato debba perseguire i propri scopi con realismo e talvolta cambiare i confini, creare entità statali può essere il metodo migliore, sia per tutelare i propri interessi, sia per evitare tragedie maggiori.
Le vicende della Jugoslavia, il suo disfacimento e le guerre che ne sono conseguite, danno un’indicazione in merito: una volta che il principio viene disatteso bisogna essere pronti ad affrontarne le conseguenze fino in fondo. La divisione della confederazione in 5 nuovi Stati, in un quadro etnico così complicato, ha innescato nuove rivendicazioni a catena, con una spirale di disgregazione ed atomizzazione di cui non si vede la fine.
L’Unione Europea ha dato, durante la crisi jugoslava, la peggior prova di sé: si è mossa in ordine sparso, ha incoraggiato la secessione di Slovenia e Croazia; dimenticandosi tutta la retorica usata durante la rievocazione delle stragi naziste, non ha saputo usare la forza per difendere le popolazioni dal genocidio, non ha espresso nessuna idea sulla sistemazione futura di quei territori. Alla fine è stato l’intervento degli USA a porre fine al massacro. Certo gli americani sono intervenuti alla loro maniera: hanno individuato un cattivo, Milosevic, che del resto si prestava perfettamente per il ruolo, lo hanno preso a mazzate, una parte ha vinto l’altra ha perso. Una guerra complicata, dove ragioni e torti erano difficili da districare è stata risolta con un colpo di spada.

A qualche anno di distanza lo status del Kosovo è ancora da decidere, le forze di sicurezza internazionali sono ancora sul posto, tutti sanno che l’indipendenza è inevitabile, ma nessuno vuole affrontare la questione, il rinvio finora è stata la soluzione più semplice.
Credo sia interesse di tutta Europa superare questo empasse, se c’è una ragione per cui gli albanesi del Kosovo possono staccarsi dalla Serbia ed invece i serbi non possono staccarsi dalla Bosnia, allora tiriamola fuori, sosteniamola di fronte alla Russia ed al mondo; altrimenti bisogna cercare un compromesso, che sicuramente scontenterà tutti, ma in grado di dare qualche compensazione a chi ha perso casa e territorio, di togliere qualche argomento agli ultranazionalisti di Belgrado e possibilmente di chiudere questo capitolo tragico della storia europea.

L’Italia, per ragioni storiche, dovrebbe essere più sensibile di altri all’argomento, perché ha avuto i suoi profughi dall’Istria e dalla Dalmazia. La memoria storica, però, è sempre latitante dalla nostra scena politica e questo caso non fa eccezione.

giovedì 14 giugno 2007

I pensionati non cedono il posto di lavoro?

In ogni discussione sulle riforme pensionistiche e sull’aumento dell’età pensionabile, c’è qualcuno che tira fuori l’argomento relativo al fatto che, se i lavoratori anziani vanno in pensione più tardi, non possono lasciare il posto ai più giovani. L’ultimo in ordine di tempo che mi è capitato di sentire è stato Giorgio Cremaschi, durante l’ultima puntata di Ballarò.
E’ un’obiezione che può sorgere spontanea, ma chi si occupa di questioni legate al mondo del lavoro dovrebbe sapere che, in realtà, a livello generale il meccanismo funziona proprio al contrario.

Vediamo di spiegarlo con un esempio: un pizzaiolo, titolare della propria pizzeria, ha due dipendenti che svolgono il servizio ai tavoli, quando il più anziano va in pensione, il pizzaiolo lo sostituirà con un lavoratore più giovane solo se ritiene di averne bisogno, cioè se pensa che il giro d’affari del locale richiederà l’utilizzo di due camerieri. Se invece gli affari vanno male non assumerà nessuno; se pensa che i clienti aumenteranno magari ne assume due. Lo stesso criterio vale per tutto il mercato del lavoro: dalla casa automobilistica, alla software house, dalla società di navigazione, all’impresa di pulizie, assumere o meno una persona, dipende dalle necessità presenti e dalla stima di quelle future che l’impresa ritiene di avere.

A livello generale il numero di posti di lavoro totali non è una costante, ma è un numero variabile, che dipende da domanda e offerta. Cioè non è come un autobus dove, se tutti sono seduti, bisogna aspettare che uno si alzi per accomodarsi.

Torniamo all’età pensionabile: se funzionasse come pensa Cremaschi basterebbe mandare in pensione tutti quelli che hanno almeno 50 anni e si “libererebbero” una marea di posti. Però le pensioni vengono pagate con i contributi di chi è in attività e ne consegue che se aumenta il numero di pensionati è necessario finanziare il maggiore esborso, quindi o si finanzia con maggiori contributi o con maggiori tasse. In ogni caso si va ad aumentare il costo del lavoro, peggiorando la convenienza ad assumere, quindi ci sarà un certo numero di imprese che, facendosi i conti, vedranno che è meglio non espandere l’attività, perché l’assunzione di un lavoratore in più sarebbe troppo onerosa.

lunedì 11 giugno 2007

10, 100, 1000 Nassirya

In mancanza di idee, per fare notizia restano i disordini, le vetrine spaccate ed i cori infami, tra cui il famigerato 10, 100, 1000 Nassirya. Eppure quello slogan evoca una storia andata male, 10, 100, 1000 Vietnam auspicava infatti Che Guevara, entusiasmato dalle difficoltà americane nel sud-est asiatico. Ma forse oggi, se fosse vivo, dovrebbe ritrattare il suo auspicio, infatti oggi il Vietnam, dopo decenni di fallimenti economici e miseria, ha abbracciato il capitalismo, naturalmente alla cinese. Quindi un capitalismo senza libertà e senza democrazia, questo è oggi lo sbocco, 30 anni dopo il ritiro americano, la cui vittoria invece avrebbe evitato al popolo vietnamita la tragedia e i 1utti dell’esodo disperato dei boat people, avrebbe evitato il genocidio delle minoranze, la repressione e l’oppressione.
1000 di questi Vietnam volevano quelli che bruciavano le bandiere a stelle e strisce allora, anche se qualcuno dirà di no, che le intenzioni erano altre, ma la realtà è che i vietcong non hanno costruito una società nuova, senza sfruttamento, senza ingiustizie, senza disuguaglianza e la storia ha dato loro torto.

Oggi il nemico invocato da emulare, gli estremisti islamici, è un nemico diverso da allora e non possiamo contare sull’effetto del tempo, che finirà per darci ragione. Non possiamo contarci perché, a differenza dei comunisti di allora, non c’è una promessa di benessere alla base della loro ideologia. Per i comunisti il riscatto economico delle masse è l’obiettivo dichiarato ed è un obiettivo misurabile, un obiettivo che a distanza di anni misura il fallimento di un modello. Invece per gli estremisti islamici l’instaurazione del loro regime è il fine stesso delle loro azioni di propaganda e di violenza.

Churchill dichiarò una volta che, se Hitler avesse invaso l’inferno, ci si doveva alleare con il diavolo; in fondo il ragionamento dei no-global è analogo: chiunque combatte gli USA è loro alleato, quindi vanno bene anche i Talebani o i terroristi che uccidono i nostri carabinieri in Iraq.
Tornando allo slogan ed a Che Guevara possiamo dire, parafrasando Morpheus, che alla Storia non manca il senso dell’ironia: il Comandante Guevara, fiero oppositore della civiltà del business e del marketing, è diventato un’icona, un logo per t-shirt, i suoi epigoni odierni non sono da meno, fieramente contrari alla globalizzazione omologatrice, sono però curiosamente tutti uguali, hanno un look inconfondibile, curato nei dettagli ed assolutamente internazionale, dall’America, all’Europa si riconoscono immediatamente.

Un’altra somiglianza li lega al loro modello: anche lui promuoveva a parole grandi ideali, pace, giustizia, ma pochi fatti e nessuna idea da rendere concreta; certo lui ha fatto la guerra, cosa che per i pacifisti di oggi ha un grande valore, ma il contributo bellico in cui si è distinto maggiormente è stato quello di infierire su prigionieri inermi, imitato oggi da quelli che impiccano inoffensivi fantocci durante le manifestazioni.

Un pregio glielo riconosco: vanno in piazza col volto coperto, ma mostrano a tutti senza ipocrisia la faccia di un’ideologia che giustifica la violenza e l’intolleranza. E’ il volto moderno di un filo ininterrotto di odio che percorre la nostra storia italiana da decenni e che è sempre vivo. Eppure è una violenza sterile, perché è ormai un distruggere senza avere poi nulla da costruire in alternativa. Sono in definitiva comportamenti infantili fuori tempo massimo, questi cortei ripetitivi sembrano una stanca recitazione, sono il mito del ’68 cristallizzato e continuamente riproposto all’infinito, come fanno i dannati nei gironi dell’inferno dantesco. Il lancio degli oggetti, il rogo delle effigi dei nemici, sono ormai riti, esorcismi reiterati, forse per assicurare al mondo ed a sé stessi di esserci ancora, di essere vivi. Però questa ideologia neomarxista che muove i cortei no-global esiste solo a metà: non c’è più il fare, non si lotta a favore di qualcosa, sa esistere solo al negativo, contro qualcosa o qualcuno. Ha bisogno di un nemico, di un governo, di un presidente, ha bisogno delle forze dell’ordine, ha bisogno di simboli da odiare, di bandiere altrui da bruciare perché non ne ha più di proprie da sventolare, ha bisogno delle guerre degli altri. Nomen omen dicevano gli antichi, il destino è racchiuso nel nome, si chiamano gruppi antagonisti, quindi hanno bisogno di noi per esistere, ma noi, invece, di loro possiamo farne volentieri anche a meno.

Siamo in serie A. Forza Genoa.

Il Genoa è tornato in seria A, siamo in A dopo 12 anni ed è una gioia festosa che esplode incontenibile perché repressa per troppo tempo e soprattutto nelle ultime due stagioni quando, dopo essere stati in A per un giorno, ci siamo ritrovati in C. Ma forse è una gioia ancora più grande per i ragazzi più giovani che il Genoa in A non lo hanno mai visto. Io invece mi ricordo l’ultima volta che salimmo in A, era il 1989 era il Genoa di Franco Scoglio, ricordo il treno dei tifosi che, di ritorno da Pisa, in ogni stazione del Levante veniva accolto da una piccola folla pronta a fare baldoria insieme.

Questa volta invece l’appuntamento con il destino è stato a Marassi: Genoa-Napoli all’ultima di campionato, due tifoserie gemellate che devono assistere ad una sfida che potrebbe privare la propria squadra della promozione diretta, ma i piedi buoni di capitan Allegretti trasformano un calcio di punizione, la Triestina pareggia a Piacenza e così rossoblu e azzurri possono esultare insieme. Ero solo un bambino ma mi ricordo bene la partita del gemellaggio nel 1982. Era un calcio diverso, c’era “ Tutto il calcio minuto per minuto” alla radio, con le voci inconfondibili dei radiocronisti, c’era 90° minuto, c’erano le figurine panini e si poteva imparare tutte le formazioni a memoria perché le rose erano piccole e c’erano 11 titolari e poi le riserve; c’era il mercoledì di coppa con le squadre italiane che facevano catenaccio in trasferta per strappare lo 0-0
e poi il ritorno in casa a cercare di ribaltare il risultato, le partite con le grandi europee erano rare e quindi appuntamenti imperdibili. Devo ammettere che oggi il calcio non mi emoziona più come allora, forse perché è cambiato o forse perché sono cambiato io; ma chi è nato e vissuto nell’era delle partite in tv tutte le sere non può apprezzare la differenza ed anche gli insulsi gironi a 5 squadre della coppa uefa forse sembrano una cosa normale. Per loro sono contento perchè una gioia collettiva come quella di una promozione è un’emozione bellissima, di quelle che non ti scordi mai.

Poi ci sono gli inguaribili, perché essere genoano spesso è una malattia, qualcuno dei miei amici più cari lo è, loro, nonostante tutto, dopo anni e anni continuano a soffrire, s’incazzano, godono in modo viscerale, come anch’io facevo qualche anno fa.

Comunque il Vecchio Grifone non sceglie mai strade facili e per la promozione ha scelto l’anno più difficile, un’annata di B irripetibile, una B che sommava più scudetti della A e che verrà ricordata per la presenza della Juventus, ma che avrebbe tante storie da raccontare, come ad esempio le sfortunate rimonte del Brescia e dell’Arezzo, il crollo del Bologna nel girone di ritorno, l’ottimo campionato della neopromossa Rimini; lo strano campionato del Mantova che in casa ha battuto tutte le prime tre, ma che non avrebbe partecipato neppure ai playoff, se si fossero disputati. Noi ce lo ricorderemo come il campionato del Genoa di Gasperini; due anni fa era stato il Genoa di Milito a dominare il campionato, quest’anno invece, senza nessun giocatore di quel calibro è l’allenatore a caratterizzare la squadra, una squadra che è stata capace di farci vedere in più occasioni un gioco spettacolare da stropicciarsi gli occhi.

Finalmente quest’estate potremo volare con la fantasia, sognare l’Europa, aspettare i colpi di Preziosi. Forza Grifone l’appetito vien mangiando.

sabato 9 giugno 2007

EMBEDDED di Lao Petrilli

Lao Petrilli si reca in Iraq, si aggrega ad una compagnia di marines e li segue come cronista di guerra, da cui il nome del suo libro: embedded.

Il libro si sviluppa come un diario: la data, gli avvenimenti. Poco spazio a commenti, approfondimenti, opinioni; molta cronaca invece. Vengono descritti i luoghi e le persone incontrate. Una guerra coinvolge tutto un paese, milioni di persone ed ognuna ha la sua storia, la sua versione, la sua interpretazione; Petrilli ci fornisce quella della sua esperienza, racconta gli scomodi spostamenti fino a quando raggiunge Ramadi, nella zona sunnita, dove i guerriglieri che si oppongono agli americani sono per lo più militanti baathisti, persone che dipendevano dal regime di Saddam e che cercano di sabotare il nuovo Stato, dove non hanno un posto, o di negoziare con esso per riavere qualche privilegio. Il sottotitolo del libro “a caccia di terroristi con i marines” rende bene l’idea delle operazioni cui assiste l’autore. E’ infatti una guerra strana quella descritta, una guerra non combattuta, ma sotterranea: un’allerta notturna mette in moto la compagnia di marines, vengono circondati degli edifici, parte l’assalto.

La dimensione umana del contenuto, spesso infatti vengono citati i nomi, descritti i volti e le esperienze dei soldati incontrati, rende talvolta angosciante l’atmosfera di pericolo in cui muovono; il pensiero della morte aleggia sempre in sottofondo e talvolta si materializza come, ad esempio, durante una cerimonia funebre nel deserto: “Quando un ufficiale dà l’attenti, T.R. White, il cappellano, accarezza le corde della sua chitarra e intona “Fire and rain” una struggente canzone di James Taylor che parla di morte e redenzione. Fa: “ho visto fuoco e pioggia, ho visto giorni di sole credendo che non sarebbero mai finiti. Ho visto tempi solitari non riuscendo a trovare amici, ma ho sempre pensato che ti avrei rivisto ancora”. Immobili, ma piangono tutti.”

domenica 3 giugno 2007

Darwin tra demonio e santità

Darwin demonio o santità?
Il dibattito serrato che negli USA contrappone creazionisti ed evoluzionisti tira costatntemente in ballo Darwin quasi sempre a sproposito.
Vorrei chiarire alcuni punti base: Darwin era uno studioso del XIX secolo che ha elaborato una teoria per cercare di spiegare alcuni fenomeni naturali che aveva osservato, la sua teoria è stata quindi enunciata senza tutta la mole enorme di conoscenze che la scienza ha messo da parte negli ultimi cento anni, in modo particolare nulla poteva sapere del DNA, del modo in cui il patrimonio genetico maschile e femminile si combinano per generare un nuovo essere, nè di come i geni mutano, nè di come il clima cambi più o meno ciclicamente nel tempo e così via...
Considerare Darwin responsabile degli stermini di massa nazisti e comunisti del XX secolo, affermando che a lui si ispiravano, applicando una selezione ed eliminazione di alcune categorie ritenute inadatte, mi sembra grottesco, intanto perchè quando una tirannide vuole eliminare delle categorie di persone può addurre qualunque tipo di giustificazione, tanto è vero che i genocidi sono avvenuti anche prima che Darwin venisse al mondo, senza bisogno della sua teoria. La stessa cosa vale per l'infanticidio, reso famoso da Sparta ma in realtà praticato in tutte le epoche ed in ogni luogo.
Ma a parte questo il punto debole della diatriba è un altro e cioè che la teoria dell'evoluzione, giusta o sbagliata che sia, non ha nulla che vedere con la religione, né è in contrasto con essa. Stabilire se gli esseri viventi mutano nel tempo e se queste mutazioni costituendo vantaggi o svantaggi in termini di sopravvivenza ne determinano il successo come specie è un problema che fondamentalmente attiene la ricerca scientifica; stabilire invece se dietro a questi fenomeni vi sia un disegno divino è tutta un'altra questione che attiene invece alla religione o alla filosofia. Voler utilizzare la ricerca scientifica per avvalorare le proprie scelte religiose o il proprio ateismo è un'operazione scorretta ed alla fine vana.
Per rispetto della religione lasciamola fuori dalle polemiche tra accademici, Perchè esiste il mondo, siamo stati creati per uno scopo, forse per un'altra vita dopo la morte? Non sviliamo le grandi domande che si pone l'uomo da sempre, riducendole a questioni da verificare in laboratorio, quando invece sono questioni da sviluppare, nel confronto con gli altri e con la propria coscienza.
Per rispetto della scienza non utilizziamola come arma di proselitismo; se Dio verrà un giorno pesato, tracciato, dimostrato allora non sarebbe Dio, allora esisterebbe un altro essere al di sopra che esula da queste categorie e quello sarebbe Dio, perché secondo me Dio, dall'uomo, può solo essere amato, odiato, creduto, invocato, cercato e non dimostrato.

giovedì 31 maggio 2007

La lezione delle elezioni

Il risultato della tornata elettorale amministrativa di domenica scorsa ha avuto un risultato inequivocabile: la crescita del centrodestra ed un calo nettissimo del centrosinistra. Questo dato indica che in questi anni si è verificata una trasformazione epocale dell’elettorato di sinistra: in precedenza la fedeltà e la disciplina dell’elettore di sinistra era inossidabile, pur di sconfiggere l’avversario erano disposti a votare sempre e chiunque. Questo aspetto era particolarmente evidente con la legge maggioritaria, nei collegi elettorali uninominali, dove il candidato “sinistro” faceva sempre il pieno dei voti, mentre il candidato di centrodestra quasi mai arrivava ad acquisire la somma dei voti espressi a favore dei partiti. Quindi a fronte di un elettore di centrodestra severo nel giudicare il candidato proposto e, come si è visto durante i cinque anni del governo Berlusconi, anche pronto a mandare segnali di insofferenza ad ogni occasione di elezioni amministrative o suppletive, avevamo degli elettori “rossi” disciplinati al massimo. Questo diverso grado di fedeltà produce una democrazia squilibrata, ma oggi si è visto che anche dall’altra parte non si firmano più deleghe in bianco. Già c’era stato qualche segnale in passato, come ad esempio le regionali del 2000, ma questa volta le proporzioni del calo sono impressionanti. La speranza è che questo induca i loro dirigenti a costruire una sinistra più liberale, più innovatrice, più europea, perché un conto è perdere le elezioni e trovarsi al governo un Tony Blair, ben diverso è perdere e trovarsi un Diliberto nella maggioranza. Questo sarebbe il bene dell’Italia ed anche del centrodestra, perché con questo governo Prodi si vince facile, ma senza competizione non si migliora in nessun campo, neppure in politica. Il Partito Democratico dovrebbe essere una risposta? Finora è stata una grossa delusione, non solo perché è stata un’operazione di vertice senza alcun coinvolgimento della base, ma soprattutto perché non ha espresso per ora nessuna idea. Non è un partito identitario e quindi per dare dei punti di riferimento dovrebbe esprimere degli obiettivi; si definisce riformista perché riunisce, dicono loro, le diverse correnti storiche riformatrici della politica italiana, ma non hanno proposto finora neanche una riforma da fare. Sarà perché qualunque riforma degna di questo nome verrebbe immediatamente sbarrata dagli alleati comunisti, sarà perché stanno riunendo solo ora il comitato di 45 saggi (in cui hanno invitato anche Follini! …e con una palla al piede così, fare della strada è molto dura), sarà perché prima devono decidere chi sarà il leader, comunque per ora nulla. I numeri parlano chiaro: vince chi è capace di motivare il proprio elettorato, lo sforzo comunicativo deve essere rivolto a chi è orientato in un senso ma non è convinto ad andare al seggio. E’ una lezione importante anche per la Casa della Libertà, perché questa volta è bastato un anno di Prodi per recuperare consensi ma, giustamente, in futuro per smuovere gli elettori conteranno sempre meno gli slogan e sempre di più i fatti e le proposte tangibili.

mercoledì 30 maggio 2007

ABECEDARIO di Francesco Cossiga

E' un libricino di 101 pagine, in cui Cossiga, dapprima delinea le varie attività dei servizi segreti, definendone i compiti interni ed esterni, illustrando poi l'assetto organizzativo ottimale che si dovrebbe creare per ottimizzarne l'attività. Il tutto, come fa notare Mario Caligiuri nella presentazione, in opposizione alla delegittimazione morale che ha subito l'attività di intelligence del nostro paese in tutto il dopoguerra.

Due passaggi significativi: "L'Italia ha perso le rendite di posizione che possedeva durante la guerra fredda... Essa non può più limitarsi a essere una consumatrice di sicurezza, e di sicurezza prodotta da altri. Deve diventare necessariamente una produttrice di sicurezza, almeno in parte."

"La legalità sostanziale di servizi speciali si basa sulla legittimità dei fini, e può non corrispondere con la legalità formale. Ecco perchè nella maggior parte dei casi, per evitare commistioni e confusioni, i servizi speciali sono tenuti rigidamente separati dagli apparati di polizia che possono rivestire funzioni materialmente identiche... essi hanno compiti, per lo più, solo informativi od operativi non convenzionali, e non compitiprimari di acquisizioni di prove legali..."; anche perchè è compito dei servizi segreti, a differenza della polizia, contrastare anche azioni non illecite.

Il tutto con regole chiare di controllo politico per evitare gli abusi. Durante la guerra fredda non è stato certamente così, l'Italia era terreno di scontro di potenze straniere, come volte volte nei secoli scorsi; oggi non siamo più sotto tutela come in passato, siamo diventati adulti, ciò significa che dobbiamo scegliere e prenderci delle responsabilità. Non sono sicuro che il paese ne sia consepevole.